Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono

Da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,

Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto

Un cumulo d’immagini infrante, dove batte il sole,

E l’albero morto  non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo,

L’arida pietra nessun suono d’acque.

C’è solo l’ombra sotto questa roccia rossa

(T.S. Eliot, La terra desolata)

 

È difficile trovare un pensiero rassicurante riguardo al deserto. La parola stessa rimanda ad un luogo sterminato e sterile, potenzialmente pericoloso, e totalmente privo di vita: una distesa arida e senza uscita, in cui nulla può nascere.

Nel suo poema La terra desolata, Thomas Stearns Eliot estende il concetto di deserto ad un’Europa intrappolata tra due guerre, e poi al mondo intero: il deserto perde ogni confine geografico o materiale, ed entra nello spirito stesso di un’epoca e di ogni individuo al suo interno, uno spirito arido e decaduto, reso ancora più squallido quando al presente vengono contrapposte immagini di un passato glorioso.

Il deserto è un luogo da guardare da lontano, in modo da non sperimentarne personalmente i pericoli; lo si guarda da lontano facendo finta che sia qualcosa che, distaccato da noi, non ci riguardi e non possa farci del male.

Lo si guarda da lontano, ma inutilmente. È come se, appena ci si rende semplicemente conto della sua esistenza, sia già tardi: siamo già nel deserto, e lui è già in noi. Siamo soli, e solo con gli uccelli condividiamo questo paesaggio solitario.

Come canta Anthony Kiedis in Scar Tissue. Quattro sbandati su una decappottabile, in un viaggio dentro il nulla, verso il nulla. Tutto l’album Californication, in fondo, verge su questo tema. Californication, il neologismo della californizzazione unita all’atto di fornicare, un marciume che dilaga, un deserto che si espande e sommerge tutto. Costumi, anime, civiltà.

Il deserto interiore, interiore e assolutamente personale, lasciando per un attimo da parte la concezione “sociale” del termine, lasciando da parte Eliot, neanche a dirlo, concide con la solitudine. Perché il deserto è enorme e spoglio, e qualsiasi cosa si trovi al suo intrerno, sarà isolata.

Penso a Giovanni Drogo, il protagonista de Il deserto dei tartari, di Dino Buzzati. Penso al modo in cui il deserto che tanto odiava alla fine lo abbia sedotto, i suoi spazi candidi ed illimitati abbiano finito per affascinarlo.

 “Dove mai Drogo aveva visto quel mondo? C’era forse vissuto in sogno o l’aveva ricostruito leggendo qualche antica fiaba? Gli pareva di riconoscerle, le basse rupi in rovina, la valle tortuosa senza piante né verde, quei precipizi a sghembo e infine quel triangolo di desolata pianura che le rocce davanti non riuscivano a nascondere.

(Dino Buzzati, Il deserto dei tartari)

Penso a come l’immensità della distesa di sabbia e pietre gli sia entrata dentro, coprendo la sua vita-prima-della-fortezza, rendendolo inadatto al mondo degli uomini. I ritmi dell’avamposto che si affaccia sul deserto settentrionale, di cui non si vede la fine l’attesa di un nemico inesistente come unico scopo di vita. È così sorprendente che poi Drogo non sia più riuscito ad adattarsi al suo vecchio mondo, il mondo al di qua del deserto, prima dei bastioni? Dopo tanto tempo, le uniche persone con cui riusciva a comunicare erano quei soldati soli come lui, gli stessi che, appena arrivato, gli parevano un popolo straniero ed ostile.

 “Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.

(Dino Buzzati, Il deserto dei tartari)

 

È una lunga corsa, e resti scoperto ed indifeso senza nessun altro che corra al tuo fianco, mio fratello di sangue

(Bruce Springsteen, Blood Brothers)

 

Eppure, nel deserto c’è anche dell’altro. O perlomeno si può dire che ci sia qualcosa. Attraverso ed oltre la sabbia e le rocce, al di là del vuoto, si può trovare un’immensa pagina bianca da riempire a piacere. Nella loro Desert Song, Edward Sharpe & The Magnetic Zeros rendono il deserto la meta di un viaggio di’iniziazione mistico, che ricorda vagamente la crociata del pistolero Roland nella saga della Torre Nera di Stephen King.

Come nell’antica tradizione fiabesca orientale, il deserto è un luogo di misteri e possibilità.

Sembravano essere della stessa idea i Camel quando, nel 1974, incisero il loro album Mirage. Il miraggio, una delle grandi insidie del deserto, è visto come uno spunto d’immaginazione. Le liriche, ispirate in parte alla narrativa di Tolkien, danno sfogo alle fantasie più sfrenate della band.

Nonostante il titolo esotico – e la copertina che riporta il famoso marchio di sigarette omonimo alla band –, Freefall, il brano si apre con una similitudine legata ad un fiocco di neve. Si canta una caduta in picchiata, che sembra perforare l’atmosfera, e che culmina con un’elevazione dello spirito diametralmente opposta alla caduta verso il basso. Inizia così il viaggio di fantasia. Un viaggio che, tra ballate medievaleggianti e suites in pieno stile progressive, accompagna l’ascoltatore in mezzo a gesta epiche e trip psichedelici. La monotonia della sabbia si tinge di colori nuovi.

Il che mi ricorda vagamente il lavoro di un artista francese di nome Jean Giraud. In arte, Moebius.

Quello che probabilmente è il suo più grande capolavoro dal punto di vista tecnico è Arzach, un volume di storie a fumetti brevi e prive di dialoghi, come se il fumettista volesse far parlare solamente le immagini, senza l’interferenza di parole che, lo sa, non farebbero che limitare le possibilità dell’immaginazione. L’osservatore si può divertire ad immaginare, dedurre, inventare tutto ciò che si nasconde dietro le tavole di Giraud. Queste tavole che, per stessa ammissione dell’artista, furono realizzate con le tempistiche e la cura che si potrebbero dedicare ad un quadro, trascinano l’osservatore in un mondo prevalentemente desertico; eppure, da sabbia e pietra non tardano a comparire forme e colori inimmaginabili, ultraterrene.

L’immaginazione di Moebius si (e ci) spinge al massimo, consapevole che dietro ad ogni roccia potrebbe annidarsi una qualche strana bestia, ferma lì da chissà quanto tempo, e che nascosta dietro ogni duna potrebbe  essere in atto una battaglia, il cui clangore di armi e corazze arriva alle nostre orecchie tramite i colori che vengono a cozzare contro i nostri occhi.

Come se spuntassero dalla sabbia stessa, bizzarre creature plasmano il mondo stesso in cui vivono, gli danno forme e colori che, benché impressi perennemente sulla carta, danno la sensazione di cambiare sotto i nostri occhi, di essere appena emersi e già in procinto di sparire.

Nicola De Zorzi