Esiste una dimensione dove una confusa giungla di trasmissioni pirata, nel cuore di una megalopoli satura di bassi pesanti, passi costanti e sirene che strillano, si connette in modo naturale con il cosmo paillettato del funky, sovrano delle disco, e con l’ordine stellare del fusion jazz. Ave Hancock.

È un universo magico dove l’Islamofobia non mette piede, dove il valore nominale è nullo, dove l’arabo può scintillare sulla copertina di un album senza che né lo sguardo terrorizzato di un qualunquista, né il suo dito, inneggino a una caccia alle streghe del deserto, ma anche dove una riforma nazionale o un presidio mondiale di xenofobi non sono in condizioni di contrastare questo cocktail etnico in evoluzione.

Tutto questo nasce con il nome di Yussef Kamaal.

Nel 2007, nel Sud-Est di Londra, due strade, sulla terra di un destino comune, si incrociano per la prima volta: i passi sono quelli di Yussef Dayes e Kamaal Williams (aka Henry Wu), seguaci del beat di fuoco di Kaidi Tatham e dell’armonia sbilenca di Thelonious Monk, i quali influenzano enormemente la concezione dello strumento nei due ragazzi, musicisti autodidatti.

I loro primi concerti si tengono a Peckam e a Camberwell con le loro rispettive band, quando i due sono ancora dei ragazzini, suonando insieme a intermittenza (Dayes è batterista nei United Vibrations); a causa del vario background culturale, la loro naturale inclinazione alla contaminazione è subito percepibile e si ripercuote costantemente sul loro materiale solista, come si può constatare ascoltando una delle prime uscite di Wu, Stir Fry Beats.

Proprio durante le prove per un live set di Wu per Boiler Room, con Dayes alla batteria scaturisce un’intesa ai confini della telepatia: Williams suona progressioni improvvisate, il suo compare sembra conoscerle accordo per accordo e lo accompagna eccellentemente.

Questa prima esperienza è fondamentale, come le altre che si succedono,  per il concepimento del progetto contemporaneo; al che i due decidono di unire i loro due nomi di battesimo, diventando così Yussef Kamaal, con tutte le probabilità anche in omaggio al pittore egiziano Kamal Youssef, grande avanguardista attivo da oltre settant’anni ed uno dei primi artisti musulmani ad esporre in Occidente.

Trasportando la loro chimica dal live set allo studio di registrazione la magia si ripete, sputando fuori il full-length Black Focus, uscito sotto l’etichetta Brownswood di Gilles Peterson.

Non è tanto questione di arrangiamento, quanto di flusso. Un sacco di brani nascono spontaneamente  – Henry suonerà due accordi, io mi incastrerò nel groove e lasceremo che [il brano] si arrangi naturalmente.

Come un dono dell’universo, Yussef Kamaal è un unico individuo in cui due anime creano costellazioni con l’ausilio di un Rhodes, un drum set e un gruppo di amici nati sotto il segno del talento, incluso il sassofonista Shabaka Hutchings.

Il basso funky è co-protagonista ‘fantasma’ delle improvvisate composizioni, sempre borderline tra urban e fusion jazz, insieme alle intuizioni spaziali di Henry Wu e alla infuocata batteria di Dayes.

È una dimensione sovrannaturale, quasi antica, che porta la nostra immaginazione ad assistere a riti ancestrali diretti alle stelle, in presenza di creature celesti occulte, che culminano in danze primordiali.

E’ davvero un viaggio eccitante, tra citazioni del passato di Hancock e Mahavishnu Orchestra, e completamente immerso nel mondo attuale, dal quale non c’è però modo di fuggire, perché, come asserisce Wu: “There is no escape, reality is everywhere”. Perfino nella musica.