Accade qualche settimana fa che un avvocato in Irlanda rinforza la linea di difesa per il suo assistito accusato di stupro mostrando un tanga in aula durante il processo. Succede che un elemento del genere, all’interno di una causa, riesca a convincere dell’innocenza dell’imputato. Un indumento «troppo sexy» che, dunque, diventa una dichiarazione di consenso a un rapporto sessuale.

Naturalmente scoppia il caso, si innesca un meccanismo di protesta di donne e solidarietà virale sul web rappresentato dallo slogan “This is not consent” (questo non è consenso, in riferimento all’immagine del tanga). Siamo davanti all’ennesima occasione per prendere coscienza di un problema, oppure chiudiamo tutto con un “se l’è cercata”?

Come stanno le cose. Corso avanzato di autodifesa, massima educazione e nessuna risposta arrogante, tecniche sopraffine di “fuga” dalle situazioni scomode, atteggiamento guardingo, scatto felino verso la salvezza, spesso l’androne del proprio condominio. È l’addestramento per affrontare il coprifuoco nel mezzo di una guerra civile? No. Sono le possibili soluzioni contro gli approcci animaleschi e i tentativi di violenza che – quasi – ogni donna mette in conto quotidianamente. Tutte (generalmente) educate alla compostezza, al contegno, all’eleganza dei movimenti e delle espressioni. E l’altro emisfero sessuale che fa? Coglie ogni eccezione come una provocazione al sesso maschile.

Una metà della popolazione mondiale indossa il tanga; l’altra metà lo vuole sfilare. Fin qua, nulla di folle. Semplicisticamente crudo, ma è un fatto. Quel che sta in mezzo – tra chi indossa e chi sfila – è tutta questione di comunicazione. Un indumento può rappresentare uno status sociale o economico, una classe di appartenenza, un gesto verso una qualche autorità.

Un indumento più scoprente che coprente – premesso che le mutande stanno sotto i vestiti e non sopra! – può far sentire semplicemente più belle, più sicure e a proprio agio, e non include la richiesta di un approccio fisico. E se un tanga è capace di comunicare la volontà di un rapporto sessuale siamo davanti a una crisi comunicativa. O meglio, chi “ascolta” le parole di un tanga e non quelle di chi lo indossa è semplicemente un prepotente e un presuntuoso (oltre che un idiota).

Siamo gli stessi occidentali arrivati nelle Americhe oltre mezzo millennio fa, scandalizzati dalla nudità incivile degli abitanti di quelle terre nuove; oggi c’è lo stesso dilemma interpretativo, lo stesso modello di reazione a una comunicazione prettamente estetica senza nessuna mediazione o conoscenza. E, portando il dilemma ai giorni nostri, la verità è che gli uomini non conoscono le donne, o non le vogliono conoscere, perpetrando la stessa impostazione coloniale millenaria maschilista. L’unica cura all’ignoranza è il dialogo, e comunque il suo naturale opposto: la conoscenza.

Finché ogni donna dovrà studiare come difendersi, ogni uomo continuerà a studiare come attaccare. E allora dobbiamo scegliere cosa vogliamo fare della nostra società – anche della nostra piccola comunità, non dobbiamo cambiare il mondo in un giorno! – e capire se educare all’uguaglianza o mantenere lo status quo perché “tanto si può sempre denunciare”. Quella crisi comunicativa resta, e anche le violenze sulla pelle delle vittime. Anche se i cultori del meglio tardi che mai si potranno accontentare di un processo graduale, dovremmo essere giunti al maturamento di un nuovo metodo di studio, lo stesso per tutti: come vivere insieme e alla pari.

Ciò che rende ancora più lontano il mito democratico dell’uguaglianza è il disastro della differenza tra uomo e donna. No, gli anni Sessanta non sono stati sufficienti a realizzare la parità in Terra per secoli e secoli di umanità. No che non “hanno ottenuto tutto quello che volevano”. Chi crede si sia raggiunto un livello accettabile di uguaglianza dei sessi vive da solo in una bolla colma di favole o è semplicemente miope. Perciò, sveglia!

Le donne avranno ottenuto tanti diritti e tante vittorie su numerosi fronti, sociali e civili, ma probabilmente gli obiettivi più importanti per risolvere la “questione delle questioni” non dovrebbero derivare da lotte e appropriazioni, quanto da un semplice passo di lato degli uomini. Un passo di consapevolezza, un passo di riflessione e un passo, semplicemente, per far spazio accanto. È lo sguardo che dobbiamo impegnarci a cambiare. Poiché la domanda non è perché il tanga, ma come lo guardo.