Opera: Hermann Von Kaulbach (1846-1909), Prima della catastrofe, acquaforte colorata a mano.

26/10/2016

I primi anni della mia vita li ho passati in una piccola strada chiusa, su cui si affacciavano, ambo i lati, otto villette a schiera. E di fianco al parcheggio condominiale, un palazzo di tre piani ospitava quattro o cinque famiglie, sovrastando con la modesta mole, i tetti delle nostre abitazioni.
La strada si fermava davanti a un muretto di cemento interrotto da un punto d’accesso che la collegava a un grande campo abbandonato.
Allora mi faceva l’effetto di una regione inesplorata, piena di segreti e suggestioni.
La mia generazione, fra gli anni ‘80 e ’90 non è stata rovinata dalle droghe (quelle sono venute in un secondo momento), ma da film come The Goonies (1985), dal coraggio incosciente e dall’arte di inventare avventure in qualsiasi situazione e con qualsiasi pretesto. Non ho mai rischiato tanto in vita mia, come da bambino, quando costruivo insieme ad altri ragazzini del circondario, in questa fantastica zona franca, basi logistiche per organizzare guerre sanguinarie contro le femmine (orribile retaggio culturale del nostro paese) o quando inventavamo eroiche spedizioni verso la fabbrica abbandonata al limitare del quartiere residenziale, in cerca di tesori preziosi e inutili come pezzi affilati di vetro opaco al piombo, strappati dagli schermi infranti di vecchi televisori a tubo catodico, bestie morte da tirare addosso alle bambine o lamiere arrugginite, perfette come copertura.

Ricordo ancora il nostro covo, era stato ricavato, con l’aiuto di un adulto, da un cespuglio di rovi particolarmente folto che formava un arco naturale, al cui interno avevamo trasportato un piccolo albero, bruciato durante un incendio qualche estate prima: ci passavamo giornate intere dentro a quella grotta di spine, a discutere animatamente dei film di Paolo Villaggio, dei Cavalieri dello Zodiaco o delle squadre di calcio (è stato l’unico periodo della mia vita in cui mi è importato qualcosa del pallone).
L’avvento di una ragazza a turbare l’equilibrio dei nostri otto anni portati sulle spalle con dosi minime di testosterone, veniva salutato con una sassaiola di qualche minuto o con insulti di ogni genere, che coprivano un arco di tempo equivalente.
Quelle che resistevano ai nostri sgradevoli comitati di benvenuto erano accettate nel club.
Diventavano amiche.
Il che non significava la fine delle ostilità, ma la possibilità, di quando in quando, che non fossero solo un bersaglio, ma complici e compagne dei nostri splendidi disastri.

Due giorni fa, una di queste amiche se ne è andata.
Non ci parlavamo da migliaia e migliaia di giorni, ognuno viveva altrove e aveva una vita fatta di priorità totalmente diverse.
Inutilmente ho cercato ovunque ispirazione per il prossimo appuntamento di Coffee & Cigarettes, fingendo che non fosse successo niente, chiedendo spunti ad amici o consultando siti web e libri, perché percepivo un’insicurezza di fondo riguardo al prossimo eventuale argomento da trattare.
Ho provato a scrivere qualcosa di diverso da quello che sto effettivamente scrivendo, ma il meccanismo che di solito dà il via ad ogni post, non riusciva a mettersi in moto, come se un ingranaggio si fosse inceppato nel mio cervello, in attesa di qualcosa che fino a pochi minuti fa, non riuscivo a comprendere: il bisogno di una sosta dovuta a lei, la mia vecchia amica, e a me stesso.

Di alcune cose non riesci a vedere
Quanto male ti fanno sentire
A volte provi a fermare il tempo
Finché gli impegni non diventano un susseguirsi di ruote che girano
Ma io sono semplicemente una macchinetta rotta
E faccio cose che non intendo realmente fare.

(The Mountain Goats, Cry for Judas)

Ho cercato di non pensare ai suoi anni, gli stessi miei, e a quel periodo “d’argento” (direbbe Will Sheff degli Okkervil River, che ha scritto un intero disco sull’argomento, The Silver Gymnasium) passato insieme, quel periodo che retoricamente e tragicamente “non tornerà più”. Certo, come tutti gli altri passaggi di tempo. Ma quegli anni, col senno di poi, hanno avuto il sapore di un imprinting animale, talmente cruciale per quello che sono diventato oggi, da farmeli ricordare nei minimi dettagli, con la precisione di una poesia imparata a memoria. Come una mappa appesa davanti al mio letto, da contemplare appena sveglio e un secondo prima di addormentarmi.

