La tenebra discende: adesso intendo

Che venti secoli di granitico sonno

Erano condannati all’incubo da una culla ondeggiante

E quale bestia orrenda, ora che alfine è venuta la sua ora

Striscia verso Betlemme per venire al mondo?

(W.B. Yeats, La seconda venuta)

 

Quando fu pubblicato nel 1958, Things Falling Apart, del nigeriano Chinua Achebe (al secolo Albert Chinualugomu Achebe; Ogidi, 1930 – Boston, 2013), rappresentò qualcosa di simile ad una piccola rivoluzione letteraria. Sotto diversi aspetti. Partiamo innanzitutto da quello culturale: non si tratta certo del primo romanzo di ambientazione e tematiche post-coloniali, ma ai tempi in cui uscì, un romanzo di tali tematiche scritto da parte del colonizzato, e dalla parte dei colonizzati, fu una novità (inutile dire che trovò qualche difficoltà di pubblicazione).

Intendiamoci, un’espressione come “dalla parte dei colonizzati” può essere fuorviante. Potrebbe dare l’impressione che tutta la letteratura post-coloniale bianca si schierasse dalla parte dei bianchi e non tenesse in considerazione la controparte nera della questione (spesso è stato così, ma esistono pur sempre libri come Cuore di tenebra; esempi rari, ma da considerare). Ciò che voglio dire è che mai come nel romanzo di Achebe il punto di vista della popolazione nera colonizzata era stato rappresentato con tanta consapevolezza identitaria e con tanta lucidità culturale. Nessuno meglio di un autore come Achebe, che aveva vissuto sulla propria pelle quei capitoli della storia africana, poteva porre nella giusta luce quei pregiudizi che ritraevano le popolazioni autoctone della Nigeria, in vista della loro paganità, come barbare e in preda a tradizioni primitive e crudeli; e che dipingevano, dall’altro lato, i missionari cristiani come portatori di civiltà e della vera fede, emancipatrice da superstizioni e idolatrie.

Achebe si distacca da romanzi come Mister Johnson di Joyce Cary, colpevoli di una visione faziosa dell’indigeno, nel quale Achebe non solo non si riconosceva, ma che, constatò, gli risultava addirittura odioso nella sua meschinità contrapposta alla presunta virtù dell’uomo bianco.

La storia di Okonkwo, eroe Igbo  del fittizio villagio di Umofia, nella Nigeria orientale, è la storia della Nigeria stessa all’alba del XX secolo, fino alla comparsa dell’uomo bianco. Di queste tribù vengono minuziosamente descritte le tradizioni, la religione, lo stile di vita, con una componente eroico-folkloristica che dà un tono epico a certe vicende, senza spingersi, tuttavia, nei giochi narrativi del realismo magico. L’arrivo dei missionari cristiani, accennato all’inizio come una minaccia ancora lontana, come i primi sintomi di una malattia lenta ma mortale, rappresenta un punto di rottura all’interno dell’opera, così com’è stato uno spartiacque nella storia nigeriana.

Sembra tuttavia errato sostenere, come hanno fatto certi critici, che lo scopo di Achebe fosse quello di invertire, in modo forse vendicativo, le tematiche dei romanzi post-coloniali alla Cary, limitandosi a denunciare l’ipocrisia dei colonizzatori. Lo scrittore non si schiera certo dalla parte di questi ultimi, ma il suo punto di vista ha dell’antropologico: la sua analisi è super partes e chi leggesse il libro in cerca di un lato dal quale schierarsi indiscriminatamente, di risposte chiare, ne rimarrebbe deluso. Ne è la prova la descrizione imparziale dell’effetto che i missionari hanno su alcuni membri delle tribù, soprattutto gli emarginati (oltre che sul figlio dello stesso Okonkwo), tesa a sospendere un giudizio superficiale. Per contro, i metodi della giustizia britannica sono arbitrari e incuranti della cultura locale, ciecamente fedeli solo alla propria “civiltà”. Achebe vuole raccontare il vero, senza offrire una morale facile (i punti di vista espressi, più che allo scrittore in sé, appartengono ai personaggi, come se fossero protagonisti di un documentario), senza giocare a fare il dio.

All’aspetto tematico/culturale, in particolare al suo fattore antropologico, se ne lega un secondo, di peso altrettanto rilevante all’importanza del romanzo: l’aspetto stilistico.

Achebe sceglie, in modo quasi paradossale se si pensa alle tematiche del libro, di scriverlo in inglese. Dar vita al romanzo direttamente nella lingua madre dei suoi personaggi sarebbe parsa una soluzione più coerente, ma Achebe aveva fatto bene i suoi calcoli. La lingua del colonizzatore è la lingua dell’oppressore, certo; ma è anche la lingua che ha unito, in un modo probabilmente inimmaginato da chi la imponeva, una serie di realtà divise tra loro.

Achebe cerca tuttavia il compromesso: il suo inglese non sarà puro, ma disseminato di termini Igbo che contaminino la narrazione, che possano suggestionare il lettore ed introdurlo con naturalezza nelle ambientazioni del libro (in aiuto del lettore viene un pratico glossario; ma alcune parole o espressioni, quelle nel liguaggio degli spiriti, inintelleggibile agli stessi Igbo, restano non tradotte, lasciando l’impressione che un certo senso di mistero, almeno in parte, non sia ancora stato profanato).

Allo stile si collega poi, ancora una volta, il discorso antropologico: la narrazione è piatta e concisa, ricca di formule ripetute, di proverbi tradizionali e del parlato popolare; il tutto sembra rimandare alla narrazione orale, alle fiabe e alle leggende. Questo rafforza ulteriormente il contesto storico-epico della narrazione, e rafforza la frattura che questo tipo di atmosfere subisce con l’arrivo dei missionari (a quel punto l’uso di proverbi Igbo si fa più rado, subentrano il linguaggio degli inglesi e i riferimenti biblici). Rappresenta, in ultimo, uno scontro culturale tra un popolo che, per tradizione, ama l’uso della parola – il titolo del romanzo, preso da un verso della poesia La seconda venuta di Yeats, può non essere casuale anche in tal senso – e un conquistatore deciso ad ignorare ogni possibilità di comunicazione che non avvenga in senso unidirezionale, imponendo senza voler ascoltare.

 Nicola De Zorzi

 

Bibliografia

Chinua Achebe – Le cose crollano (La nave di Teseo, 2016)