“It starts and ends with you”, cantavano così, di ritorno sulle scene dopo circa dieci anni, gli Suede nel singolo di punta dell’acclamato Bloodsports del 2013. Un disco importante sia per i fan sia soprattutto che per loro come gruppo, in grado di ritrovare un’inaspettata verve compositiva e performativa che arriva al terzo disco di questa fase, il nuovissimo The Blue Hour. Inizia e finisce con gli Suede, se vogliamo, la parabola del brit-pop che li ha visti come precursori e oggi ultimi cantori: dei vari gruppi come Oasis, Verve, Blur e PULP infatti sono gli ultimi rimasti uniti, per lo meno con qualcosa di efficace da dire, il che è davvero incredibile viste le premesse con cui avevano debuttato ormai quasi trent’anni fa, tra eccessi e scandali. Ne hanno dato energica quando non maestosa prova al Fabrique di Milano dove tra classici intramontabili e nuove canzoni hanno ricordato a tutti chi erano i veri The Beautiful Ones, belli giovani e dannati.

The Blue Hour è un disco molto drammaturgico, quasi shakespeariano nel suo incedere. Altamente sinfonico e ricco di spoken, si presta al 100% all’istrionica maturità di Brett Anderson, cui andrebbe riservata una recensione per ogni singolo brano eseguito al Fabrique tanto si spreca in movenze, vezzi canori, gestualità: uno dei migliori frontman in circolazione, un vero artista della professione. Com’è naturale (ma non scontato) che sia, a The Blue Hour viene regalato ampio spazio nella setlist del concerto, con ben 8 brani eseguiti. Sintomo questo di decennale coerenza artistica e convinzione nel lavoro appena pubblicato, non una banale scusa per montare su un tour e incassare di botteghino. Il concerto inizia proprio con tre brani estratti da The Blue Hour: a fare da apripista è il crescendo fumoso e tragico di As One, sorta di invito a diventare un tutt’uno per un’ora e mezza, prontamente recepito dal pubblico. Non passa molto prima che Brett Anderson, sostenuto dal frastuono di chitarre di Richard Oakes (è da solo ma suona come un’orchestra) e dalla sezione ritmica originale di Matt Osman e Simon Gilbert, sia già disperso tra la folla a seguito di uno stage diving su The Drowners. Seguono le hit We Are the Pigs e So Young e Brett Anderson ha già dato sfoggio di tutto il suo repertorio: acuti, denudazioni, stage diving, rotazioni del microfono alla Roger Daltrey e colpi d’anca al ventilatore alla Beyoncé. In soli sette pezzi eseguiti si ha il perfetto compendio di che cos’è e deve essere un frontman per una rock band, potremmo già andarcene a casa soddisfatti.

Potremmo. Non fosse che dopo uno spezzone di brani del repertorio recente, inframezzati dall’inno Heroine, arriva una sequenza devastante per chiunque dei presenti: It Starts and Ends with You, Metal Mickey, Trash e Animal Nitrate. Una dietro l’altra, senza riprendere fiato, senza un solo secondo di pausa. Una dozzina di minuti di rara maestria esecutiva che ci ricorda come gli Suede erano i più belli sì, ma probabilmente anche i più bravi di tutti. Brett Anderson ha tuttavia 51 anni e necessita di rifiatare, si arma pertanto di sgabello e chitarra acustica, unplugga tutti i microfoni ed esige cortesemente un po’ di silenzio. Tocca alla chicca Oceans, due minuti di prosa amorosa in musica eseguita in solitudine, vero highlight lirico della serata. I compagni lo raggiungono di nuovo per i due nuovi singoli The Invisibles e Flytipping che chiudono la scaletta prima dell’encore.

E non potrebbe essere diversamente. All’appello manca infatti la superhit The Beautiful Ones, riff e ritornello tra i più noti degli anni ’90 cantati nota per nota, parola per parola da un soddisfattissimo pubblico. Chiude lo show la speranza di Life is Golden e cala il sipario al Fabrique di Milano.

Gli Suede sono una manifestazione musicale di rara onestà creativa, sempre in evoluzione ma mai altezzosi verso un passato che li ha resi quello che sono oggi, pur con le necessarie trasformazioni. Un mix perfetto di suoni, emozioni e sensazioni. Inizia e finisce tutto con gli Suede.