«Per orrore si intende un sentimento di forte paura e ribrezzo destato da ciò che appare crudele e ripugnante in senso fisico e morale»

(Wikipedia)

 

«Impressione violenta di ribrezzo, di repulsione, di spavento, provocata nell’animo da cose, avvenimenti, oggetti, persone che siano in sé brutti, crudeli, ripugnanti e simili»

(Enciclopedia Treccani)

 

Ora che i dizionari ci hanno offerto l’esattezza inconfutabile delle definizioni, proporrei di mettere da parte i termini tecnici e concentrarci  piuttosto sulle sensazioni.

Parliamo di orrore? La prima cosa che mi viene in mente è un bambino: avrà dieci anni o poco più, ed è rimasto sveglio fino a tardi, con la testa nascosta sotto il lenzuolo a gonfiare sul letto una sagoma di fantasma; è rimasto sveglio a leggere qualcosa che ha rapito la sua fantasia e l’ha trasportato in luoghi inesplorati, angoli bui che i suoi genitori – che sanno come funzionano queste cose – gli avevano espressamente vietato di esplorare. È rimasto sveglio fino a tardi di propria spontanea volontà, senza curarsi del fatto che ora rimarrà sveglio ancora a lungo, che lo voglia o no. Quando appoggerà la testa sul cuscino e proverà a chiudere gli occhi, la sua immaginazione lo tradirà. Ogni rumore, ogni scricchiolio d’assestamento della casa lo farà trasalire; cerca di controllare il proprio respiro, evitando suoni che tradiscano la sua presenza a qualsiasi cosa stia strisciando fuori dal suo rifugio di cotone. Per nulla al mondo spegnerebbe la lampada accesa sul comodino, la cui luce, assieme allo scudo delle coperte, lo protegge: il pensiero del buio è insostenibile. Eppure, quando osa socchiudere appena gli occhi, vede le ombre altrettanto minacciose proiettate dalla lampada, che la sua mente alterata dalla paura e dalla stanchezza immagina in movimento, sempre più vicine…

Esasperato, si decide: con uno strattone scosta le lenzuola e si mette seduto, guardandosi intorno con gli occhi spalancati. Ovviamente, non c’è nulla. Ora, i rituali per dormire tranquillo – o quantomeno provarci – sono molto specifici. Innanzitutto, accendere la luce principale (non ci si può certo aggirare per la stanza in penombra). Poi, avvicinarsi di soppiatto alla porta della stanza e chiuderla per bene, a chiave se necessario. Infine, il gesto più coraggioso e difficile: aprire l’armadio e controllare che non vi sia nulla; se il risultato è positivo, ripetere il procedimento sotto il letto. Abbassarsi, mettersi carponi, piegare lentamente la testa finché non è parallela al pavimento, trovare la forza di guardare…

Anche lì, nulla. È naturale, ma lui non lo sa. Incerto, si rimette a letto, spegne la Grande Luce e i chiaroscuri della lampada da comodino tornano a regnare. Si avvolge di nuovo in coperte e lenzuola, fin sopra la testa, come una mummia, cerca di controllare il respiro. Fa forza su se stesso per addormentarsi.

Vi è mai capitato di sentirvi così? Personalmente, era il mio pane quotidiano. Certo, non faccio testo, visto che da bambino perfino i Piccoli Brividi mi inquietavano (non sto esagerando), ma credo che praticamente chiunque, in tenera età, abbia subito il fascino dell’orrore, che si trattasse di guardare un filmaccio di serie B – rigorosamente di nascosto – in seconda o terza serata in un weekend d’estate, o di mentire sullo spettacolo che si andava a vedere al cinema con un impavido amico, o di leggere un libro sospetto prestato da un qualche familiare particolarmente sadico.

Erano principalmente due i fattori che rendevano magico il rapporto con l’orrore (ma chiamiamolo pure horror, va’, e iniziamo ad intenderlo come genere) a quell’età: il primo era il fattore-divieto: ho dovuto aspettare l’adolescenza prima che i miei genitori mi permettessero di divertirmi con prodotti del genere (memori delle numerose nottate infantili spese nel lettone parentale per una paura che mi ero preso, anche solo vedendo la pubblicità di un thriller alla tv). Il secondo, come dicevo, è il fattore-immaginazione: senza una logica razionale, è difficile pensare “È una storia di fantasia: queste cose non succedono nella realtà”. Così, nel bene e nel male, terrori e meraviglie sembrano sempre essere dietro l’angolo, in un armadio o sotto il letto, nel bosco dietro casa, nella cantina buia e umida in fondo alle scale.

