Come sarebbe tornare a casa, dopo troppo tempo passato lontano, dopo qualcosa che ci ha ferito profondamente ma non abbiamo intenzione di raccontare? Immaginiamo di imboccare di nuovo strade piccole e dissestate, le stesse che un giorno ci hanno visto partire, carichi di fiducia commovente e convinzioni buone per i dopocena. E nel percorrerle rendersi conto come, nonostante tutto sia rimasto uguale, niente faccia più parte, davvero, di noi e nessuno sappia cosa siamo diventati, perché e quale traversa abbiamo scelto di imboccare.
Sarebbe la sensazione di “casa”, o qualcosa che le somiglia, ma graffiata dal silenzio di nessuna banda ad attenderci, di nessun banchetto, di nessun abbraccio. Sarebbe una questione fra noi e il nostro orgoglio, fra lo slancio di un futuro che sembrava a portata di mano e l’amara realtà di un passo indietro.

©Katrina Kepule
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©Katrina Kepule
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Katrina Kepule, ha confezionato, qualche anno fa, una serie fotografica stupefacente per rapidità d’impatto e al contempo per complessità di suggestioni che riesce a piazzare nella testa di chi guarda.  Una famiglia solerte di tarli, si insinua nei nostri pensieri e ci scava dall’interno, per mostrarci attraverso minuscoli oblò, il senso ambiguo di un ritorno. Nell’intento di registrare la commistione fra presente e passato (quello sovietico e quello del Risveglio Nazionale), nei riti quotidiani delle sub-culture che circondano la periferia lettone, compie un viaggio alla ricerca della propria identità.

©Katrina Kepule
©Katrina Kepule
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Approda in un luogo conosciuto, dove il tempo sembra andare a singhiozzi, ma la sensazione che traspare non è quiete, piuttosto un rallentare innaturale, eccessivo, uno slow motion, in cui le situazioni si scoprono ambigue, l’attenzione il più delle volte negata e i pochi sguardi che incontriamo, di uomini o animali, sembrano delusi e soli.
C’è un senso di enorme distanza in questi scatti: una periferia sia geografica («If, for example, one looks from the East, Kengarags is on the periphery of Riga, Latgale is the periphery of Latvia, and Latvia is the periphery of Europe», chiarisce la Kepule nella descrizione di questo lavoro), che interiore, dove ogni persona ha un abisso che la divide da quella che le sta al fianco.

©Katrina Kepule

©Katrina Kepule
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Ma la bella contraddizione di queste immagini è che presentano anche una melodia sotterranea di profonda dolcezza e delicatezza, una sorta di rumore bianco sottocutaneo, che instaura un legame fra luoghi, soggetti e la stessa Katrina che li osserva, restituendo quel senso agrodolce di familiarità di cui parlavo all’inizio. Quel non sapere più a quale posto si appartiene fino in fondo, quella sensazione di zattera alla deriva, sopra un mare piatto. Figli di un microcosmo amaro, persino disturbante, ma comunque, inevitabilmente, noto. Il suo sguardo è una falena, che cerca di tenersi disperatamente sicura sotto una luce debole, a tratti incerta e quel suo cercare si aggrappa a segni remoti che vagano come pesci lanterna nelle profondità del mare.

©Katrina Kepule
©Katrina Kepule
©Katrina Kepule
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C’è credo, dietro a tutto questo, un’urgenza struggente di catturare con la fotocamera ritagli da poter conservare per i giorni a venire, come se l’azione di catturarli li rendesse comprensibili e in ultima istanza, garantisse di possederli.
E questo mi ricorda Gianni Celati, in uno scritto (Verso la foce) nato appositamente per l’amico fotografo Luigi Ghirri, nell’ambito di un’avventura fotografica che ha segnato la storia del medium in Italia e ha reinventato il concetto di paesaggio (Viaggio in Italia, 1984).
Celati dice qualcosa che non mi stancherò mai di ricordare, citare o rileggere ad alta voce. Mi scuso quindi se ritroverete altrove nei miei testi questo splendido estratto, ma per qualche ragione mi sembra faccia parte della stessa famiglia di inquietudini, che ritrovo negli occhi di questa fotografa lettone:

«Ore 20,30. Continuano a guardare il mare come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro; si direbbe che aspettino la fine del mondo gli etologi tedeschi, qui al limite estremo della pianura. Ci hanno mescolato le anime e ormai abbiamo tutti gli stessi pensieri. Noi aspettiamo ma niente ci aspetta, né un’astronave né un destino. Se adesso cominciasse a piovere ti bagneresti, se questa notte farà freddo la tua gola ne soffrirà, se torni indietro a piedi nel buio dovrai farti coraggio, se continui a vagare sarai sempre più sfatto. Ogni fenomeno è in sé sereno. Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo» [1].

©Katrina Kepule
©Katrina Kepule
©Katrina Kepule
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Credo di aver già detto e immaginato troppo riguardo a fotografie come queste, c’è chi obbietterebbe che sto romanzando.
Probabilmente sì.
Dove le parole finiscono, come strade interrotte, non resta altro da fare che fermarsi. Annusare un po’ l’aria come un cane inquieto e poi sedersi a gambe incrociate nel mezzo delle nostre considerazioni più o meno razionali. E scegliere infine, fra due prospettive possibili: uno sguardo verso il basso a mettere insieme, come mattoncini di costruzioni, i pochi segnali raccolti, per dare una struttura organica ai pensieri; o al contrario alzare mento, naso, occhi e lasciare che il processo di addomesticamento, con le cose che ci circondano, si compia naturalmente, che siano le cose intorno a venirci incontro con temperamento docile.

Vedo un segnale dal buio sul mare. Questa notte la cometa Tempel 2 passerà al perielio. La forza di gravità si sente più intensamente di notte, si può arrivare a sentire che tutto sprofonda. Dormiamo in macchina, io ho imparato a scrivere al buio. [2]

©Katrina Kepule
©Katrina Kepule

Sit Silently è un’abbreviazione della catena di suggerimenti, che comunemente restituisce Google, quando si vuole fare una ricerca riguardo all’idea del “sedersi”: Sit silently /sit silently doing nothing / we sit silently and watch the world / we sit silently and watch.
Il concetto molto semplice che accomuna questi brevi periodi è l’inazione, la sospensione del giudizio e di ogni possibile considerazione, per fermarsi a contemplare la vita. Quello che suggerisce la stessa Katrina, citando Kafka nell’introduzione al proprio lavoro, è che, davanti alla nostra condiscendenza, il mondo non indosserà maschere e si offrirà arreso alla nostra comprensione.
Basterà saperlo ascoltare e imparare, nel buio, a scrivere.

Alessandro Pagni

[1] G. Celati, Verso la foce, Milano, Feltrinell, 2001, p.140.
[2] G. Celati, Ivi, p.131.

Katrina Kepule, Sit Silently: https://m.youtube.com/watch?v=wgt1K4F4g4U&feature=youtu.be

Ascolto: Eddie Vedder, Out Of Sand