Nell’immaginario collettivo italiano il mito degli Stati Uniti come la grande terra delle opportunità  farcita di grattacieli, enormi autostrade e ponti mastodontici è sempre stato saldo e difficile da scalfire. Per questo, spesso e volentieri, si tende a trascurare anche un altro e fondamentale lato degli USA, quello caratterizzato da cittadine abitate da comunità non propriamente ricchissime, spesso legate a tradizioni e culture che definire conservatrici sarebbe un eufemismo. Contrariamente a quanto si pensi, queste comunità hanno un impatto enorme, se non addirittura maggiore rispetto alle grandi metropoli, sulla cultura statunitense; basti pensare alle recentissime elezioni presidenziali in cui la maggior parte dell’elettorato del vincente Trump, per la maggior parte composto da bianchi, veniva da un background culturale del genere. Per questo a volte sembra impossibile che, con presupposti del genere, in una città come Hoboken, nel New Jersey, siano nate due delle realtà alternative più importanti degli ultimi trent’anni.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, occorre considerare il modo in cui, tra gli americani stessi, viene considerato il New Jersey, cioè come una sorta di stereotipo del rovesciamento della vicina metropoli newyorkese: da una parte del fiume Hudson le pulsanti avanguardie artistiche di Warhol e Basquiat, dall’altra il grigiore di una provincia conservatrice e ignorante. La città di Hoboken è l’amblema di questo divario: collocata a poche centinaia di metri da Brooklyn, ne è in realtà distante anni luce. Per questo, con un background culturale del genere, la storia di Feelies e Yo La Tengo sembra ancora più incredibile.

I Feelies, in particolare, sembrano una band che, a rigor di logica, non dovrebbe essere annoverata negli annali della musica rock: formatisi nel 1976 da un gruppo di nerd non proprio popolarissimi (caratteristica – dal punto di vista estetico e delle vendite – che conserveranno per tutta la carriera), prendono il proprio nome da un non meglio precisato tipo di intrattenimento presente ne Il mondo nuovo, romanzo distopico di Aldous Huxley. Si faranno poi strada nel circuito underground suonando ripetutamente in un locale di Hoboken, il Maxwell’s Tavern (non proprio il CBGB all’epoca), fino alla pubblicazione per la Rough Trade, nel 1978, del loro primo singolo Fa Cé-La, poi inciso nel loro album di debutto. Uscito nell’aprile del 1980, Crazy Rhythms è una delle opere prime più interessanti e mature della storia della musica moderna: completamente autoprodotto dai membri del gruppo, rappresenta una sorta di Gronchi rosa nella scena scena new-wave dei primi anni ’80. Appena si inizia ad ascoltare il disco, infatti, subito si viene rapiti dal climax di The Boy With the Perpetual Nervousness: una batteria pulsante degna del miglior primitivismo di Maureen Tucker apre a nervose scansioni di accordi ripetuti nervosamente, in uno strano miscuglio tra i Velvet Underground di I’m Waiting for the Man e le nevrosi di Tom Verlaine dei Television. Tutto il lavoro è quindi estremamente coeso attorno a precise coordinate sonore, tracciate con il preciso intento di prendere il punk newyorkese più schizzato (Talking Heads, Richard Hell e compagnia bella) ed aggiornarlo vad un linguaggio più tipicamente post-punk, fatto di ansia metropolitana e glaciale isolamento. Ogni canzone è un affresco sonoro unico e dominato dalle chitarre che, oltre all’ossessiva ritmica, fraseggiano vorticosamente disegnando linee melodiche dissonanti ed ipnotiche: da qui quindi capolavori come la cover della beatlesiana Everybody’s Got Something to Hide (Except Me and My Monkey), trasformata in maniera radicale nella velocità e nei suoni, seppur rimanendo in qualche modo fedele all’originale; Original Love, che inizia come un pezzo folk ma che, poi, come al solito, si apre con una velocità irreale; Moscow Nights è il meraviglioso dipinto di una metropoli scura e fumosa, così come Loveless Love e la sua strana coda di saliscendi con la sei corde apre al crescendo tra elettronica e punk di Forces at Work, per poi culminare in un indimenticabile assolo.

