Brian Eno è una di quella cinque massimo dieci persone che nello scorso secolo hanno radicalmente influenzato la musica che ascoltiamo e che continueremo ad ascoltare nei prossimi anni. Aggiungiamo il fatto che è fra i pochi di quel gruppo di persone ancora attivi artisticamente e la sua figura raggiunge livelli quasi mitologici.

Non si smetterà mai di scrivere parole, pensieri e riflessioni sulla sua musica perché probabilmente siamo ancora molto lontani dal riuscirne a cogliere tutte le sfumature e i significati, tutti i ragionamenti che Eno ha voluto forgiare nelle sue composizioni della sua immensa discografia.

Una delle tante mutazioni che la musica di Brian Eno ha assunto nel corso degli anni è forse anche quella per cui è, paradossalmente, più noto al pubblico mainstream. Un genere che grazie ad Eno ha trovato un’identità precisa e che lui stesso ha definito “ignorabile quanto interessante”, musica noiosa, ma in senso buono.

La Musica Ambient deve funzionare su diversi livelli d’attenzione all’ascolto senza farne prevalere uno in particolo.
Note di copertina, Ambient 1: Music for Airports

Quindi, nel tentativo di limitare le infinite parole e riflessioni che servirebbero per affrontare anche solo un piccolo frammento della musica del nostro Brian, ecco un praticissimo (editorialmente parlando) elenco di paragrafi dedicati a quattro dischi presi dalla discografia di Eno. Quattro dischi che rappresentano cinque capitoli del primo “periodo ambient” del musicista inglese.
Dieci anni, dal 1974 al 1985, per un viaggio all’interno della nascita, anzi della definizione, di un genere.

Discreet Music. Fusione musicale

Evitiamo di imbrogliarci nei tipici ingorghi tecnico storiologici riguardo chi ha inventato cosa. Le menti musicali che hanno anticipato la musica ambient sono Erik Satie, John Cage e Karlheinz Stockhausen. Colui che definì quel genere, che ancora non esisteva se non in forme vaghissime, fino a dargli la forma che tutti noi oggi riconosciamo è Brian Eno. E successe tutto in maniere molto tragicomica.
Siamo nel 1974. A seguito di un incidente stradale Eno è in ospedale, con così poche forze da riuscire appena a muoversi. L’amico Judy Nylon lo viene a trovare con un piccolo regalo, un disco di composizione per arpa del diciottesimo secolo. Judy lo mette sul giradischi, saluta Eno e va via. Ma c’è qualcosa di piacevolmente sbagliato in quella musica e Brian se ne accorge subito. Il volume è troppo basso, i tocchi arrivano appena all’orecchio dell’infermo musicista inglese, che per ascoltare quella musica deve prestare attenzione altrimenti le onde sonore si disperdono nell’ambiente diventando un tutt’uno con esso.
Un’epifania musicale: musica che può essere ascoltata o non ascoltata. Per il musicista filosofo Brian Eno è una scoperta enorme. Esce nel 1975 “Discreet Music”. Cinquantaquattro minuti di fusione musicale: i sintetizzatori incontrano gli archi, la musica si fonde con l’ambiente, la libertà compositiva degli anni 70’ incontra il Canone in D Maggiore di Johann Pachelbel. Ma è un tentativo, un abbozzo riuscito ma non ancora completo. Per il vero balzo in avanti servirà aspettare ancora qualche anno.

