Il fiore di loto è una pianta acquatica che da ottanta milioni di anni cresce in Asia e Australia. La superficie interna del fiore è idrofoba, si mantiene sempre pulita.
Il fiore di loto è un simbolo sacro per il buddhismo, significa purezza e capacità di rigenerarsi.

Il loto volante, invece, non è fiore, ma un’entità mistica capace di esplorare i confini dell’immaginazione sonora e spingersi in terre di mezzo pericolose e inesplorate, sempre con l’orecchio orientato verso casa e verso le sue importanti e pesanti radici.

Il volo di Steven Ellison, il nostro Flying Lotus, inizia nel 2006 con uno spot di Adult Swim: cercano brani per le loro serie animate. Steven ha da poco iniziato ad armeggiare con sampler e sintetizzatori, i suoi pezzi sono uno strano mix tra hip hop e idm, un viaggio allucinato, ma con un groove potentissimo; nella sua musica c’è Aphex Twin, ci sono Boards of Canada, ma anche il jazz rap di Madlib e il jazz nudo e crudo delle suo albero genealogico, quello di sua zia Alice Coltrane (e di conseguenza di suo zio John) e quello di sua nonna Marilyn McLeod.
Grazie alla collaborazione con Adult Swim il nome di Flying Lotus inizia a diffondersi e tutte le sue prime produzioni confluiscono in “1983”, l’album che lo porterà nell’etichetta che più di tutte negli ultimi vent’anni è sinonimo di innovazione musicale. Il viaggio è iniziato.

Il 2007, per Flying Lotus, inizia con la firma per Warp Records: Steven arriva nella casa dei grandi artisti elettronici che lo hanno ispirato; oltre ai già citati, fondamentale per la sua musica è la produzione di Prefuse 73, quel suo hip hop atmosferico, indeciso nei tempi e nei suoni, ma non nella potenza ritmica. E con il passaggio a Warp anche la musica di Steven si evolve, diventa più complessa e ricercata, le influenze jazz cominciano a farsi sempre più evidenti. Il primo frutto della collaborazione con l’etichetta inglese è l’ep “Reset”, che prepara il terreno per il primo disco “adulto” di Ellison, “Los Angeles”. Qui i classici beat hip hop e i sample che FlyLo va a pescare nella musica jazz anni 60′ e nei più oscuri vicoli del pop sintetico giapponese, vengono immersi tra tappeti di sintetizzatori dall’aura eterea, e poi ci sono echi lontani di musica tribale come in “Melt” e frammenti elettronici pronti a disturbare l’imperterrito marciare dei beat ora sintetici ora acustici.
Per Flying Lotus è arrivato il tempo di assaggiare il sapore del successo, ma prima di fare il prossimo passo Steven decide di fondare una sua etichetta discografica, la Brainfeeder, fucina di talenti che pubblicherà dischi di Mr. Oizo, Thurdercat (grande bassista collaboratore di Ellison), Daedelus e, ultimo ma non ultimo, del grande Kamasi Washington.

Il periodo successivo all’uscita di “Los  Angeles” è impegnatissimo per il produttore. Arrivano tante collaborazioni che culminano nel remix di “Reckoner” dei Radiohead. E sarà proprio Thom Yorke uno di quegli artisti che contribuiranno a far diventare “Cosmogramma”, il terzo album di Flying Lotus, una delle pietre miliari della musica degli ultimi decenni. A soli ventisette anni Steven Ellison raggiunge una maturità artistica paragonabile solo ai grandi della musica moderna: trova la giusta formula per connettere diverse realtà musicali del secolo scorso in unico grande monumento che rimanda al jazz, alla musica classica moderna, all’hip hop, alla disco, all’ambient e al pop. Brani come “Do The Astral Plane” o “Zodiac Shit”, brani senza identità precisa: un morbido synth, un basso acustico, ritmo ipnotico e qualche arco che si rincorre fra le bande dello spettro sonoro, poi delle interferenze umane: la voce del già citato Thom Yorke in “…And The World Laugh With You” o quella di Laura Darlington, moglie del già citato Daedelus, in “Tennis Table”. Glith Hop sporcato di anni 70’ e free jazz; “Cosmogramma” irrompe nella scena musicale come un asteroide silenzioso che attraversa il vuoto siderale delle epoche musicali e impatta provocando scossoni sotterranei.

Flying Lotus si è affacciato nella seconda decade del nuovo millennio con un degli album più originali e freschi degli ultimi anni e a soli due anni di distanza da “Cosmogramma” arriva il quarto lp di Steven, “Until The Quiet Comes”. Le sonorità sono quelle del disco precedente; ormai lo stile di Flying Lotus è solido ed evidentissimo. Anche qui le collaborazioni, oltre al solito basso di Thundercat, sono eccelsi: tornano Yorke e la Darlington, ma si aggiungono Erykah Badu e Niki Randa. “Until The Until The Quiet Comes” è un disco, però, che su solide basi costruisce nuove forme modellate su nuove sperimentazioni: i beat diventano irregolari, le forme musicali vengono distrutte e ricomposte su basi a volte atonali o dissonanti. Pezzi come “Electric Candyman” o “me Yesterday//Corded” non hanno appigli a cui aggrapparsi, bisogna solo lasciare il suono scorrere e magari cercare di seguirlo.

Queste sperimentazioni continueranno anche nel più recente disco di Flying Lotus, “You’re Dead”, composto da diciannove pezzi per un totale di trentotto minuti, frammenti in cui è possibile ascoltare echi del Miles Davis di “Bitches Brew” (vedi “Tesla”, che vede alla produzione anche Herbie Hancock) o proprio dello zio di Ellison John Coltrane. Da menzionare anche il dolcissimo sax di Kamasi Washington che ogni tanto appare, sfuggente e inafferrabile, in alcuni brani del disco.
“You’re Dead” è il miglior esempio di come sia possibile unire epoche musicali molto diverse dentro un solo contenitore musicale, senza che nessuna di esse venga sacrificata o commercializzata.

Il nostro loto volante ha raggiunto i confini dell’orizzonte musicale e ormai la musica di Flying Lotus, il suo stile, comincia a influenzare tanti artisti della scena hip hop, rap, ed elettronica mondiale. Da non dimenticare che negli ultimi anni il nostro Steven, oltre al progetto Flying Lotus, ha pubblicato anche un paio di mixtape con lo pseudonimo Captain Murphy, mettendoci oltre alla produzione anche la voce.
Il 2017 sembra non essere l’anno giusto per un nuovo disco, ma sicuramente è l’anno giusto per l’ultimo dei suoi esperimenti artistici, il film “Kuso”, presentato qualche giorno fa al Sundance Film Festival con una proiezione conclusa in modo quasi tragico, con persone che scappavano via dalla sala disgustate dalle immagini. Chissà se stavolta il nostro Steven non abbia superato il limite. D’altronde a noi andrebbe benissimo così: sempre un passo avanti, anche quando il passo è più lungo della gamba. È così che ci ha abituati con la sua musica è così che speriamo che continui il nostro loto volante.