La democrazia semplicemente non funziona cantavano i Zen Circus qualche anno fa. E stavolta sembra davvero che la democrazia l’abbia fatta bella grossa.
Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti lo scorso 8 novembre. Qualche giorno fa ha trasferito valige e scatoloni nell’ala est della Casa Bianca a Washington, e ha cominciato il suo lavoro mantenendo qualche promessa annunciata in campagna elettorale. Ma non è stata, come ben sapete, un’elezione tranquilla.
Trump è il presidente eletto con il più basso indice di gradimento di sempre, il quarantotto percento, che tradotto significa che la metà degli americani non ne condivide le idee, o peggio, lo odia.

Come la storia ci ha insegnato, il modo dell’arte spesso si schiera politicamente, ma raramente per una causa che non ha grande appoggio popolare. Il Jazz degli anni 20’ e 30’, quella musica futurista ed eclettica suonata e ballata nei locali afroamericani del sud degli Stati Uniti, un inno alla libertà assoluta; la musica “impegnata” di Dylan e Springsteen negli anni 60’ e 70’ e quella psichedelica della Summer of Love; forse si può aggiungere il filone musical anti Margaret Thatcher nell’Inghilterra degli anni 80′, ma è un caso circoscritto.

Ora, a più di trent’anni, sembra che il mondo della musica, e più in generale quello dell’arte, abbia trovato un’altra causa da sposare e portare avanti, quella contro un presidente poco gradito, eletto senza la maggioranza dei voti e che dell’arte se ne infischia.

Già prima dell’elezione di Donald Trump tanti musicisti hanno fatto una vera e propria campagna elettorale contro il magnate americano. Moby (chi segue la sua pagina Facebook lo sa fin troppo bene), Franz Ferdinand, Madonna con la sua assurda promessa (non mantenuta) di carattere leggermente sessuale, e poi, in prima linea nella protesta e con il suo solito modestissimo modo di fare, Roger Waters, che negli spettacoli del suo tour autunnale ha dato del maiale al Trump. Una leggera contraddizione di toni.
Nonostante tutto però, quella battaglia è stata persa, ma di sicuro non è stata persa la guerra, anzi quella è appena iniziata. Ed è iniziata in modo decisamente comico.

Trump ha fatto molta fatica a trovare degli artisti che partecipassero alla sua cerimonia di insediamento. Infatti, laddove Obama poteva contare sull’appoggio di musicisti come U2, Beyoncè e Sprigsteeen, Trump si è dovuto accontentare di nomi abbastanza sconosciuti come i The Reagan Years o il cantautore Beau Davidson. Un fiasco di cui il presidente non sembra curarsi molto; d’altronde ha altre e ben più importanti cose da fare.

La domanda che abbiamo sentito più spesso ultimamente è stata: non è troppo presto per criticare?
La risposta è (con il senno di poi, era) sì. Che il mondo della musica abbia sollevato tutto questo enorme polverone nei giorni immediatamente successivi alle elezioni, effettivamente, è stata una mossa ampiamente criticabile. Trump, si pensava, non avrebbe mai mantenuto le inquietanti promesse fatte in campagne elettorale, e poi gli Stati Uniti hanno una forte costituzione che proteggerebbe il popolo da qualunque deriva autoritaria.
Sorge anche un altro dubbio legato al fattore visibilità. Gli artisti hanno un fortissimo potere mediatico e per sfruttare questo potere mediatico bisogna essere molto responsabili e soprattutto misurati. Altrimenti sorge qualche perplessità sui reali motivi della protesta. Forse il caro Moby, ormai da qualche anno sceso dalla cresta dell’onda, ha sfruttato l’elezione di Trump per fare pubblicità al proprio disco, così come si potrebbe pensare la stessa cosa di Madonna, ultimamente troppo lontana dalla luce dei riflettori.
Tutti noi vogliamo credere che sotto la protesta degli artisti (non solo musicali) che si sono esposti pubblicamente sia sincera e legittima. Anche perché, ritornando alla domanda di inizio paragrafo, quelle proteste che sembravano prematura stanno diventando sempre più legittime.

I primi atti da presidente di Donald Trump, per quanto abbiano più scopo mediatico che politico, sembrano motivare ancora di più le proteste pre e post elezioni, culminate nell’enorme manifestazione del ventuno gennaio: due milioni di persone in tutto il mondo, cinquecentomila nella sola Washington, che marciano per quei diritti femminili troppe volte calpestati da Trump. Una marcia che ha visto tra i protagonisti esponenti del mondo della musica come Cher e la già citata Madonna, che si è lanciata in uno sproloquio stracolmo di parolacce e termini offesivi. Un’altra volta quella contraddizione dei toni già evidenziato con il “maiale” di Waters: per combattere l’ignoranza non bisogna rispondere con altra ignoranza. In questo senso da lodare l’iniziativa degli Arcade Fire, che hanno rilasciato proprio il venti gennaio il singolo “I Give You Power” prodotto in collaborazione con Mavis Staples. Una critica velata e “positiva”, ma soprattutto un inno alla responsabilità e all’importanza di rappresentare il popolo al meglio.

I give you power, over me
I give you power, but now I gotta be free
I give you power, but now I say
I give you power, I can take it away

Quella che si preannuncia è una guerra che durerà anni e che vedrà la musica, purtroppo anche per motivi di convenienza e visibilità, in primo piano.
Nel frattempo da segnalare il momentaneo silenzio degli artisti italiani, che non si sono mai schierati né contro né a favore di Trump, probabilmente anche a causa dell’estrema diffidenza dell’ascoltatore medio italiano verso gli artisti schierati politicamente (anche se la tendenza è riscontrabile, in maniera minore, in tutta Europa).
Ora non rimane che attendere l’operato di Trump. Chissà se darà ascolto, da uomo intelligente quale sicuramente è, al popolo, conscio del fatto che il potere ti può venir dato come ti può, in un attimo, essere tolto.