Quella di “notte oscura dell’anima” è un’espressione che risale al Cinquecento. A coniarla fu il religioso e poeta castigliano Giovanni Della Croce (al secolo Juan de Yepes Álvarez, poi Juan De La Cruz), che così intitolò uno dei suoi poemi più celebri. La “notte oscura” di Della Croce coincide sì con la sofferenza (“oscuro” di solito non lascia molto spazio a connotazioni positive) ma non si limita a quello: lo spagnolo, che scrisse la poesia durante un soggiorno in prigione per via di persecuzioni religiose, intende la notte come lo spazio illimitato in cui la mente, parallelamente alla fede, procede al buio, senza curarsi di una meta finale che risulta comunque invisibile.

Trasportiamo questa notte in un ambito più moderno, ora. Lasciamo fuori la fede, e teniamoci la nostra anima, o la nostra mente o quel che è. Immergiamola in un’oscurità in cui perderla e ritrovarla.

Questo mare nero che tutti ci portiamo dentro e in cui tanto ci “divertiamo” ad affogare, diventa spesso e volentieri tematica artistica: la nostra psiche, in cui ci immergiamo e dalla quale peschiamo orrori e meraviglie, diventa una preziosa ed inesauribile fonte d’ispirazione per chi sa sfruttarla a dovere. E viene da domandarsi quali siano le forme e i colori di un’anima dalla quale nascono creature bizzarre, grottesche, diverse.

 “…quello che emerge dal tuo lavoro contiene, a mio avviso, molta più verità del modo in cui cammini per le strade. È come se ad andarsene in giro fosse solamente la punta dell’iceberg, e il più delle volte questo non ha niente a che fare con ciò che succede dentro di te.

(David Lynch, dall’intervista con Chris Rodley)

Affrontando una tematica quale l’introspezione del “bizzarro” artistico, anche ad un profano come me viene naturale pensare a David Lynch. I personaggi di Lynch si ritrovano ad affrontare il loro lato più oscuro ed insondabile, affondandovi dentro e riaffiorando (“emergere” sarebbe una parola grossa per loro) mutati; e questa mutazione è spesso così potente da capovolgere la storia stessa, al punto che lo spettatore si ritrova a districarsi in un labirinto psichico di cui non vedrà l’uscita neppure passati i titoli di coda.

Parlando di mutazione salta subito in mente Henry Spencer, il protagonista di Eraserhead, la cui ansia nei confronti dell’opprimente realtà che lo circonda deforma il mondo stesso secondo diversi strati di subrealtà grottesche ed oniriche; oppure Fred/Pete (Strade Perdute) e Betty/Diane (Mulholland Drive), le cui pulsioni più nascoste – nascoste anche a loro stessi –, i loro rancori, l’invidia e l’insoddisfazione, finiscono per avvolgere le loro coscienze al punto da far percepire loro un mondo totalmente diverso da com’è realmente.

Così, se Lynch è emissario dell’insondabile, profeta di quel mondo che si trova tra il sonno e la veglia e che lo stesso regista non tenta di spiegare, ma solamente di rappresentare, la sua partecipazione al progetto Dark Night of The Soul non stupisce più di tanto.

Correva l’anno 2009 quando, dalla collaborazione tra Mark Linkous (Sparklehorse) ed il produttore Brian Burton (Danger Mouse) nacque l’ambiziosissimo progetto DNOTS. I due musicisti composero una serie di strumentali che poi inviarono a numerosi artisti affinché questi li riadattassero e ne scrivessero i testi. La lista dei nomi era da capogiro: Julian Casablancas, The Flaming Lips, Iggy Pop, Black Francis, Vic Chesnutt, e molti altri… tra cui lo stesso David Lynch, che non solo si occupò della veste grafica con un booklet contenente decine di fotografie, ma prestò la propria voce per due brani (Stars Eyes e la titletrack dell’album).