Ora, torniamo alla parola. Aiutandoci con esempi di genere offertici dai media, come potremmo descrivere l’orrore?

Credo che un buon punto di partenza possa consistere nel fare una distinzione: la distinzione tra paura e spavento.

Iniziamo dal secondo: di cosa si tratta? Si tratta di un espediente. Un mezzo facile per creare momenti di tensione, per farti saltare sulla sedia (il termine inglese “jumpscare” per questo rende anche meglio). Ma poi cosa succede? Lo spavento passa e ti metti a ridere, ridi per alleviare la tensione e ridi di te stesso per essere cascato nella trappola del regista di turno.

La Paura è qualcosa di ben diverso. Resta dentro, ti tormenta a lungo. È quella cosa che ti fa tornare il bambino terrorizzato sotto le coperte, pronto a sobbalzare ad ogni minimo suono; incapace di addormentarti. Qualcosa in grado di aggrapparsi alle tue corde più intime, e di pizzicarle e fenderle per produrre melodie ossessive.

Non aveva bisogno di jumpscares Nosferatu il vampiro, capolavoro di Murnau e capostipite del genere. C’erano giochi di luce ed ombra sul grigio e sul nero, in grado di rendere minacciosi un castello, una nave, una montagna; c’era l’angoscia espressionista, che trasudava da ogni inquadratura; e c’era la minaccia inesorabile del vampiro, sempre pronto ad assalire la sua preda come una bestia selvatica.

L’Orrore dovrebbe scuotere: stravolgere tutto ciò che ci è familiare e rivoltarcelo contro: deve farci credere fermamente che ci sia qualcosa in quella cantina che conosciamo come le nostre tasche e che sappiamo essere assolutamente sicura e normale, deve farci credere che lì sotto ci sia qualcosa che normale non è.

Provi orrore quando la realtà sicura a cui eri abituato si deforma fino a diventare grottesca e pericolosa. Alcuni degli esempi più efficaci in tal senso sono offerti da David Lynch.

 «La mia infanzia era fatta di case eleganti, strade fiancheggiate da alberi, il lattaio, i cortili nel retro dei palazzi, il ronzio degli aerei, i cieli blu, le staccionate, l’erba verde, i ciliegi. L’America media come si pensa che sia. Ma dai ciliegi sola fuori la resina, a volte nera a volte gialla, con milioni di formiche rosse che ci strisciano sopra. Mi sono accorto che se si guarda un po’ più da vicino questo mondo meraviglioso, sotto ci sono sempre delle formiche rosse.»

(David Lynch, Io vedo me stesso)

Così l’ambiente familiare si apre come il carapace di un insetto morto, come i tronchi dei ciliegi; e quello che vi si nasconde non può che sconvolgerci, frantumando la realtà a cui siamo abituati.

Per questo il filone delle case stregate ha sempre avuto un seguito piuttosto nutrito: chi si è dedicato a questo sottogenere era pienamente consapevole del potere disturbante dei luoghi domestici diventati improvvisamente ostili. Naturalmente, questo ha dato spazio a tutta una serie di cliché che hanno degradato il genere, banalizzando e svilendo concetti una volta originali. Insomma, quanto possiamo assistere senza stufarci a porte che sbattono, oggetti che si spostano, sagome sfocate viste con la coda dell’occhio? Come si fa a rendere una casa spaventosa, come si fa a farci sentire sul serio invasi, infestati?

 «Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.»

(Shirley Jackson, L’incubo di Hill House)

L’incubo di Hill House è probabilmente la miglior lezione in tal senso. La casa non è semplicemente il palcoscenico in cui le vicende degli attori si consumano: essa diventa il riflesso della psiche stessa della protagonista Eleanor, una donna incapace di maturare e sempre assoggettata a volontà più forti della sua. La stessa casa, sbilenca, costruita secondo principi deviati e surreali, rappresenta il labirinto psichico della donna.

