Nulla si crea, tutto si trasforma. Il jazz, per necessità e a causa del corso naturale degli eventi, dalla sua nascita ha attraversato epoche e movimenti politici e artistici (fondamentale la sua influenza sulla produzione letteraria della Beat Generation e sulla pittura di Jackson Pollock), talvolta diventando diretta espressione di disagi sociali e strumento di denuncia in anni di opprimente depressione e repressione; alimentandosi così con le più disparate influenze culturali, ancora oggi continua a mutare incessantemente e ad ogni tappa evolutiva provoca irrimediabilmente uno scisma tra musicisti convertiti, o anche semplicemente affascinati, al ‘nuovo movimento’ e, ovviamente i nostalgici del ‘vecchio’.

Se nel 1970 quel genio di Miles Davis raggiunse l’apice della mescolanza di universi e dello sconcerto del pubblico con quel capolavoro che è Bitches Brew, Robert Glasper il ‘top’ lo ha raggiunto nel 2012 con un album incredibile, partendo dalla colonna vertebrale qual è il jazz e sconfinando nei generi black più disparati, apparentemente agli antipodi, ma congiunti alle origini dalla matrice afroamericana. Infatti son tutti figli della stessa madre, ma Glasper già lo sapeva.

Nato a Houston, in Texas, nel 1978, Robert Glasper intraprende il percorso di studio del pianoforte spronato dalla madre, cantante e pianista gospel, prosegue alla High School for the Performing Arts nella sua città natale e dopo si trasferisce a New York, per studiare musica alla New School University nel quartiere di Manhattan. A studi ultimati, Glasper si è già creato un’estesa ragnatela di contatti e collaborazioni, alcune delle quali continueranno negli anni, come quella con Yasiin Bey as known as Mos Def.

Nel 2004 debutta con Mood, capace di conquistare la leggendaria etichetta Blue Note Records, per la quale realizza tre album, accompagnato da un  trio acustico: Canvas nel 2005, In My Element nel 2007 e Double Booked nel 2009, da cui prende vita anche la formazione elettrica parallela Robert Glasper Experiment, con il batterista Chris Dave (attualmente sostituto da Mark Colenburg), il bassista Derrick Hodge e Casey Benjamin al vocoder e sassofono. Fino a questo momento l’impronta del jazz è sempre protagonista assoluta nel curriculum sonoro del pianista.

E’ solo nel 2012 che, con la stessa formazione, avviene il salto di qualità che vi avevo anticipato con un meraviglioso prodotto di ultra contaminazione: Black Radio. Il titolo è molto eloquente; Il gruppo procede con una serie di collaborazioni con artisti di rilievo delle più diverse scene musicali: da Erykah Badu (con cui incide Afro Blue, what else?), a Meshell Ndgeocello, Solange (complice di una bellissima cover di Twice), Lupe Fiasco e molti altri, coinvolgendo e sconvolgendo il jazz e i suoi derivati, quali: Soul, R&B, Hip Hop, Blues, perché, come dichiara Glasper stesso: “La mia gente ha donato così tanti generi musicali, quindi per quale motivo dovrei confinare me stesso ad uno soltanto? Voglio esplorarli tutti”.

Togli di qui, metti di qua, geniale, fatto.

Notevole la rivisitazione di Smells like teen spirits, incubata in una dimensione lounge  e delicatamente ‘robotica’,  con dense sfumature R&B che aleggiano nei nostri apparati uditivi.

Un lavoro validamente ricompensato quello degli Experiment, visto che è valso loro un Grammy Award per Best R&B Album nello stesso anno, ed è stato un riconoscimento ricevuto per la seconda volta poi nel 2014 per la miglior performance tradizionale R&B con Jesus Children. Lo stesso album è stato poi rilasciato con versioni remix sempre edito da Blue Note, con il titolo Black Radio Recovered: the Remix EP.

Ma Glasper non è ancora soddisfatto e riconferma il successo precedente con il valido successore Black Radio 2, stavolta in collaborazione con Snoop Dogg, Norah Jones, Emeli Sandè e molti altri artisti, logicamente senza abbandonare la vincente chiave sperimentale.Nel 2015, dopo due anni di meritato riposo e silenzio, si ritorna alle origini e il pianista registra un album live con il trio acustico dei primi dischi: Covered.

Ma non è tutto: in contemporanea partecipa alla realizzazione dell’album How to pimp a butterfly di Kendrick Lamar e modella un universo nel quale frulla e ricompone in chiave personale alcune opere del suo idolo Miles Davis (ma tu guarda), sempre in connessione con particelle della black music moderna. Mai questi due rivoluzionari personaggi sono stati più vicini… sempre mantenendo le dovute distanze, chiariamo. Esce così a maggio 2016 Everything’s beautiful, che ha raccolto voci come quelle di Stevie Wonder, Erykah Badu, John Sconfield, Bilal e altri ancora, prodotto ad hoc come soundtrack per il film biografico Miles Ahead, diretto e interpretato da Don Cheadle.

Solo lo scorso settembre, in occasione dell’uscita dell’ultima fatica di Glasper e compagnia, abbiamo potuto constatare come abbiano abbandonato (temporaneamente?) il  format delle collaborazioni all-star, cantando loro stessi tutti i brani. Probabilmente anche per questo motivo siamo in grado, ascoltando ArtScience, di apprezzare a tutto tondo le potenzialità degli Experiment; non solo dal punto di vista degli arrangiamenti (strabilianti), ma proprio dalla quasi totalità di tracce originali e inedite – eccezion fatta per Human di Jimmy Jam e Terry Lewis –  finalmente in qualche modo riusciamo a risalire la pura identità compositiva del gruppo, che sembra aver preso il largo diretto verso altri lidi. Pur gravitando sempre e comunque intorno al jazz, questa volta i RGE lasciano da parte hip hop e R&B  per concentrarsi su suoni tipicamente fusion, venature funky e soul anni ’90, che fanno da cornice a delle linee vocali completamente inquinate dall’uso eccessivo di synth (ma noi glielo perdoniamo).

Puristi, non abbiate fretta nel trarre le vostre conclusioni, Glasper è una gemma rara e meritevole di un ascolto approfondito. Il jazz è multiforme, malleabile, espandibile, esperimento. Sperimentatelo nelle vostre orecchie, se questo nome non vi era ancora noto.