Opere:

  • Alberto Burri, Rosso Plastica, 1963, plastica e combustione su tela, Fondazione Palazzo Albizzini, Città di Castello.
  • Simone Martini, Annunciazione, 1333, tempera e oro su tavola, Galleria degli Uffizzi, Firenze.
  • Shotaro Akiyama, Close up, 1959, Collection Société Française de Photographie, Parigi.
  • Warren De La Rue, Una delle fasi dell’eclissi totale del 18 luglio 1860, fotografate a Rivabellosa, Spagna, prova su carta all’albumina montata su cartoncino, Londra, Royal Astronomical Society.
  • Andres Serrano, Semen & Blood II, 1990, cibachrome, silicone, plexiglass, wood frame, Paula Cooper Gallery, New York.

Una canzone, anche da sola, isolata dal contesto del disco o di un qualche filone/genere/corrente di appartenenza, può diventare una finestra su un vasto panorama da esplorare, o come in questo caso, un tunnel sotterraneo, che ci permette di scendere,  di qualche gradino, intimoriti e curiosi, in acque scure, profonde e decisamente più intriganti del comodo veleggiare in superficie.
Sabrina degli Einstürzende Neubauten è un specie di anti-ballad, cupa e vagamente perversa, così teneramente malata, da sembrare uno dei cuccioli di Cerbero, arrivato dagli inferi.
La canzone, registrata fra il 1998 e il 2000, come singolo apripista del morbido, ma mai innocuo, Silence Is Sexy, pur essendo parte integrante del disco (se non addirittura la sua bandiera), è capace di rendersi indipendente, di reggersi da sola sulle proprie gambe e portarci altrove.

Chiudete gli occhi, lasciate che il pezzo goccioli nervoso dalle tubature arrugginite, affiori dalle pozzanghere, scivoli sotto le auto e trasudi dal pavimento come un miraggio che balla sull’asfalto nell’estate più torrida. Anche se qui è notte, la stagione calda è il ricordo di un malato d’Alzheimer e nella stanza, la parete più esposta a nord si sta lentamente congelando. Gli archi ci raggiungono come l’eco distante di un lamento, sfuggito alla prigione di una vecchia intercapedine nascosta e il basso è un fiume di pece nera, su cui scivola una litania, sussurrata da Blixa Bargeld con voce quasi inespressiva, perseguendo quell’estetica del silenzio di cui è intriso l’intero album.

Sabrina è un desiderio tenuto fra i denti, una linea curva dalla lingua al cuore, giù per la gola.
Qualcosa come una sete, come fame. Non serve sapere altro. E Blixa in ogni caso non ce lo dice.
Sabrina è contaminazione dei sensi, sinestesia, un cortocircuito del sentire.
Sabrina è un colore.
Ma quale?

Non è il rosso del sole morente
la sorprendente macchia sulle lenzuola del mattino
Non è quel rosso di cui sanguiniamo
Il rosso del Cabernet-sauvignon
Un mondo di rubino, tutto invano
Non è quel rosso [1] (Einstürzende Neubauten, Sabrina)

Non è il rosso tanfo di morte della plastica bruciata di Burri, che urla e invecchia di rughe atroci nel tempo di un respiro. La fiamma si accosta, la materia si ritrae, si divincola in cerca di una via di fuga, ma il confine del frame, deciso dall’artista, dall’estro e dal controllo nel comporre l’immagine, la spinge di nuovo di fronte al suo aguzzino, aprendo ferite insanabili che sfondano la superficie bidimensionale, già notevolmente increspata, andando oltre, muovendosi dentro allo spazio, fino agli intrecci della tela.
Non è la rossa fiamma di una passione, non è il calore della carne nella carne, dell’intreccio affamato di membra, è un bruciare sordido, tutto e subito, che dà la nausea e occlude la mente.
Non è il rosso il suo colore.

Alberto Burri, Rosso Plastica, 1963.
Alberto Burri, Rosso Plastica, 1963.