Complessivamente, si tratta purtroppo del classico caso in cui la somma delle parti non vale quanto le stesse prese singolarmente: la musicalità surreale di Linkous, per quanto si presti bene alle atmosfere del disco, non è al proprio apice, e alcune tracce stonano sensibilmente con l’anima del progetto (una su tutte Pain, interpretata da Iggy Pop, la cui stoogeana violenza mal si colloca nel contesto generale, svantaggiata ulteriormente dalle liriche, tra le meno pregnanti dell’album).

Tuttavia, il cuore tematico del disco non risente eccessivamente di tali pecche: l’onirismo di Linkous permea tutta l’opera, e il contributo testuale degli artisti partecipanti (quasi tutti) rende il percorso musicale un’immersione nei lati più nascosti della psiche umana. Il disco che gira diventa una strada deserta, di notte, in cui camminiamo da soli. Ogni bivio, ogni svolta, ci porta ad una destinazione diversa, un diverso angolo della nostra mente. Ogni tanto un lampione illumina una figura, in piedi nel cono di luce: siamo sempre noi.

 “Una campana rintocca in lontananza, ma dei passi riecheggiano. Non c’è nessuno su queste strade che chiami il tuo nome. Dove sei, bambina? È un mondo di sogno, un oscuro mondo di sogno. È la notte oscura dell’anima.

(Sparklehorse feat. David Lynch, Dark Night of The Soul)

L’inquietudine che Lynch riesce ad instillare (inquietudine, non terrore, perché si basa su ciò che non si vede più che su quanto ci venga mostrato apertamente) nasce proprio da questo percorso all’interno di noi stessi, contamina tutto quello che su di noi credevamo di sapere e si espande a quello che ci è familiare, mettendolo sotto una luce diversa, che ce lo fa apparire trasformato; questo ci disorienta, ci spaventa, a volte ci disgusta.

 “E tanti piccoli oggetti quotidiani, divengono oscuri feticci, seminati da Lynch all’interno di spaccati intimi e indecifrabili, dove le ombre e il buio si insinuano ovunque come fumo.
Falsa è la familiarità dei luoghi dove ambienta questi abissi.
Falso il sole quando si vede, perché proietta ombre nere come minacce.
Falsa è la vicinanza, falsa è l’innocenza di queste location, che ogni notte, il buio trasforma in teatrini di puro male.

(Alessandro Pagni)

Questo percorso, poi, si inverte: si riavvolge come una lenza, e dopo aver trasformato i nostri affetti, la nostra famiglia, la nostra casa, torna dentro di noi, portandosi appresso tutto il carico di smarrimento che ha raccolto. Una volta tornato in noi, il filo ci porta a mettere in discussione la nostra stessa umanità.

 “Erano tutti riuniti sotto il grande lampadario, dove abbiamo mangiato tutti assieme per la cena festiva. Ma era tuo padre quello col coltello in mano. Ti ho pregata di non costringermi a dirtelo, ti ho pregata di lasciar perdere. Ti ho detto che non avresti voluto sapere cos’era successo in quel sogno orribile. Sbirciavo attraverso la finestra nel dipinto. Era una scenetta da scaldare il cuore, come un dipinto di Norman Rockwell, fin quando non ho guardato più a fondo. Ma non mi hai creduto quando ti ho detto che non c’era nessun altro nel sogno. Pescigatto si contorcevano nel loro stesso sangue e nelle loro budella nel lavabo della cucina. Te l’ho detto. Ora, per favore, tesoro, promettimi che non canterai questa triste canzone, questo cupo presagio.

(Sparklehorse feat. Vic Chesnutt, Grim Augury)

Se poi volessimo immaginarci che questo percorso-filo, che ha già fatto avanti e indietro una volta tra la nostra anima ed il mondo esterno, lo farà di nuovo, questo gioco di immersione-emersione, sapremmo che uscirà mutato, di volta in volta, da ogni viaggio tra interno ed esterno, in un circolo vizioso che non possiamo sapere a cosa porterà. Probabilmente allo sconvolgimento stesso della nostra definizione di umanità.

