Opera: Édouard Manet, Olympia, 1863, Musée d’Orsay, Parigi.

Adoro il cortocircuito, la reazione imprevedibile e sublime data dall’accostamento di due suggestioni in apparenza distanti fra loro o addirittura dissonanti.
Un buon esempio di questo approccio si può trovare nell’irresistibile mondo delle serie televisive di alta qualità. Penso a The Knick, la storia, ambientata nella New York dei primi del ‘900, del dottor John Thackery, visionario e geniale chirurgo, con la passione per la cocaina endovena, di cui presto diventa dipendente, applicandone i benefici a ogni forma di svago (soprattutto sessuale), studio, sperimentazione e sfogo.

Il risultato è quello destabilizzante di trovarsi catapultati dentro a una città in bilico fra passato e modernità, brulicante di miserie di vecchia e nuova generazione, inquieta e feroce, vista continuamente attraverso stati di coscienza alterati dalle droghe: carrozze che sfrecciano per strada infilandosi nei vicoli maleodoranti al ritmo immaginario di una drum machine; rocamboleschi e approssimativi interventi chirurgici scanditi dalle andate e ritorni di synth ossessivi e inusuali per l’epoca (la colonna sonora di Cliff Martinez è uno dei tratti sorprendenti dello show), che spesso sfociano in uno splatter compiaciuto, quasi debordante; e poi sesso eclettico, consumato con gioia rabbiosa, dentro stanze in penombra, lontane dalle ingessature dell’etichetta.

Quello che mi piacerebbe fare è prendere il dottor Thackery durante uno dei suoi stati di grazia lisergici e farlo sedere per un tempo indefinito di fronte all’Olympia di Manet, nata pochi anni prima di lui, per gustarmi le sue estemporanee considerazioni sul dipinto.
Probabilmente nella sua testa, comincerebbero a girare i ritmi convulsi di un disco che non è ancora stato scritto.
Provate a immaginarlo davanti al quadro, comodo, le gambe accavallate in una posa elegante che tradisce la sua estrazione borghese, molto altezzoso e al contempo annebbiato, una mano a conca fra il mento e le narici ad accompagnare il fluire dei pensieri.
Nella sua testa The Downward Spiral dei Nine Inch Nails.
La voce di Trent Reznor che lo chiama a sé come un pifferaio magico:

Hey pig
Yeah you
Hey pig piggy pig pig pig
All of my fears came true
Black and blue and broken bones you left me here I’m all alone
My little piggy needed something new

E su questo ultimo periodo, il dottore sicuramente si arrenderebbe allo spalancarsi spontaneo, in un sorriso malizioso, della sua bocca, mostrando i denti porcini. Il mio piccolo maialino ha bisogno di qualcosa di nuovo. Alzerebbe lo sguardo sugli occhi pungenti di Olympia e la sua analisi da uomo navigato sarebbe forse la seguente.

«La signora Olympia, in tutto il suo splendore, giace nuda con la schiena sorretta da due cuscini regali, carezzando distratta dalla nostra presenza, un tendaggio floreale finito sotto il suo deretano, a fungere da confezione festosa per questo sproporzionato confetto dalle lunghe ciglia.
Faccio un sforzo sovrumano per ignorare quell’insipida palla di pelo finita al limitare del letto, sulla destra, solo per placare la stuccante fobia di Manet per il vuoto, a ricordarci che “l’essenziale è invisibile agli occhi” e quindi va sostituito con gattini e altre bestiacce leziose».

Fumerebbe qualcosa il dottore, una tirata d’oppio ogni tanto, svogliatamente, mentre si liscia i folti baffi e rimugina sull’effetto che gli fanno quelle pennellate.
Nella testa, la voce di Mr. Self Destruct, simulacro del suo demone interiore (I am the voice inside your head And I control you), gli ricorda: nulla può fermarmi adesso. Non mi importa ormai. Nulla può fermarmi adesso. Semplicemente non mi importa.
Sale l’eccitazione percussiva di una batteria che sghemba si sovrappone all’altra, mentre la salivazione aumenta.
Lui torna alla sua Olympia e una nuvola di fumo denso lentamente lo ingloba.

«Mi concentro su di lei, mi lascio rapire e seguo l’istinto: quella freccia assassina che Roland Barthes chiamerà punctum (lui Barthes ancora non lo conosce e mai lo conoscerà, ma siamo nel regno delle possibilità inattese e i fumi che lo attraversano portano intuizioni), non parte dal suo sguardo deciso né dalla sua sicurezza nel sostenere il mio, senza alcune vergogna. Quello che la rende davvero una donna di oggi, una donna irresistibile, sicura sulla soglia della modernità è ben altro: sono le sue ciabattine con il tacco, che le scivolano dai piedi».

Parte il ritmo cardiaco di Closer, i corpi cavernosi si impregnano di sangue.

«Possiamo filosofeggiare per ore su questa tela, ma cosa ci tocca veramente nell’intimo se non il fatto che lei è una bella donna, nuda e distesa su un letto con indosso un paio di scarpe col tacco?
È lei la prima donna “consapevole”, è in quel piccolo accessorio che risiede l’intuizione che aprirà la strada a decenni di onorata sottocultura erotica e pornografica, quel tacco che accende l’immaginario maschile e ci porta via da sempre, senza un motivo sensato per altro. Perché mai una donna dovrebbe stare sopra un letto nuda con le scarpe? Il mistero è fascino e il fascino dialoga con l’erotismo, e ciò che non si spiega, spesso si desidera come un tarlo che ci divora lentamente».

Aiutami ho distrutto il mio interno, aiutami non ho un’anima da vendere.
Aiutami a fare l’unica cosa che funzioni per me, aiutami ad andare via da me stesso.

«E lei, la lei pittorica, si è lasciata divorare sicuramente in quei suoi primi anni, in competizione con una fotografia neonata e già consapevole di poter ricoprire il ruolo di catalizzatrice delle smanie di auto-gratificazione dell’animale uomo.
Non è da meno quel fiocco nero attorno al collo, annodato con la devozione religiosa del ragazzino, che da poco ha imparato a farsi il doppio nodo alle scarpe buone per la messa domenicale. È così che ci rapisce un’immagine, ci scaglia addosso una freccia (Hurt) puntata da un arco teso tra un paio di ciabattine e un piccolo fiocco nero, come per circoscrivere i confini del nostro desiderio e dirci che quello che va, dal punto A al punto B, è passibile di ogni nostro più turpe pensiero».

 

Alessandro Pagni