Hermann von Kaulbach (1846-1909), Prima della catastrofe.
Hermann von Kaulbach (1846-1909), Prima della catastrofe.

Hermann von Kaulbach (figlio del più famoso artista Wilhelm von Kaulbach), è un pittore tedesco, che normalmente non apprezzo, anzi che trovo eccessivamente lezioso e dolciastro nella scelta dei temi e soprattutto nel modo mellifluo di renderli visivamente, al punto da risultarmi quasi irritante. Ma c’è un’acquaforte nella sua produzione, che mostra in modo esilarante e incredibilmente veritiero e privo di retorica, un piccolo spaccato di vita che guardato oggi, col caldo innaturale che c’è fuori e questa breve, triste, vacanza da me stesso, è riuscito a darmi qualcosa come un brivido.
Il titolo dell’opera è Prima della catastrofe e ritrae, in un ambiente esterno fatto di scale in pietra, vecchi muriccioli logori e piccoli cancelli di delimitazione in legno, una scena di gioco. Un bambino vestito da avventuriero, armato di uno spadino in legno e una ramazza spelacchiata, fiero con il suo enorme copricapo a forma di cono rovesciato, ascolta attento l’amico al suo fianco che gli suona una marcetta militare con in testa un imbuto. Nascosto dietro l’angolo del muretto, fa capolino un altro bambino che controlla la situazione con sguardo furbo e un pizzico crudele. A incombere su quel siparietto privato, stanno altri tre marmocchi che si preparano, fatti i debiti calcoli, a rovesciare un secchio d’acqua sopra al malcapitato soldatino.

Non è necessario parlare, perché lo so,
Bambino, lo so. Ho detto che so.
Tu sai che io so.
Che era la nostra stagione.

(Okkervil River, It Was My Season)

Assomigliavano a questa scena, le giornate senza fine, dei nostri primi anni sulla terra.
Un mix di cose da non fare, di piccole bugie, le prime scappatoie, i primi “no!” isterici battendo i pugni per terra, le prime cattiverie minuscole ma già così affilate. E per la prima volta, l’odore dell’erba e il loop delle cicale nelle notti d’estate, sorvegliati a distanza dalle mamme a veglia. Per la prima volta la vista, il sapore, la sensazione del sangue, per una sbucciatura a un ginocchio o il taglio di un mattone.
Non eravamo puri, non eravamo l’innocenza fatta essere umano, nessuno lo è mai completamente. Eravamo delle gran teste di cazzo. Perché un bambino, che si voglia accettare o meno, non è moralmente qualcosa di intonso, non è un informe pezzo di creta da modellare, è sempre geneticamente, la somma di due individui, venuti da altri individui cresciuti in un determinato tempo e luogo.
E la risultante della miscela dei nostri genitori, non era sempre qualcosa di cui andare fieri, ma nell’essere delle teste di cazzo, avevamo quella preziosa opportunità di non dover rispondere ancora del nostro operato e di non dover calcolare mai le conseguenze. Una libertà che non è più tornata.
Era quella la nostra stagione.
Ed è ciò che ti regalo stasera, insieme a una manciata di canzoni.
Prima di dirti buonanotte, Roby.

Nei giorni di declino che mi aspettano
Devo ripensare alla strada che ho fatto
So che non è troppo tardi
Tutte le cose stupide che ho detto
E le persone che ho ferito nella mia vita
Spero che non sia il mio destino

Continuare a mettermi i bastoni tra le ruote
E continuare a ripetere il passato
Non posso continuare a mettermi i bastoni tra le ruote
Non posso continuare a ripetere i miei errori di gioventù

Nell’oscurità della notte potrei
Essere capace di convincermi
Che sono ancora un giovane
Ma quando la luce del giorno si affievolisce
Non c’è modo di girarci attorno
Non sono più quel giovane
(Eels, Mistake Of My Youth)

Alessandro Pagni