C’è questa donna che sembra fatta di luce.
Assomiglia alla superficie della luna nell’atto di lasciarsi il buio alle spalle, durante la rotazione inevitabile attorno al proprio asse. Che è come lasciare la morbida risacca di un sogno, vagamente seducente e per niente complesso, che ci culla in uno stato discreto di ebrezza fino al primo mattino. Mentre cela il viso, sospeso fra la veglia e un sonno apparente, il suo essere chiunque in un qualsiasi luogo, la trasforma in una teoria astratta di linee che si intrecciando e si respingono. Il fatto che sia la citazione inconscia o anticipazione del celebre Nudo Blu di Matisse e in generale di certe sue ricerche, è una dichiarazione d’intenti da parte dell’autore: l’adesione convinta, ostinata come una fede, all’essenziale, alla sintesi, alla volontà di spogliarsi di ogni inutile orpello.

Edward Weston, Nudo, 1936/Henri Matisse, Blue Nude II (Nu bleu II), 1952.
Edward Weston, Nudo, 1936/Henri Matisse, Blue Nude II (Nu bleu II), 1952.

Quindici anni fa, quando ho visto per la prima volta uno scatto di Edward Weston, sono rimasto incerto e vagamente diffidente. Frequentavo il mio primo corso di fotografia: da neofita non conoscevo le potenzialità di questa forma espressiva (documentale e altro ancora), ero ignorante e pieno di ridicole convinzioni, interessato solo ai paesaggi saturi e sconfinati del National Geographic.
Ma chi non lo è stato, almeno all’inizio?

La fotografia in questione era Excusado, del 1925 e io restai visibilmente perplesso. Anzi, più che perplesso, ricordo di aver sfoggiato l’espressione ebete di chi vorrebbe dare a intendere di aver capito qualcosa di fondamentale, che in realtà non ha capito: non avevo di fronte il deserto del Gobi al tramonto o un groviglio di gradazioni verdi e gialle lungo il Rio delle Amazzoni. Mi trovavo dinnanzi a qualcosa lontano dalle mie aspettative, che mi affascinava e mi chiamava, sebbene il “mio” studium minimizzasse e riducesse il tutto a un semplice sanitario. Ma la forma era ingombrante, quasi tesa a uscire dal frame, per schiacciarmi; non si trattava di una latrina, sembrava un elefante albino quello che avevo sotto gli occhi, una bestia inquieta che nascondeva nella sua immobilità una minaccia sottesa e imminente.

Edward Weston, Excusado, 1925.
Edward Weston, Excusado, 1925.

Quell’immagine di Weston, quando ancora la mia concezione della pratica di “ritagliare istanti” si stava vagamente definendo, è stata un cortocircuito, un primo fondamentale insegnamento: qualsiasi cosa si possa pensare riguardo alla fotografia, lei in realtà è anche altro.
Da qui l’idiozia di credere che ci sia un modo solo di intenderla.
Il mantra di questo fotografo statuinitense, “la precisione al posto dell’interpretazione”, riassumeva un così forte desiderio di realismo poetico, da portarlo a indagare, attraverso la tecnica del close-up, la vera essenza delle cose, entrando dentro al dettaglio intimo degli oggetti, tanto da renderli tangibili sulla gelatina d’argento.

Edward Weston, Pepper, 1930.
Edward Weston, Pepper, 1930.

Ma questa sua ricerca ha portato alla luce una splendida contraddizione e peculiarità del medium: Pepper del 1930 sembra un muscoloso essere antropomorfo, sensuale quanto la formosa bagnante di Courbet e alieno come gli invasori degli horror movies degli anni ’50 e ’60; la sua famosa Cabbage Leaf, somiglia a un avido mollusco capace di inglobare, succhiare e rigettare, totalmente sconvolto, il nostro sguardo carico di preconcetti.
Anche i corpi nudi (come quello descritto all’inizio), in questo eccesso di realtà, sono così intensamente scrutati e scandagliati, da risultare “dissonanti”, rispetto all’esperienza che ne facciamo quotidianamente: un realismo spinto ai margini più estremi, capace di infrangere le barriere fra questo mondo e un altro, un luogo per noi straniero, dove la cosa in sé, pura e ideale, raggiunge la sua forma più compiuta.

Edward Weston, Cabbage Leaf, 1931.
Edward Weston, Cabbage Leaf, 1931.

Come diceva Antoine De Saint Exupery, «l’essenziale è invisibile agli occhi», per cui non riusciamo a interpretare gli oggetti di Weston con gli strumenti che abbiamo, con le regole a nostra disposizione: sono esseri carichi di mistero, provenienti da un contesto extraterrestre, a noi inaccessibile.
Solo le parole di Weston possono fornirci un indizio minimo, per provare a scappare dal labirinto confuso delle cose di tutti i giorni messe a nudo:

«Sentivo nel cavolo il vero segreto della forza vitale. Sono stupito, mi trovo in uno stato di eccitazione emotiva e, attraverso il mio modo di fotografare, posso partecipare ad altri la conoscenza che ho della forma del cavolo – perché essa è così e non altrimenti – così come il rapporto con tutte le altre forme»

Ed è in questo dialogo fra microcosmo e macrocosmo, dove ogni cosa si somiglia e poi improvvisamente si trasforma, prima familiare e un attimo dopo oscura, che cade ogni certezza e con essa il senso di interpretare qualcosa che non è interpretabile, come un dato di fatto, sia nella sua chiarezza che nelle sue zone d’ombra.
Solo punti di vista, intuizioni uniche, geniali e personali, che la fotografia però, ha la stupefacente capacità, di portare agli altri, come un dono alla portata di tutti, da poter ammirare.

Edward Weston, Nude, 1926.
Edward Weston, Nude, 1926.

Postilla:
Edward Weston è stato uno dei più importati esponenti della fotografia diretta americana, un caposaldo da cui non si può prescindere, legato a Alfred Stieglitz e Paul Strand intorno al 1922 e poi co-fondatore, nel 1932, insieme a Ansel Adams, Imogen Cunningham (e altri) del gruppo f/64.
Ripensare adesso, a distanza di molti anni, a quella prima immagine del mio bagaglio, vista quando ancora non avevo alcuna opinione , matura o compiuta, riguardo alla nuova disciplina che andavo a scoprire, e il mio sguardo era poco più che un neonato, è qualcosa di sorprendente: devo molto al responsabile di questo imprinting (ed è giusto fare il nome e il cognome: Marco Barsanti, un grande fotografo e stampatore lucchese, ma più di ogni altra cosa un’eccezionale maestro, che divide in parti uguali testa, cuore e istinto) tutt’altro che scontato, in un paese in cui troppi fotografi ignorano la storia del medium che dicono di amare, fatta di nomi che hanno contribuito a definire e poi a scardinare lo sguardo della collettività, ogni volta con il fine di aggiungere un tassello in più alla consapevolezza di tutti.

Alessandro Pagni