Sono un esempio di umanità “sconvolta” i ragazzi descritti da William Golding ne Il signore delle mosche, che dopo aver fondato una società primitiva ed utopica in un’isola deserta, priva della corruzione della società adulta, finiranno per ricadere negli stessi giochi corrotti e barbarici del mondo da cui sono fuggiti; ma si tratta di una sconfitta della natura umana, o semplicemente del trionfo del suo lato più istintivo ed animalesco?

Ciò che turba nel romanzo di Golding è la perdita dell’innocenza per come questa ci è familiare nella figura stessa dei bambini: seme puro di un futuro nei confronti del quale c’è, sulla carta, ancora una speranza, dimostrano il fallimento definitivo di quest’ideale.

L’innocenza, naturalmente, può non essere solo un tema, o un fine, ma anche un mezzo. Prendiamo un’opera che appartiene ad un genere – anzi un medium – che sia indirizzato, almeno secondo certi pregiudizi piuttosto diffusi, ad un pubblico che sia, appunto, innocente. Per un qualche insieme di preconcetti nati intorno al fumetto come forma d’espressione infantile, buona parte dell’intellighenzia del settore narrativo ha spesso teso a considerare questo medium come inconciliabile con tematiche di un certo spessore. Tanto meglio per certi autori, allora, che hanno sfruttato questa mentalità per stupire e sconvolgere un pubblico inconsapevole: la disattesa di queste aspettative d’innocenza e spensieratezza può risultare piuttosto destabilizzante.

È il 1972 quando in Giappone esce Devilman, manga del maestro Gō Nagai. La base di partenza è piuttosto elementare: per proteggere il mondo dall’avvento dei demoni, il giovane protagonista Akira dovrà diventare egli stesso uno di loro, fondendosi con il diavolo Amon e trasformandosi così  in un devilman: un essere dai poteri demoniaci ed un cuore umano.

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L’inizio dell’opera è, bisogna ammetterlo,  un po’ piatto: i personaggi impiegano del tempo ad uscire dal puro stereotipo, la narrazione invecchia abbastanza male e i primi capitoli si basano sul classico sistema di combattimenti tipico degli shōnen (manga solitamente conditi da una buona dose d’azione, destinati prevalentemente ad un target di pubblico adolescente), senza che la trama raggiunga una particolare profondità.

Ma ad un certo punto le tematiche che hanno reso Devilman una delle opere più influenti del panorama fumettistico mondiale affiorano in tutta la loro potenza: scoppia una guerra, una guerra tra umani e demoni, che è uno scontro dettato dall’istinto di sopravvivenza: una lotta per il diritto ad abitare la Terra, di fronte alla quale i concetti di bene e di male vengono rivoltati e sovvertiti al punto da perdere di significato. Se un demone è qualcosa di malvagio per eccellenza, cosa dire di un umano che agisce con la stessa malvagità?

La nuova condizione di terrore porta ad una politica di caccia alle streghe: chiunque sia sospettato di essere un demone o un devilman, o anche solo di aver avuto a che fare con uno di essi, sarà perseguitato da quegli uomini che ormai di umano non hanno più nulla. La guerra ha ben poco a che vedere con quello che sta succedendo ora: il terrore ha iniziato a scorrere come veleno nel sangue di una razza che ha  tradito la propria natura, mettendola da parte a favore di qualcosa di più oscuro e terrificante di qualsiasi mostro inventato dalla nostra fantasia.

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In questi capitoli Devilman raggiunge il proprio apice di intensità narrativa e crudezza visiva e tematica. Ci si sente smarriti, e lo smarrimento non nasce solo dallo stupore di vedere un “fumetto” mutare forma, toccare gli abissi più profondi dell’animo umano; lo smarrimento nasce nel riconoscere nelle tavole sporche di Nagai quei lati della propria natura che nessuno vorrebbe mai ammettere di nascondere.

Nicola De Zorzi