I Feelies avranno il merito di seminare quello che poi numerose band alternative raccoglieranno avidamente. I migliori a recepire la loro lezione sono stati, nemmeno a dirlo, i loro concittadini Ira Kaplan e la sua compagna Georgia Hubley, dalla cui passione per il baseball e la scena alternativa newyorkese nasce nel 1984 il progetto Yo La Tengo. A partire dal disco d’esordio Ride the Tiger, la band fa trapelare tutta l’influenza dei Feelies su di loro, oltre all’amore per il country e il pop dei Kinks; pian piano, però, il gruppo inizierà ad evolvere il suo sound durante quella che è considerata la saga indie  più duratura e originale degli ultimi 20 anni: dopo qualche altra prova acerba, il gruppo acquisisce gradualmente un sound più caldo, nonostante la chitarra di Hubley sia sempre lì a ricordare che dell’ansia e dell’alienazione non ci si separa così facilmente. La forma finale sarà raggiunta nel 1992 con l’ingresso di James McNew al basso a completare definitivamente la formazione; risultato del nuovo ingresso sarà l’ottimo May I Sing With Me, in cui l’omaggio ai Feelies a partire dalla canzone Mushroom Cloud of Hiss è più che evidente. Dopo qualche anno tra alti e bassi alla ricerca del sound che più li rispecchiasse, alla fine i Yo La Tengo piazzano il colpo vincente nel 1997 con I Can Hear the Heart Beating as One, un album che è semplicemente impeccabile. Quando si inizia ad ascoltare il disco, infatti, ci si rende subito conto di trovarsi di fronte a qualcosa di magico, una gemma rara per la sua capacità di parlare proprio al cuore e di interpretare tutte le emozioni più vere lì rinchiuse. Musicalmente è un disco quasi inafferrabile in una definizione diversa dal generico indie rock, ma non conta: paradossalmente, infatti, il vero marchio di fabbrica dei Yo La Tengo è questo, riuscire a toccare le corde più profonde dell’anima usando linguaggi sonori che più variegati non si può, frutto dell’ascolto famelico dei suoi componenti che, prima di essere musicisti, erano fan e critici musicali capaci di assorbire le influenze più disparate.

In fondo è sempre stato questo il segreto della carriera dei Yo La Tengo, capaci ancora ora (l’ultimo, ottimo album Stuff Like That Here risale al 2015) di sorprendere e comunicare qualcosa di nuovo: a molti altri artisti sarebbe bastato l’apice raggiunto nel ’97, ai nativi di Hoboken, invece, è rimasta la passione e la voglia di sorprendere nonostante una ormai acquisita maturità artistica raggiunta già nei primi anni 2000. Per i Feelies, purtroppo, la parabola non può dirsi altrettanto ricca di successi: dopo il capolavoro del loro disco d’esordio si sciolsero dando vita ad una diaspora dei suoi membri che, però, continueranno a influenzare ed intervenire nella scena underground di New York per tutti gli anni ’80. Nel 1985 avvenne una riformazione che portò alla realizzazione di altri tre ottimi album nel giro di sei anni nel corso dei quali furono riconosciuti come un’influenza predominante in tutto il rinvigorito circuito indie americano dell’epoca, a partire dai REM. Ottenuto il riconoscimento meritato, negli ultimi anni i Feelies hanno poi portato in tour e suonato per intero quell’indimenticato e indimenticabile capolavoro d’esordio, questa volta davanti a un pubblico molto più vasto.

Sembra incredibile quindi che un posto del genere, che comodamente avrebbe potuto perdersi nel dimenticatoio tra i complessi di inferiorità nei confronti della vicina New York, abbia prodotto due realtà così significative ed originali. Ma, in fondo, non c’è da sorprendersi: anche questo è il sogno americano, partire dal nulla e diventare qualcuno senza l’aiuto di nulla escluso il proprio enorme talento.