 «“La paura,” disse il dottore, “è la rinuncia della logica, la rinuncia volontaria ai sentieri della ragione. Cediamo ad essa oppure la combattiamo, non c’è una via di mezzo.”»

Eleanor sembra essere l’unico ospite della casa a risentire dell’influenza delle presenze che la abitano; solo lei viene posseduta. Questo perché quelle presenze non sono altro che una manifestazione della follia della donna; presenze la cui vera vittima è il lettore, il solo in grado a comprendere di non trovarsi di fronte a spettri e demoni, ma al mostro della follia, il più terrificante di tutti.

Legata alla deformazione degli spazi familiari, c’è senza dubbio la profanazione dell’innocenza, che può avvenire in due modi.

L’innocente può essere vittima di una forza malefica che desidera fargli del male (il clown Pennywise è tanto più terrificante in quanto le sue vittime sono dei bambini; questo lo rende ai nostri occhi il mostro per eccellenza, perché assassino di creature che sono per antonomasia innocenti.)

Altrimenti, l’innocente può essere il veicolo di questa forza. Sempre restando in tema di It, uno degli aspetti che maggiormente turbano il lettore è la crudeltà intrinseca di ragazzini come Henry Bowers, che nei loro pochi anni di vita covano in sé un mostro terribile.

Ma un altro esempio meraviglioso ci è offerto da L’esorcista, film di William Friedkin tratto dal romanzo di William Peter Blatty.

L’idea di un demone che ci profana, prendendo il possesso del nostro corpo ed annullando completamente la nostra volontà, è già spaventosa di per sé (e rappresenta un discorso simile a quello fatto sulla Jackson e sulla follia). Uniamo a questa la possessione ai danni di una ragazzina, sulla quale si riflettono le paure e i drammi degli altri protagonisti: la paura della madre di fronte alla trasformazione della figlia, i conflitti interiori di Padre Merrin; il terrore nato dal trovarsi faccia a faccia con qualcosa di spaventoso e – soprattutto – ignoto che si è sostituito all’innocenza.

Questa trasformazione è resa con immagini forti e disturbanti: il film è forse l’esempio più lampante di come non ci sia bisogno di spaventare, quando si può terrorizzare.

 

Prima si parlava di toccare corde, giusto? Del resto, non si può dire che il fattore sonoro, quando si tratta di generare terrore, sia esattamente secondario.

Un saggio una volta mi disse che metà dell’inquietudine instillata dalle scene di Lynch sarebbe andata a farsi benedire, senza l’accompagnamento di Angelo Badalamenti. E non posso proprio dargli torto.

Pare che nei sogni non ci sia sonoro: al risveglio non ricordiamo mai con chiarezza le voci che abbiamo sentito, e non siamo neppure certi di averle riconosciute mentre eravamo ancora immersi nel sogno. Di certo non è facile dare al sogno un’impressione musicale. Eppure, sono abbastanza certo che un delirio onirico potrebbe suonare all’incirca così.

Se lo spavento è un’espediente, della musica che in un’opera crei tensione non lo è: è una tessitura, è l’affresco di un’atmosfera che va creata con precisione maniacale. È importante quanto i dialoghi e le ambientazioni; diventa protagonista e antagonista, diventa parte indissolubile dell’opera. Nel film Psycho, il celeberrimo tema di Bernard Herrmann è indispensabile a creare la giusta tensione, e tese sono le note di violino, ripetitive e taglienti come coltellate.

Allo stesso modo, l’arrivo della minaccia invisibile dello Squalo di Spielberg potrebbe creare la stessa angoscia senza il martellante crescendo composto da  John Williams?

La musica riflette le scene, le potenzia, o magari le distorce; i suoni doventano oscuri e disturbanti quanto le immagini che abbiamo visto. E sono pronti a tradirci: quando finalmente siamo riusciti a calmarci, rimuovendo a forza dalla nostra mente quelle immagini che ci hanno così sconvolto, allora un suono, poi una melodia, si risveglia in un angolo del nostro orecchio, come una zanzara in una notte d’estate, impedendoci di dormire.

Nicola De Zorzi