Questa settimana siamo stati al Pisa Book Festival, fiera che si ripete ormai da quindici anni e che attrae un numero considerevole di lettori, appassionati, curiosi e, soprattutto, editori indipendenti.

In questi anni si sente spesso parlare di editoria indipendente, soprattutto dall’anno scorso, in seguito al famoso scisma della fiera del libro di Torino da quella di Milano ma, di fatto, cos’è l’editoria indipendente? Perché si differenzia dal resto dell’editoria? Ma non solo, abbiamo voluto estendere il discorso fino alla questione universitaria, dato che ultimamente si sente spesso parlare dei laureati delle facoltà umanistiche e del loro non avere una collocazione all’interno del mondo del lavoro: in pratica, secondo alcuni, staremmo diventando un popolo di intellettuali, o intellettualoidi, senza possibilità di lavoro; ma chi la laurea l’ha presa e ci sta -addirittura- lavorando, cosa ne pensa?

Lo abbiamo chiesto a Rossella Innocentini, responsabile ufficio stampa di Minimum Fax (R), Marco De Simoni, direttore editoriale di Odoya edizioni (M), Tommaso Castellana, redattore di Giulio Perrone editore(T) e Leonardo Neri, redattore web di Racconti edizioni (L).

Che cos’è, in breve, l’editoria indipendente?

R: L’editoria indipendente è, o dovrebbe essere, quel tipo di editoria che si occupa di concentrare la propria ricerca su autori e temi che rischiano di essere ignorati dalla grande editoria. Non che “indipendente” sia a prescindere sinonimo di qualità, ma la matrice principale di questo tipo di editoria si dovrebbe basare sulla voglia di trovare voci altre che potrebbero restare soffocate dalle solite storie che comunemente vengono pubblicate.

M: L’editoria indipendente, di base, è quell’editoria che non fa parte dei macro-gruppi che, a differenza degli editori indipendenti, fanno anche editoria diversa da quella libraria, come le riviste e i media.

T: L’editoria indipendente è il miglior modo, ad oggi, di poter fare un’operazione culturale con i libri, cercando di ritagliare delle novità nel panorama editoriale contemporaneo italiano e non, in alternativa alle grandi catene. Di conseguenza è una scelta politica e di controcorrente, partendo dal basso.

L:Per quanto riguarda Racconti Edizioni, vuol dire non stare dentro la catena di montaggio editoriale, ma scegliere i libri che ci piacciono mettendo al primo posto la qualità.

Qual è stata la tua formazione universitaria?

R: Ho studiato storia dell’arte all’università e successivamente ho partecipato al corso di editoria di Minimum Fax.

M: Sono laureato in storia moderna.

T: Sono laureato alla magistrale di filologia moderna.

L: Sono laureato in scienze della comunicazione, poi nella specialistica in scienze politiche e successivamente ho svolto un master in editoria digitale.

Di quali temi editoriali si occupa, nello specifico, la tua casa editrice?

R: La linea editoriale di minimum fax è sempre stata orientata principalmente verso la letteratura nord-americana, e con uno sguardo comunque rivolto verso la contemporaneità. Abbiamo creato la collana nichel, per esempio, per dare voce anche ad autori italiani come Giorgio Vista, Giordano Meacci e Paolo Cognetti, solo per citarne alcuni.

M:Odoya ha portato in Italia la storia divulgativa di stampo anglosassone e da questo nucleo di pubblicazioni poi si è differenziata nelle guide culturali di città, guide orienteering di pop culture più una potente collana di musica e delle forti biografie. Il tutto, coronato da una collana di titoli innovativi che riguardano l’emancipazione della sessualità.

T: Ci occupiamo di narrativa, soprattutto italiana (ma ci stiamo aprendo anche verso quella straniera) e saggi di taglio narrativo.

L: Noi pubblichiamo solo racconti, quindi forma breve e narrativa. Pubblicando solo racconti il bello sta nel poter spostarci tra tematiche e autori veramente diversi tra loro.

 Se dovessi paragonare l’andamento degli ultimi anni dell’editoria indipendente ad un’opera d’arte, o a un libro magari,  a cosa la paragoneresti e perché?

R: A un quadro qualsiasi di Kandinskij, in cui, a primo impatto, non è completamente chiaro quello che si ha davanti agli occhi, ma si ha una percezione immediata del senso profondo che c’è dietro.