Ambient 1. Atteraggio d’emergenza

Come poteva chiamarsi il disco che definiva la base della musica ambient se non “Ambient 1: Music for Airports”. È il 1978, Brian Eno ci trasporta dentro un aeroporto e poi in volo: le lunghe e noiose attese, il costante e indifferente brusio di sottofondo, le voci che si accavallano senza che nessuna prevalga sulle altre, l’anima che galleggia persa senza punti di rifermento, persa in quel fiume e in quei laghi che guardiamo dall’alto del nostro finestrino a diecimila metri di quota sopra il paesaggio della splendida copertina di “Ambient 1”. Difficile immaginare l’effetto dirompente che avrebbe avuto per le nostre orecchie questo disco se l’avessimo ascoltato negli anni 70’. Un disco che ancora oggi ci sembra proiettato nel futuro.
D’altronde dietro la progettazione di “Ambient 1” ci sono delle idee e dei meccanismi compositivi che solo Brian Eno avrebbe potuto estrarre dalle sperimentazioni con i registratori a nastro di Pierre Schaeffer degli anni 50’ per poi sfruttarle nella produzione di un disco destinato a un pubblico sostanzialmente pop. Le linee di sintetizzatore vengono registrate e poi reinserite nel mixer con dei piccoli cambiamenti assegnati in modo randomico da un equalizzatore. Il risultato è una rivoluzione musicale.

Apollo. Vuoto siderale.

Eno proseguirà le sue sperimentazioni ambient con gli altri capitoli “Ambient 2: The Plateaux of Mirror” del 1980 e “Ambient 4: On Land” del 1982, l’atterraggio, ma non sulla terra.
Nel 1983 esce “Apollo: Atmospheres & Soundtracks” in cui Brian Eno si avvale della collaborazione del fratello Roger Eno e di Daniel Lanois. I quarantotto minuti del disco sono composti per fare da colonna sono a un documentario della Nasa poi chiamato “For All Mankind”.
La musica di “Apollo” rispetta tutte le regole e le strutture che Eno aveva definito con la serie “Ambient”, ma con delle piccole e decisive eccezioni. Nel vuoto siderale dello spazio nell’orbita della luna non c’è rumore e quindi la musica deve mimetizzarsi ancora di più con questo nulla cosmico. Brani come “Matta” o “Under Star II” rappresentano il suono del nulla. La musica però in altre sezioni del disco prende le sembianze di un viaggio sognante verso le stelle, ed è proprio grazie alle più famose “An Ending (Ascent)” e “Stars”, che “Apollo” diventa un capolavoro di minimalismo melodico e compositivo.
Non dimentichiamo però che siamo negli anni 80’ e quindi bisogna strafare. Ecco che in un paio di brani spunta, nel paesaggio sonoro costellato da synth che si accavallano e lottano fra loro, la chitarra di Daniel Lanois ad accrescere quel senso di smarrimento e di vuoto spaziale.

The Pearl. Componente umana.

Il successo di “Apollo” ha dimostrato ad Eno che è possibile contaminare strutture ambient con suoni più convenzionali, senza perdere quella sensazione di galleggiamento e riflessione caratteristica della musica di “Ambient 1”. Quindi, con “The Pearl”, il viaggio di Eno torna alle origini con l’aggiunta di un tocco umano.
Il disco uscito nel 1984, prodotto insieme al compositore avant-garde Harold Budd e Daniel Lanois, risente fortemente sia dell’influenza del capitolo due della serie “Ambient” (composta da Eno insieme proprio ad Harold Budd) sia dell’influenza di Erik Satie e della sua “Musique d’ameublement”.
Sul solito contemplativo tappeto di synth torna la componente umana, un pianoforte che avvolge come una glassa dolcissima il sottofondo etereo. Un appiglio finalmente.
Il risultato è il disco più riuscito dai tempi “Ambient 1” che ci regala perle come la commovente “A Stream with Bright Fish”. Il ritorno, dopo “Apollo”, ad un panorama terrestre, umano, un ritorno a casa. Un disco che per Brian Eno chiude un ciclo (Il successivo “Thursday Afternoon” è più un album tributo alla sua stessa musica), che si riaprirà solo decenni dopo.

Con i più recenti dischi, Eno sembra essere tornato a quella stanza e quella musica per arpa dove tutto è iniziato, con risultati buoni in “Lux” del 2012 e con risultati meno buoni in “The Ship” del 2016. Noi però non possiamo non sperare in un altro passo avanti, e forse quel passo avanti Eno l’ha già fatto. Si chiama “Reflection”, il suo ultimo disco. Si chiama musica generativa.