Le donne hanno faticosamente conquistato la musica così come hanno fatto con la sessualità e con l’espressione della propria identità artistica senza “filtri differenziati”. Quando le lotte e le dimostrazioni di forza più importanti hanno incontrato soddisfazioni, compromessi e diritti, è sembrato come se l’audacia femminile fatta musica e parole si sia andata assopendo fin quasi all’autonegazione attuale. In breve, pare che tutta quella battaglia musicale a “lacrime e sangue” non abbia dato i frutti sperati.

Da una battaglia silenziosa portata avanti urlando al microfono il proprio disagio. Negli anni Sessanta, Nina Simone, una delle cantanti – se non la cantante – della lotta alla segregazione razziale negli States rappresenta un degno punto di partenza. Numerosi sono i messaggi più o meno espliciti contenuti nei brani che ha interpretato. Si può dire che la sua voce ha in qualche modo “marciato” con Martin Luther King. Ma dietro quella voce nera – anzi nerissima – si nasconde una storia di maltrattamenti e violenze domestiche. In questo caso si tratta di un talento prestato ai movimenti di massa per vincere una battaglia per i diritti, vinta e ultimamente di nuovo in discussione. Ma è un talento che non ha vinto la lotta personale contro le violenze subite nella vita privata. Si trattava di un mondo, quello attorno a Nina, troppo indietro per lei: un momento storico in cui forse bianchi e neri potevano viaggiare sullo stesso mezzo di trasporto ma dove le donne potevano essere picchiate impunemente dai propri mariti. L’uguaglianza di trattamento di qualunque colore della pelle si trattasse è l’uguaglianza peggiore. Sotto gli occhi di quel mondo passeranno storie belle e tremende di artiste blues e jazz – come anche quella di Billie Holiday – ancora incastonate dentro un canale espressivo ancora troppo limitato.

Passando per l’affermazione dell’artista davanti la donna. Dagli anni Settanta, in un contenitore commerciale e visivo forte come il Rock, il cambio di passo è decisivo. L’eredità di quella musica urlata, femminismo cantato pionieristico ma ancora oppresso, viene raccolta da quella generazione di artiste che hanno smesso di avere paura. O almeno così pare dalla forza e dalla convinzione del proprio messaggio di libertà sessuale o spirituale oltre che di indipendenza dall’immaginario che vede la donna oggetto della canzone. La donna è soggetto della musica, la donna ha smesso di voler scopare con l’idolo rock di turno: la donna vuole essere l’idolo. E così furono Janis Joplin (a parte il tragico epilogo) e Patti Smith, messaggere di una rivoluzione culturale che poneva uomini e donne sullo stesso piano. E non dimentichiamoci delle Heart: tutte stelle certamente inserite in un contesto in cui emancipazione femminile e sessualità libera erano socialmente accettabili.

Fermi sul paradosso della libertà: così liberi da scegliere di rifiutare la libertà. Sulla scia di una Madonna detentrice dell’apice massimo di rivendicazione femminile nell’espressione artistica e “indipendentistica” durante gli anni Ottanta (e oltre) – anche a causa di una fortunata coincidenza socio-culturale tra orgoglio del corpo e libera manifestazione di sé – è stato prematuro il canto di vittoria. Forse i sinuosi balletti di Miley Cyrus che lei stessa ha dichiarato essere come un messaggio di “non aver paura di fare ciò che si vuole” hanno convinto tutti che il femminismo è fare qualunque cosa senza problemi. E allora cos’è il femminismo? Esiste ancora questa lotta nella musica? Di sicuro esiste la pretesa di essere veicolo dei principi di libertà e qui ci si può rifare a quel corpo femminile denudato, prima nudo commerciale adesso protetto dall’ala protettrice della libertà, questa sconosciuta. Ma esiste quella spiacevole corrente di pensiero che compie un’involuzione rispetto al corso degli eventi di emancipazione e di consapevolezza femminile, passo indietro compiuto in maniera esemplare da Lana Del Rey e dall’altra straordinaria cantante quale Rihanna: la differenziazione dei ruoli tra maschio e femmina e l’accettazione della “dolcezza aggressiva” se non addirittura violenta. E siamo giunti all’assurdo di un percorso lento, faticoso, acceso da brevi fiammate ed estinto con la schiuma del dolce farsi maltrattare dall’uomo. Bando a ogni buonismo o vittimismo. Bastano le interviste e i testi dei brani (cioè tutto il materiale rilevante).

Le leggi sull’aborto e sul divorzio, il lavoro tutelato e gli studi universitari hanno certamente migliorato le condizioni generali della Donna. Accolti da applausi i nudi televisivi e ravvisati come orgogliosi appelli alla libertà totale – e si scateni il putiferio nel caso se ne accusi lo scopo lucrativo – la fitta nebbia del femminismo fasullo ha coperto sotto il tappeto del diritto femminile un passato di convinzioni per il cambiamento del mondo a suon di uguaglianza e parità, niente a che fare con la libera nudità (tutto qui il contrasto al maschio?) e la libera prigionia (quel fastidioso e pericoloso “anche se mi picchia lo amo”). In conclusione, sul mondo musicale al femminile possiamo rintracciare un sacrificio vano delle vecchie signore del pop: tutta quella sofferenza doveva servire a non permettere che altre donne la provassero. Invece…

Alle volte per scegliere di andare avanti è necessario tornare sui propri passi(Luca Mosca)