 

 

M: Provocatoriamente, mi viene da dire il libro La banda dei brocchi di Jonathan Coe, perché gli editori indipendenti non sono riusciti a creare un sistema economico positivo e quindi sono preda dei grossi promotori e distributori. Questo ha portato a monopolizzare e ha leso anche la figura del lettore. Se si è vittime di questo sistema si alimenta un circolo vizioso che alla fine finisce col divorarti.

T:È tutto molto movimentato quindi sicuramente ad un’opera di Pollock.

 

 

 

L: L’Urlo di Munch. Perché c’è un sistema che non funziona, in primis perché ci sono pochi lettori e poi perché c’è un meccanismo finanziario che riguarda la distribuzione e la

promozione che impedisce alle piccole realtà di fiorire e di avere la possibilità di allargarsi.

 

 

 

Tutti dicono che in Italia non si legge o che comunque le persone che leggono molto, i famosi lettori forti, sono pochi, diresti lo stesso secondo la tua esperienza?

R: Le statistiche parlano da anni di percentuali molto basse e oscillanti, ma è anche vero che l’attenzione verso un certo tipo di editoria e di manifestazioni letterarie raccoglie sempre una grande partecipazione.
Sembra che il libro per la sua natura, complessa o semplice che sia, abbia assunto una forma “d’intrattenimento intellettuale” riservata a pochi, quando invece ha o dovrebbe avere le stessa possibilità di concedersene il godimento come accade per un bel film o per un bel disco, per esempio.

M:Sì, i lettori forti sono una piccola percentuale del mercato, il 50% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno, quindi, oggettivamente, è vero.

T:Purtroppo sì. Soprattutto, a leggere poco, sono i giovani.

L: Sì, per molteplici motivi. Personalmente credo che a scuola si facciano proposte un po’ troppo antiche, bisognerebbe svecchiare i programmi. Ma ci sarebbe un discorso culturale a livello nazionale molto più ampio da affrontare.

Secondo te è giusto dire che in Italia i giovani dovrebbero smettere di iscriversi alle facoltà umanistiche perché stiamo, a detta di molti, diventando un popolo di intellettuali senza lavoro?

R: Il discorso è molto ampio e inevitabilmente complesso, ma in ogni caso credo nell’importanza di una formazione il più completa possibile in ambito umanistico.
È pur vero che dovrebbero venire creati degli strumenti, a partire dall’università, per ottenere una formazione che non si basi solo sui testi ma che possa permettere di definirti in un ruolo che poi possa essere spendibile al termine degli studi. Bisognerebbe cercare di creare questi strumenti prima di entrare nel mondo del lavoro, ma appunto questo sarebbe uno dei compiti delle istituzioni.

M: No, non dovrebbero smettere. Probabilmente ci vorrebbe, in alcune circostanze, una selezione maggiore, ma forse sarebbe ancora meglio cambiare il modo di insegnare, per dare ai ragazzi un migliore know how. Bisogna dire anche un’altra cosa: se l’insegnamento universitario si impegnasse di più ad un approccio più aperto alla ricerca e alle problematiche in generale si svilupperebbe nei ragazzi una facoltà di problem solving applicabile a qualsiasi settore di lavoro.

T: Assolutamente no. Bisognerebbe dire semplicemente che alcuni ambiti lavorativi, come l’insegnamento, sono saturi, e quindi convogliare dei futuri operatori culturali verso altri settori, come quello dell’editoria, appunto.

L: Mi viene da chiedere: cosa si dovrebbe fare in alternativa? Si dovrebbero scegliere facoltà scientifiche che porterebbero a fare lavori di ufficio che non appagherebbero e che creerebbero un popolo di insoddisfatti? Non si considera il fatto che il tutto si riverserebbe negativamente a livello economico sul Paese, perché un popolo di infelici crea consequenzialmente un disagio economico.
Ecco perché è importante assecondare le proprie ambizioni.

Dopo aver trascritto queste interviste è un dovere che acquista un valore morale, sottolineare come l’editoria indipendente italiana debba essere considerata come una risorsa di qualità e di speranza, in primo luogo per i giovani, ma non solo, anche per tutte le persone che percepiscono l’Italia come un paese in cui non c’è spazio per nuove idee e in particolare per le proprie idee.

Ecco, lo spazio c’è.

Ma questo non vuole essere solo un panegirico all’editoria indipendente, vuole essere anche un promemoria per ricordarsi di leggere, di non stancarsi mai di conoscere e di cercare alternative migliori di quelle a cui a volte ci si rassegna per pigrizia.

E di andare a visitare le fiere del libro. Fighissime.