Negli anni in cui s’è tornato a parlare di gender equality, di quote rosa, tempi in cui il femminismo sembra staccarsi dall’identità assolutista e rivoluzionaria che lo caratterizzava negli anni ’20 per acquisire un’aura tutta fashion, allora perché non dovremmo entrare in gioco anche noi, a parlare di donne?

E mica di donne qualsiasi come me, come la postina frettolosa, come la signora dell’edicola che ti guarda dubbiosa dal retro dei suoi occhialetti appannati o la pescivendola che non compra profumi da venicinque anni, no, musiciste. Donne fottutamente blues.

Cominciamo da Memphis Minnie, nome d’arte di Lizzie Douglas, una delle più imponenti figure blues nel difficile periodo della Grande Depressione. Nata nella florida New Orleans ed antesignana di quello che col tempo sarebbe diventato il famoso Chicago Blues, Minnie portò avanti registrazioni per ben quarant’anni, come nessuno, prima di lei, aveva fatto. La country lady che da ragazzina s’è fatta le ossa fra acustica e banjo fu fra le prime donne a sperimentare con l’electric blues e fra i primi, donne o uomini che fossero, a farlo.

Ma la mamma del rock n’ roll è Sister Rosetta Tharpe.
L’esplosiva ragazzina di Cotton Plant, che all’età di 4 anni se ne andava in giro per il paese con la mamma a cantare prediche evangeliche, fonde sonorità gospel e blues in un singolare mix che le guadagnerà il soprannome di original soul sister. Fra le principali influenze di Jerry Lee Lewis, Chuck Berry e Little Richard, questa sorella soul è una bomba di grinta e talentuosità che io con parole non posso proprio permettermi di descrivere. Provateci voi.

L’impetuosità sapeva bene cos’era anche l’inimitabile Big Mama Thornton, mai abbastanza apprezzata in vita. L’unica, vera mamma di Hound Dog era nativa dell’Alabama, e in pochi anni dal suo debutto, avvenuto nel 1951 con la Peacock Records, arrivò a collaborare con importanti artisti blues, registrando nel 1966 un album tutto suo con la Muddy Waters Band.

Denominatore comune di queste donne impetuose fu il simpatico contesto che definiremmo parrocchiale: molte di queste artiste si trovarono sin da piccole a cantare in cori gospel delle chiese del paese seguendo le orme delle loro mamme. Il caso a noi non piace, non tanto di più le credenze religione, quindi preferiamo pensare che a trovare il successo siano state le più toste e talentuose. E si sente.

Figura un po’ meno imponente ma che quando apre bocca ‘scansateve tutti’ è la piccola, zuccherosa, Sugar Pie Desanto. Voce maledettamente autoritaria ma sempre classy, anche lei si contornava di baldi musicisti in smoking di cui era un po’ mascotte ma anche regina indiscussa. Una figura minuta ma irriverente, che nella nostra Italia anni ’60 avrebbe fatto la sua figura a mo’ della scoppiettante Rita Pavone.. ma anche no.

Sempre piccolina ed ugualmente pirotecnica è la perla blues Beverly ‘Guitar’ Watkins, che gode di una fama longeva ed ha potuto contare sull’altrettanto intensa stima da parte di colleghi come B.B King e Ray Charles. La prima donna a suonarsi la chitarra dietro la nuca (Hendrix lo fece anni dopo), la Watkins non le manda a dire: a 77 anni ha ancora tutto quel blues che le scorre nelle vene, che per evitare di far danni deve andarsene in giro per il Paese ad esibirsi.

Se pensate che il blues sia esclusivamente nero e le varie smentite incarnate da elementi maschili in stile Clapton o Mayer non vi bastano, allora beccatevi Susan Tedeschi.
L’electric blues della bionda di Boston, plurinominata ai Grammy Awards nei primi anni del 2000, si mescola coi toni profondamente soul della sua voce, unendosi in un groove che non ha nulla da invidiare ai grandi performer black della scena internazionale.

Sulla cresta dell’onda è l’incredibile Samantha Fish, adepta di Stevie Ray Vaughan. Samantha incide il primo album a 20 anni, e negli anni successivi ne butta giù altri sette, almeno fino ad oggi. La giovanissima blueswoman di Kansas City viene chiamata nel 2013, a soli 23 anni, a duettare con uno scettico Buddy Guy. Il risultato fu che Buddy rimase fuori dai panni, estasiato al punto da dichiarare:”When this kind of shit happens, I’ll play all night!”.

Io però non me la sento di lasciarvi a mani vuote. E allora, visto che donne si parla – e che donne! – vi abbandono dolcemente (ma non troppo) alle dita di Tal Wilkenfeld. Il portento australiano apprezzatissimo in ambiente fusion, nonché cocca di Jeff Beck, nel suo parlmarès vanta lusinghe e collaborazioni con pezzi di storia come Herbie Hancock, Lee Ritenour, Steve Lukather e i ‘suoi’ Toto.

Martina Petrizzo