Chet Baker ha la faccia d’angelo e il cuore di un demone.

Chiunque lo toccherà ne pagherà le conseguenze.

Era disprezzato da molti, ne aveva combinate troppe.
Il brillante viaggiatore del cool, dopo il suo declino negli Stati Uniti, si auto esiliò in Europa,  portando con sé la moglia Halima, la sua tromba e la sua anima corrosa.
Gli fu vietato di suonare in ogni locale di New York, specialmente dopo il periodo detentivo nel duro carcere di  Rikers Island.
C’è chi lo definì un ‘drogato spietato e lagnoso’, come il produttore della Riverside Orrin Keepnews, e  chi ‘un angelo caduto’. Il paragone con Lucifero è istintivo:

 

Tu, portatore di luce, figlio dell’aurora,

perché sei caduto dal cielo?

(Isaia 14:12)

Nel 1962, nonostante i suoi 32 anni, Chet Baker aveva già l’aspetto di un vecchio. I suoi comunemente risaputi  problemi con l’eroina avevano consumato il suo magnifico viso, ammaliatore di femmine, e la sua già fragilissima psiche.
Lo sconsiderato abuso di stupefacenti, però,  aveva  anche incrementato così tanto la sua popolarità che veniva considerato un vero e proprio veterano del Jazz, specialmente tra i giovani europei, affascinati dal lugubre lifestyle del trombettista e dalla sua dipendenza, visto che l’eroina era quasi totalmente sconosciuta, almeno in Italia.
Chet a quel tempo era pulito dalla moltitudine di droghe, e concepì, come simbolo della sua rinascita, un bellissimo album: Chet is Back! .

Dopo le fallimentari e imbarazzanti registrazioni statunitensi con la Riverside, questo disco è la più alta espressione di riconquistata libertà. Si percepisce il bisogno da parte di Baker di provare a se stesso, ai colleghi e ai critici che il suo stile non è morto, che lui non è morto e vuole ripercorrere quel che è stato per un lungo tempo il materiale su cui ha camminato e con il quale ha costruito il suo tempio, e tenta di esplorare stili ancora nuovi.
La sessione è stata interamente registrata in Italia, a Roma, dove Chet si trovava per incidere alcune parti per colonne sonore, alcune di esse anche con l’orchestra di Ennio Morricone.

In realtà, la sua disintossicazione non è stata altro che il risultato di un lungo periodo di detenzione nel carcere di Lucca, nel 1960, dove rimase per più di un anno, creandosi intorno un alone di mistero e di leggenda. Una leggenda che tutt’ora viaggia nei racconti dei cittadini, che si erano affezionati all’invisibile presenza di quel gigante del Jazz d’oltreoceano, e finirono per considerarlo come uno di loro.

Luglio 1960, in viaggio verso La Bussola di Viareggio.
Il caldo e l’afa pomeridiana della Versilia disturbavano la visione dell’autostrada infinita.
Una stazione di servizio Shell, un’oasi incastrata malamente in quel deserto asfaltato.
Le vene gridavano, imploravano un po’ di sollievo; solo un altro po’.
Il cesso del distributore, la foga nel cercare una vena, il torpore, il sangue caldo lungo le braccia, mille buchi nel cielo della pelle come stelle marce, la Terra che gravita intorno al Sole, il Sole del Palfium, vertigine.
Un tamburo?
Sempre più vicino, sempre più forte. Bam. Bam.
“Carabinieri, apra la porta!”.
Bam. Bam.
Cops?
Ma era tutto così lontano, confuso.
Il buio svanì violentemente. Come se le tenebre fossero improvvisamente state cancellate dal registro del tempo, e venne il regno della Luce.

Fu il primo grande scandalo per droga in Italia; il giovane pm Fabio Romiti della Repubblica di Lucca scovò una rete di  medici e farmacisti coinvolti in prescrizioni illegali di Palfium 875, un tipo di metadone di matrice belga che conduceva ad una dipendenza perfino maggiore dell’eroina, concepito in principio come antagonista.
Baker fu accusato di tre reati: possesso di stupefacenti,  falsificazione di una firma per ottenere il metadone e furto di ricettario in uno studio medico, sebbene poi quest’ultima accusa fu fatta cadere l’ultimo giorno della sentenza.
Lo scandalo prese il nome di “processo delle vipere”.
Chet Baker fu condannato ad un anno, sette mesi e dieci giorni di detenzione nel carcere di San Giorgio a Lucca.

A Baker erano concessi dieci minuti nell’arco della  giornata durante i quali poteva suonare il suo strumento, le guardie si improvvisarono insegnanti di italiano e non gli negavano letture intriganti di ritagli della rivista Playboy; inoltre gli fu consentito di lavorare nella legatoria dell’istituto correttivo in compagnia di un altro detenuto straniero e talvolta qualche incontro clandestino con la compagna di allora e futura moglie Carol Jackson, un’attrice britannica conosciuta a Milano quando il trombettista si trovava sotto contratto al Santa Tecla.
La vita nell’antico carcere era indubbiamente molto dura, visto che la cella era sprovvista di un impianto di riscaldamento e l’unico passatempo di Baker era la lettura sotto la luce di una scarna lampadina da 5w.

Il fatto che Chet abbia composto, a detta sua, almeno ventiquattro brani per un ipotetico bio film con De Laurentiis, scaturì una serie di leggende metropolitane secondo le quali esisterebbe un bootleg contenente le inedite composizioni del trombettista a San Giorgio, con suoni al limite dell’ascoltabile, registrato malamente da un negoziante di dischi e intitolato “Chet Baker, dietro le mura”, la cui copertina rappresenterebbe una grata bianca su sfondo marrone, dietro la quale una figura scarna suona la tromba.
L’illustrazione esiste realmente, il disco è poco probabile, poiché  le mura del carcere sono alte all’incirca 12 metri e la sezione dove era detenuto Baker è molto distante da qualsiasi strada nei pressi dell’edificio.

Baker fu rilasciato in anticipo di una settimana, il 15 dicembre del 1961, e subito si unì agli amici del Quintetto di Lucca che avevano organizzato un concerto in suo onore.
Amedeo Tommasi, il pianista, ha inciso con lui Chet is Back! ed è stato un fedele amico durante il periodo estivo alla Bussola di Viareggio, quando si esibivano al Bussolotto, nel 1960, e in carcere in egual modo.
La sua stima verso Chet come musicista era genuina.

Sempre nel ’60 il trombettista ha recitato come comparsa ‘stellare’ nel film della serie musicarelli Urlatori alla sbarra, diretto da Lucio Fulci, e che vede come protagonisti la Mina nazionale e Adriano Celentano, nelle vesti di giovanotti musicisti ribelli.
Baker alla fine del film ci lascia con questa rarità, impossibile da reperire su qualsiasi incisione  a suo nome, ma probabilmente rintracciabile solo sull’album della colonna sonora del film: Arrivederci, una delicata composizione di Umberto Bindi, che la voce di Chet modella perfettamente a suo piacimento, innalzandola alla bellezza suprema.

Roma negli anni ’60 profuma d’amore e di soldi.
Neanche l’ombra del futuro.

Arrivederci
Dammi la mano e sorridi
Senza piangere
Arrivederci
Per una volta ancora
È bello fingere
Abbiamo sfidato l’amore
Quasi per gioco
Ed ora fingiamo di lasciarci
Soltanto per poco
Arrivederci
Esco dalla tua vita
Salutiamoci
Arrivederci
Questo sarà l’addio
Ma non pensiamoci
Con una stretta di mano
Da buoni amici sinceri
Ci sorridiamo per dirci
Arrivederci