Non provate a etichettare Jlin come artista footwork. La musica di Jerrilynn Patton, nata e cresciuta a Gary, in Indiana, alle porte di Chicago, è un’anomalia nel panorama elettronico contemporaneo. In un paio d’anni, dopo il suo debutto nel 2015 con il disco Dark Energy sulla PlanetMu di Mike Paradinas (o meglio µ-Ziq), ha saputo definire lei stessa un suo territorio sonoro, confinante con decine di altri generi e influenze. Le solide fondamenta per questa nuova casa le ha gettate poco più di un anno fa con Black Origami. Ora Jlin comincia a tirare su le prime pareti.

Non provate neanche a etichettare Autobiography come un disco (anche se noi qui lo faremo). Il progetto è nato come colonna sonora per l’omonimo spettacolo del coreografo inglese Wayne McGregor e si piazza in una posizione anomala nella discografia di Jlin. Una sonorizzazione, un esperimento o forse un’occasione per allontanarsi ancora di più dalle origini footwork e mettere a punto, soprattutto dal punto di vista della struttura generale, delle formule da utilizzare nel prossimo disco.

Jlin parte dalla palette sonora di Black Origami e la espande. I ritmi schizzati di “The Abyss of Doubt”, composti da materiale acustico e digitale imploso e da affilate schegge di sample, colpiscono e stordiscono l’ascoltatore, così come i tradizionali lead dell’elettronica più commerciale sagacemente distorti, che si fanno spazio fra sub bass infossati e percussioni sintetiche incessanti nella coppia “Annotation” e “Permutation”, lo disorientano come solo i migliori lavori Drill and Bass anni ’90 riescono a fare. C’è Aphex Twin, ovviamente, che nel suo ultimo lavoro richiama le declinazioni footwork di Jlin, ma anche la precisione ritmica di Squarepusher.

È quel lato della Patton che conosciamo bene, quello che le ha fatto conquistare in pochissimo tempo un posto di rilievo nel mondo elettronico. Poi ce n’è un altro, antitetico, in cui i punti di riferimento si fanno più rarefatti. È il lato più ambient e minimalista che viene fuori nella riuscitissima “Carbon 12” e in “First Overture (Spiritual Atom)”, ma anche, con risultati non eccelsi, nella coppia di interludi. Qui le sezioni ritmiche martellanti lasciano spazio ad arpeggi più o meno marcati di marimba, pianoforte e chissà quale altro strumento, field recordings e lunghi eco senza origine precisa.

Senza origine precisa sono anche le tantissime contaminazioni che Jlin assorbe e combina: dal particolare utilizzo dei sample vocali di “Unorthodox Elements” all’ipnotico loop di melodie indiane di sārangī alternate alle note pungenti dei violini in “Kundalini” fino al minimalismo dissonante alla Steve Reich/Philipp Glass di “Anamnesis, Pt. 1”. Il tutto condito con atmosfere, a metà fra l’urbano e l’esotico, vicine ai paesaggi sonori di Burial. Ma questo tutto non sempre, soprattutto se si guarda Autobiography dall’alto, si amalgama nel modo migliore. Il ritmo generale del disco ha spesso frenate, lungaggini e accelerazioni improvvise che ne tradiscono l’origine di colonna sonora e appesantiscono l’ascolto.

Forse la migliore definizione di Autobiography è quella di laboratorio discografico ed etnografico. E come in tutti i laboratori anche qui la confusione regna sovrana. Ma è il caos e non l’ordine che dà vita alle esperienze migliori. Jlin ha già dimostrato in passato di riuscire a dominare e plasmare i suoni e i ritmi più caotici. Ora ha davanti a sé un’altra sfida: quella di ampliare ancora di più i confini del suo territorio sonoro. E noi non vediamo l’ora di entrarci.