Uno dei temi più abusati della storia della musica è quello che riguarda l’amore e le sue complicazioni. Non si possono certo biasimare gli artisti – individui dotati di una sensibilità fuori dal comune – se l’unico modo che conoscono per metabolizzare la sofferenza sia quello di incanalarla nella loro arte. In cambio l’umanità ha avuto in dono alcune delle opere più sublimi, che ben bilanciano la sovrabbondanza di quelle mediocri a patto, però, di avere sempre qualcosa di interessante da dire, e saperlo dire bene. Nella sua carriera come Dirty Projectors, David Longstreth ha dimostrato di aver imparato perfettamente questa regola basilare, per di più facendo dell’evoluzione del proprio linguaggio la sua impronta distintiva, in qualunque contesto e con ogni collaboratore abbia lavorato dal 2002 ad oggi. E qui arriviamo al punto, perché il suo omonimo ottavo album – il primo dopo cinque anni di assenza dalle scene – lo vede tornare da solo alla guida della sua creatura per raccontarci, in poco meno di cinquanta minuti, la rottura del rapporto più importante: quello con la sua ex compagna di band e di vita Amber Coffman.

Registrato nel 2016 in un sacco di posti diversi – tra cui Los Angeles, New York e Miami – Dirty Projectors discende musicalmente sia da Bitte Orca che da Swing Lo Magellan. Se da un lato esplora ulteriormente il carattere r&b del primo, dall’altro prosegue sui binari personali del secondo, tuttavia abbandonandone l”ortodossia’ compositiva per una sperimentazione educata e molto ragionata. Il senso di separazione che pervade l’album è evidente fin dalla prime battute.“I don’t know why you abandoned me” sono le parole-manifesto che aprono Keep Your Name, ballata soul tinteggiata d’elettronica che con semplicità affronta il dolore del distacco e la rabbia di non poter cambiare ciò che è stato: in uno slancio di autolesionismo consapevole, il pezzo contiene un sample (“We don’t see eye to eye”) tratto da Impregnable Quest, dove David e Amber sembravano ancora qualcosa di unico e totalmente indivisibile.

Dunque al songwriter originario del Connecticut affrontare il passato non fa paura, e non difetta del coraggio necessario per spingersi oltre. Up In Hudson è un lungo excursus al profumo di anni ’70 sui primi tempi della coppia, quando lui ascoltava Kanye West sull’Atlantico e lei Tupac ad Echo Park. Descrittiva e forse un po’ troppo didascalica, è però esempio lampante della grande varietà di suoni e generi cui può attingere l’autore con fiati, percussioni tropical, incedere motorik e cori doo-woop a far bella mostra di sé. Un viatico allegro per la ben più struggente Little Bubble, tenero momento sulla vita in solitaria, quando al risveglio nessuno ti chiede più “How did you sleep, what did you dream of?”.Un gioiellino, il cui manierismo non ne cancella la sincerità ed i perfetti arrangiamenti di organo e sezione d’archi.

Quello che funziona davvero nella produzione di Dirty Projectors è il mix di inventiva e humor con cui tratta questo tipo di tematica. Una freschezza che deriva anche dalle illustri collaborazioni di questi anni: il famoso progetto FourFive Seconds col trio Kanye-Rihanna-McCartney, quelli con Joanna Newsom e Bombino, ma soprattutto l’aver prodotto l’ultimo, fortunatissimo, disco di Solange Knowles. La quale, al di là di aver ricambiato il favore nella caraibica Cool Your Heart, ha lasciato un’impronta decisiva nella scelta di seguire la strada dell’r&b alternativo di pezzi come Death Spiral – frizzante funky che nasconde un estratto dalla colonna sonora di Vertigo di Hitchcock – o della meno talentuosa Winner Take Nothing, drakeiana ed abbastanza scontata (“In losing you, I lost myself”).

Nei suddetti episodi Longstreth canta in falsetto, ma in generale è notevole il lavoro effettuato sulla voce; quasi sempre pesantemente auto-tunizzata, è il sostegno ideale per sonorità spezzettate e riflesse da infiniti prismi, che conferiscono un effetto policromo non a caso associato da molti a 22, A Million di Bon Iver o al magnifico The Age Of Adz di Sufjan Stevens. Se possiamo dire che qui si gioca in quello stesso campionato è anche perché il Nostro è stato assai furbo nel farsi supportare da musicisti eccezionali, tra cui vale la pena ricordare Mauro Refosco (Atom For Peace) e Tyondai Braxton, la vecchia mente dietro il primo successo dei Battles. Senza di loro – e senza l’ispirazione dichiarata di Duke Ellington – è facile che il glitch cacofonico dell’ottima Work Together o l’estrema complicatezza di Ascent Through Clouds non sarebbero mai stati così efficaci. Parliamo di brani urgenti ed allo stesso tempo sofisticati, ottima sintesi di quanto sia diventato camaleontico il progetto iniziale.

In fondo, il fulcro di Dirty Projectors è di essere un’estensione della personalità del suo creatore, ormai libero di modellare il proprio figlio prediletto come meglio crede. Certo, all’ascoltatore è richiesto un surplus non banale, tanto questo cerchio magico rischia a tratti di chiudersi in se stesso. Deve risultare interessante ed al contempo non spaventare, ma occorre rammentare che il sovradimensionamento – ciò che potremmo definire le sue esagerazioni – sono da sempre le caratteristiche intrinseche (ed in parte i limiti) della musica di questo autore. Che dal canto suo licenzia un album fin troppo perfetto, maschile ma non maschilista, che raggiunge la catarsi finale nella conclusiva I See You, dove l’autocritica lascia il posto all’accettazione ed al perdono, con altissime parole di riconciliazione: “I believe that the love we made is the art”. Forse è questo ciò che rende tale un artista: saper fare anche del dolore un magnifico canto.