[Per il seguente report volevamo ringraziare di cuore Adu che si è gentilmente prestato per scrivere questo articolo per noi]

Un New Age sorprendentemente (per il sottoscritto) affollato ospita la terza e ultima data italiana del tour dei Battles. Un pò mi rammarico per essere arrivato sul finire dell’esibizione dei Niagara che danno la netta sensazione di essere decisamente credibili e apprezzati; convinzione supportata dal pubblico che pare seguire in maniera attenta e coinvolta, ma non c’è troppo tempo per rimuginarci su. Un rapido cambio palco e la platea inizia a scaldarsi quando l’asta del ride di John Stanier viene alzata a vette apparentemente inacessibili. Unitamente al set minimal (6 pezzi in tutto) e alla posizione centrale e avanzata si intuisce come sarà l’ex Helmet il centro attorno al quale graviteranno le dissertazioni musicali di Williams e Konopka.

Ed é proprio quest’ultimo a rompere il ghiaccio e a guadagnare il lato destro del palco in solitaria, imbracciare la chitarra ed iniziare a ricamare con pedali e loop station la trama di “dot com”. Lo raggiungono poco dopo Ian Williams, chitarra dei mai troppo lodati e considerati Don Caballero e il buon John Stanier. Con la formazione al completo inzia lo show. Il pubblico decisamente caldo e partecipe viene travolto da un groviglio di suoni, distorsioni, accelerazioni, fermate, ripartenze. La prima mezzora è serratissima e senza cali, non c’è tempo per ringraziamenti, discorsi o altro. A Konopka, invisibile a tutti quelli oltre la seconda fila in quanto per quasi tutto il tempo inginocchiato davanti alle sue pedaliere, generalmente il compito di tessere trama e ordito, per permettere a Williams di balzellare e sfogare la propria creatività tra chitarra, synth e tastiere (poste in una singolare posizione inclinata in avanti), e sulle quali spesso indugia alternando, invertendo e rimescolando frasi di poche note che vanno ad incastrarsi con chirurgica perfezione al ritmo indiavolato impresso da Stanier.

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Già, Stanier. Che dire… E’ uno spettacolo autentico, davvero, da restare incantati. Non vi capiterà spesso di vedere un batterista colpire con tale foga e costanza rullante e compagnia. Il suo set ridottissimo inoltre mette in maggior risalto la creatività e l’originalità del suo stile, con il charleston (hi-hat ok…) a farla da padrone grazie agli accenti, ai raddoppi, alle accelerazioni. Konopka introduce quindi un paio di brani dei primi singoli datati 2004 (con annessa battutina degna dei migliori stand-up comedian su George W. Bush) e qui emergono meravigliosamente reminiscenze math dei Don Caballero e ritmiche maggiormente, se possibile, sincopate. Tocca poi ad Atlas, accolta da un boato, nella quale torna (seppur a volumi eccessivi, nda) la voce di Tyondai Braxton, co-fondatore della band ed uscitone per intraprendere la carriera solista nel 2010. Ci si avvia, come da copione, verso il gran finale con Yabba, primo singolo del loro ultimo lavoro in studio “La Di Da Di”.

Mentre si accendono le luci, Ian Williams si presta a selfie e autografi, Stanier si smonta la batteria e il resto della gente inizia a defluire penso questo: per densità, pregnanza e tensione l’ora e venti minuti di concerto vale almeno il doppio in durata; non è scontato non cadere nell’autocompiacimento / narcisismo / autoreferenzialità quando si raggiungono tali livelli di sinergia, padronanza dello strumento e affiatamento; escluso “Mirrored” che brilla di luce propria ed è a mio avviso uno dei migliori dischi degli ultimi vent’anni, i brani di “Gloss drop” e “La Di Da Di” dal vivo rendono in maniera esponenzialmente migliore; sarà iperidrosi, ma raramente mi è capitato di vedere una persona più sudata di Stanier.

Adu