I Foals tornano a Milano con un nuovo disco e ma la stessa compattezza e coesione che li hanno contraddistinti

“Everything not saved will be lost” annuncia una voce robotica prima dell’imminente arrivo sul palco dei Foals, la band di Oxford formatasi ormai quasi 15 anni fa. Per chi non passa al Fabrique per caso, è noto che si tratta del titolo dell’ultimo disco pubblicato lo scorso marzo, per lo meno della prima parte visto che è di prossima pubblicazione un secondo capitolo. Il disco, senza dilungarci in una recensione, ha stupito critica e pubblico per il suo alzare l’asticella verso un suono compatto, coerente e coeso, con una manciata di canzoni che sono ascrivibili senza dubbio al lotto delle migliori mai composte dai Foals. Anche dal vivo l’impressione è la stessa: i Foals sono sempre stata un’incredibile live band di formidabili esecutori per il genere indie rock che propongono, di base tutt’altro che virtuoso. Non ci aspettatavamo di rivederli a Milano a soli due anni dall’ultima apparizione con un set così e ben eseguito e infuocato, e non solo per la scenografia floreale che si tiene costantemente su tinte rossastre. Il voto, se un voto si può dare a un concerto, è senz’altro di quelli massimi.

Proprio dall’ultimo disco è estratta la canzone che apre lo show, On the Luna, contraddistinta da una scansione chitarristica dinamica e il solito ritornello catchy. Non passa molto prima che Yannis Philippakis, dopo un breve saluto, annunci un vecchio classico: Olympic Airwaves dal debutto del 2008 genera il primo boato del pubblico.

Inutile descrivere meticolosamente la scaletta canzone per canzone, anche perché quello a cui assistiamo è uno show fluido e continuo con pochissimi momenti di pausa, con un tiro da club culture come non potrebbe essere altrimenti dal momento che è davvero difficile smettere di ballare. Giusto segnalare la hit My Number, che come al solito fa sculettare anche le travi d’acciaio, le incursioni stoner rock di Snake Oil, le emozioni che i pezzi del terzo disco Total Life Forever sanno sempre regalare, tra cui Black Gold e Spanish Sahara, tra l’altro uno dei pochissimi momenti dove l’atmosfera passa dal rosso intenso per virare su un blu cristallino

La chiusura è affidata prima alla micidiale What Went Down, poi alla canonica Two Steps, Twice che come di consueto chiude il concerto con il suo crescendo fino all’esplosione math-rock.

Ogni cosa non salvata andrà irrimediabilmente persa, e mai come in quest’epoca digitale fatta di cose effimere e spesso inconsistenti ci sembra un’affermazione vera. I Foals forse non sono coloro che salveranno le cose, ma di sicuro sono fisici, reali, compatti e tangibili. Veri.