C’è una luce strana, le colline di terra rossa uscite da fumetti western sembrano impegnarsi molto poco, per splendere un minuto di più. Il nulla per miglia e miglia, qualche casa abbandonata mezza distrutta nel deserto che circonda la I-15, le percussioni seguono i giri dei cerchioni cercando di tenergli testa.

Ho l’impressione che il tempo si sia fermato qui, qualche decennio fa.

C’era una volta il West, e a metà strada fra California e Nevada è un sentimento predominante. Il mio primo incontro col deserto risale a ventiquattro ore fa, una corsa da LAX a Barstow, piccola cittadina toccata dalla Route 66, dove il classico motel con piscina da serial killer pareva aspettare spettatori come noi. Soltanto ventiquattro ore fa ho avuto una piccola ed innocente prova degli spazi sconfinati padroni di un continente fin troppo vasto per l’impotente essere umano.

Un basso sempre più pressante permette alle miglia di scorrere meno faticosamente, quasi le ruote provassero ad alzarsi in volo appena intravedono una discesa all’orizzonte.
Le cime di montagne più lontane ma sempre visibili mostrano i segni dell’ultimo freddo, ma quaggiù, sulla strada, il caldo si sente. Lo sa bene il re dell’asfalto che ci taglia comodamente la strada col suo chopper, bandana annoccata, occhiali da sole e look total-black in pelle nera, mentre le sei corde di Steve Lukater decorano eleganti e decise ogni battuta di un pezzo mai più azzeccato.
E se non è un film questo, cosa lo è?

Le colline ai nostri lati sembrano sbriciolarsi, e adesso non siamo più in compagnia delle mi(s)tiche Yucca del Mojave, no, ora grossi massi che paiono piazzati lì di proposito ci guardano impassibili, mentre dalle casse vien fuori un annuncio ben chiaro e quasi scontato: “Outside it’s America”.

Snowfield è le alte pareti di roccia che minacciano di crollarti addosso e dopo tre o quattro miglia si ricoprono di spessa neve. La temperatura tocca i 3 gradi, un altro mondo rispetto a mezz’ora -di strada- fa.

Passiamo l’uscita 59 con Calling all Angels dei Train, mentre il paesaggio cambia, per l’ennesima volta, sotto i nostri occhi. Increduli e disorientati, dove staremo andando? Nemmeno una macchina davanti né dietro di noi, gli unici cartelli sono pubblicità di petroli, casino, motel a decine di miglia da qui.
Ma si sta bene.

6 pm. Nella semi-oscurità del tardo pomeriggio s’intravedono schiere di alberi inframezzate da neve candida. Sono strane presenze nel buio di un insolito pomeriggio.
Ore di viaggio passano lente, e certe volte poso lo sguardo sulle strisce che scorrono veloci e mi chiedo se non sia forse meglio così. Il viaggio on the road dona al paesaggio un significato più profondo: l’avrei apprezzato in questo modo, se avessi percorso distanze così grandi con mezzi più rapidi? Avrei vissuto i grandi spazi americani con la stessa intensità?
La risposta è scontata.

E’ la psichedelia della penombra, quando ogni cosa pare difficile da definire per forma e colore, e si lascia scegliere all’immaginazione.
Alla vista del riflesso aranciato nelle nubi che sovrastano un centro abitato in lontananza, le alte montagne come le praterie prendono luce grazie ai pochi isolati di civiltà. Le corsie si riducono e qualche freccia luminosa extra-large ci mostra la via: è ora di uscire dalla highway.
E’ la dolcezza di Elliott Smith, ad accompagnarci nel poco traffico che c’è.

Siamo alle porte dello Utah. Ad accogliere i viaggiatori sfasati nell’area di servizio è un simpatico quanto inquietante castoro dai denti esorbitanti, simbolo quasi forzato di una cittadina di passaggio che, indovinate un po’, si chiama Beaver.

Ora il buio è totale, nemmeno un lampione sul nostro cammino.
I volti stanchi e gli occhi appannati dal sonno non chiedono altro che folk tenero e rasserenante, in attesa del prossimo hotel a qualche altra decina di miglia da qui.

Martina Petrizzo