Nel mio immaginario tour attraverso gli Stati Uniti ho finora toccato luoghi riconducibili a nomi che per chi ha un discreto livello di cultura musicale sono piuttosto familiari. In questa mia tappa, invece, mi spingerò un po’ più oltre, parlando di una band davvero sconosciuta ai più (e, fino a poco tempo fa, anche a me). Gli Zero Boys, originari dell’Indiana, sono infatti conosciuti da quella piccola frangia di pubblico che ama l’hardcore americano e le sue infinite declinazioni, ma quando si arriva in territori più “canonicamente” punk la loro presenza inizia ad essere sempre più rarefatta. Nel mio caso, l’illuminazione avvenne un paio di anni fa mentre approfondivo la discografia degli Hives: tra le tre tracce di un loro EP, non esattamente il migliore della mitica band svedese, mi capita tra le mani (o, per meglio dire, le orecchie) una cover di un pezzo di una sconosciuta band americana che parla di come la violenza sia ormai alla base di una civiltà che sta giungendo al collasso senza che nessuno se ne accorga. Il pezzo mi piace molto, è molto ben scritto e decido di ascoltare tutto l’album da cui proviene:  è questo il momento in cui scatta la scintilla.

D’altronde, è difficile non rimanere innamorati degli Zero Boys e della loro storia: nati in una zona come il Midwest dove non esisteva una vera e propria scena musicale che li supportasse, sono un chiaro esempio di self-made band. Questa loro attitude li ha portati a creare uno stile variegato che è difficile da inquadrare perfettamente anche nel capolavoro che è Vicious Circle, quello che rimane il loro unico album con la formazione storica al completo (Mahern alla voce, Terry Hollywood alla chitarra, “Tufty” al basso e Cutsinger alla batteria): si sente l’influenza dei Sex Pistols più incazzati e dei Ramones più veloci, ma tutto declinato in maniera del tutto originale in un calderone che a velocità supersonica arriva alle orecchie l’ascoltatore per destabilizzarlo. Le chitarre sono taglienti come dei rasoi affilatissimi che perfettamente si intersecano con le frenetiche linee di basso di Tufty Clough, (detto non a caso le dita più veloci del Midwest) e con la batteria di un Cutsinger che sembra perennemente sotto anfetamine (e molto probabilmente lo era davvero). Tutto l’album suona come un profondo vaffanculo: uno al pensiero dominante della vecchia generazione che non capisce come sia per un adolescente di Indianapolis vivere negli anni ‘80, uno alle grandi rockstar che riescono sì a fare un sacco di soldi, ma diventando oggetto e non più veicolo della rabbia dei più dimenticati, e infine a tutto il resto perché, tanto, ormai hanno trovato il loro rifugio nella droga.

Dopo il piccolo successo nella scena underground di  Vicious Circle gli Zero Boys riescono a portare la loro musica in giro per l’America, dove raccolgono numerosi proseliti e sembrano poter riuscire finalmente a fare il passo decisivo verso la fama nazionale. Quello che successe, invece, fu molto diverso dalle aspettative: finito il loro tour per gli Stati Uniti, si ritrovano a fronteggiare la realtà che li ha partoriti e, frustrati dalla mancanza di supporto da una scena adeguata a sostenere il loro talento, si sciolgono prima della pubblicazione del secondo album ormai in lavorazione. Tutto il materiale non pubblicato confluirà nel 2009 nella raccolta History of Zero Boys, che offre un perfetto ritratto della band all’epoca, all’apice della sua creatività. Nel mentre, la band avrà ottenuto già il suo riconoscimento per il ruolo decisivo nello sviluppo e la nascita dell’hardcore americano grazie alle ristampe a cavallo tra fine anni ‘80 e ‘90 del loro spettacolare debut album.

Oggi, degli Zero Boys, rimane davvero poco. Paul Mahern non è più l’adolescente schizzato e arrabbiato di un tempo, nonostante sul palco faccia sempre la sua onesta figura. Della loro rabbia, della loro cazzutaggine e della loro particolare attitude rimane ora solo qualche vecchio filmato che, per un momento, restituisce i brevi fasti di un tempo.

Per il resto, è tutta colpa dell’Indiana.