Non è come la famosa pioggia di Zeus
Non viene assolutamente giù dal cielo
E’ all’aperto, ma non viene rubata
Non è quel color oro
Non è d’oro come la memoria
O come l’età dallo stesso nome
Non è quel color oro

(Einstürzende Neubauten, Sabrina)

Non è l’oro in foglia sottile, che meticoloso Simone Martini ha applicato con calma e pazienza, sulla tavola per il fondale della sua Annunciazione. Non è l’oro di quei cieli medievali fatti solo per il Divino e mai per gli umani (prima dei cieli di Giotto), dove non c’era spazio per l’esitazione e il minimo dubbio doveva scavarsi una tomba dentro allo stomaco. Maria ascolta l’angelo, le sue assurde pretese, e il gesto di ritrarsi, nascondere il volto (subito dopo arrendersi, dicono, accettare), su cui il pittore senese ha fermato il tempo, è testimonianza sublime di una prevaricazione prepotente e violenta, ad uso e consumo del mondo degli uomini.
Lei, Sabrina, non si lascia accecare da quel brillare, non si ritrae, non ha bisogno di coprirsi il viso.
Ha imparato a dire no e a sostenere lo sguardo.
Non è oro il suo colore.

Simone Martini, Annunciazione, 1333.
Simone Martini, Annunciazione, 1333.

E’ nero come il quadrato di Malevitch
La gelida fornace nella quale fissiamo gli occhi
Un tono alto su una gradazione futura
E’ una fiaba da notte invernale senza stelle
Ti si adatta bene
E’ quel nero
Vorrei che fosse questo il tuo colore…
Il tuo colore, vorrei
(Einstürzende Neubauten, Sabrina)

È il nero quasi cieco di un pozzo visto dal suo fondo, in una notte coperta di nubi, che assomiglia a un’eclissi totale di sole. La sequenza di Warren De La Rue, in una Spagna lontana nel siderale 1860, dove per la prima volta “l’essenziale diventa visibile agli occhi” e quella sfera nera, cela quasi tutto di sé, ma non la sua incontenibile energia, fatta di protuberanze lascive e lingue di fuoco.
O lo scatto di Shotaro Akiyama, quell’occhio attento su di noi, fisso a pugnalarci, oltre la tenda pesante dei capelli che ci concede un solo boccone di quella bianca pelle di luna e non ci sazia. Entrambi negativi dell’esistenza, dove il nero è un rifugio che permette di intravedere quanto basta, lasciandole il sacro diritto di essere un mistero inquietante, seducente, potenzialmente pericoloso, per chi le sta davanti.

Warren De La Rue, Un delle fasi dell'eclissi totale del 18 luglio 1860, fotografate a Rivabellosa, Spagna.
Warren De La Rue, Una delle fasi dell’eclissi totale del 18 luglio 1860, fotografate a Rivabellosa, Spagna.

 

Shotaro Akiyama, Close up, 1959.
Shotaro Akiyama, Close up, 1959.

E alla fine, in una miscela di umori, dove Andres Serrano, bestia notturna splendente e incompresa della fotografia, rimesta  il rosso del sangue, lo sperma e altri fluidi corporei dorati, sopra una superficie di buio totale, puro e ostile, troviamo la sintesi di quel desiderio, il ritratto di Sabrina, la nostra immagine riflessa, quell’io maledetto e un po’ bambino, che esibiamo di rado, che centelliniamo per convivere col prossimo e non farci da soli paura, quell’essere”altro” che ci somiglia e ci ricorda ogni giorno, quanto poco abbiamo a che fare col cielo e quanto in fondo questa distanza ci renda liberi.
E orribilmente belli.

Andres Serrano, Semen & Blood II, 1990.
Andres Serrano, Semen & Blood II, 1990.

Alessandro Pagni

[1] Per la traduzione mi sono servito del sito web: http://www.metalgermania.it/traduzioni/einstuerzende-neubauten/sabrina/