Opere: Anton Corbijn, mostra fotografica 1-2-3-4, Fotografiska, Stoccolma, 16 settembre-4 dicembre 2016.

Stoccolma in questi giorni si sveglia con un cielo che è un unico, continuo, soffice asciugamano grigio di nuvole.
Mai particolarmente minacciose, ma ostinate nel dare a tutto una tonalità sobria e composta, di gran gusto, coerente e velatamente malinconica. Il vento al contrario, quando si alza è capace di farti lacrimare, di farti desiderare quelle “razioni” interminabili di caffè insipido, e di prolungare la tua pausa una, due, tre tazze ancora, pur di non tornare a farti graffiare dalle raffiche del nord Europa.
A nord dell’isola di Södermalm (la culla del lato alternativo seppur hipster e dichiaratamente fighetto della città), in prossimità del punto in cui il lago Mälaren incontra il Mar Baltico e l’acqua dolce si confonde con quella salata, direttamente affacciato sul mare, troviamo il Fotografiska, una ex casa doganale in stile Liberty (progettata nel 1906 da Ferdinand Boberg), oggi convertita in uno dei più interessanti centri espositivi di fotografia moderna d’Europa.

Il museo ospita fino al 4 dicembre la grande retrospettiva itinerante 1-2-3-4 (titolo un po’ facilone e dozzinale per indicare il gesto di dare il tempo per l’attacco di un brano musicale) su Anton Corbijn e i suoi quasi quarant’anni di fotografia. Corbijn, per chi non lo sapesse, è stato ed è tutt’oggi, uno degli sguardi (non solo fotografico in quanto anche regista cinematografico e di videoclip) più importanti sul panorama musicale mondiale, insieme a nomi come Annie Leibovitz o il nostrano Guido Harari. I suoi ritratti riescono a carpire l’essenza, lo stile, l’inquietudine degli artisti con cui ama stabilire dialoghi che si protraggono negli anni, mostrandoci le molte sfaccettature, evoluzioni o involuzioni della carriera di ciascuno.

Qui a Stoccolma, sono presentate circa 400 opere (la tappa berlinese conclusa il 31 gennaio ha avuto la fortuna di contarne ben 600) che vanno dai primissimi esordi come fotografo live nel 1972, fino alla ritrattistica quasi staged dei giorni nostri, permettendoci di seguire le gesta di artisti partiti dal niente e diventati poi icone di fama mondiale, ripercorrendo grazie ai suoi scatti, tutte le fasi cruciali della loro vicenda: ne sono un esempio gli U2, Tom Waits i R.E.M, Nick Cave, i Rolling Stones, Nirvana o i Depeche Mode, con cui instaurerà un’amicizia e un dialogo così intensi da restituirci qualcosa che va ben oltre l’immagine iconica da dare in pasto alle masse. Nomi enormi, ingombranti, potrebbe dire qualche detrattore superficiale, ma va tenuto conto che proprio lui ha contribuito, in certi casi, a renderli tali, quando ancora erano perfetti sconosciuti.

La forza della mostra è il suo sapersi reggere in piedi esclusivamente sulle fotografie senza troppi orpelli (fatta eccezione per qualche video o materiale di fruizione, a mio avviso non indispensabile, esposto per mostrarci, come di alcuni fenomeni musicali abbia curato tutto quello che riguarda l’immagine nel senso più ampio del termine): la giusta luce, intima e teatrale, che ci inchioda di fronte agli scatti, poche sedute, nessuna struttura particolarmente suggestiva a distrarci dal nostro percorso. Di alcuni artisti abbiamo poche testimonianze, sempre comunque ponderate e squisitamente accessibili a qualsiasi tipologia di spettatore, mentre di altri abbiamo pareti intere dedicate che ci lasciano intravedere un progetto condiviso fra fotografo e artista, fondato sulla frequentazione duratura e il rispetto reciproco.
Continuare a descrivere in modo generico questa mostra ha poco senso, il suo carattere di retrospettiva non contempla percorsi tematici particolarmente complessi o una storia sotterranea da seguire come un filo rosso che non sia semplicemente quella dei quattro decenni passati a guardare dentro un obbiettivo: credo che la qualità delle singole immagini abbia il potere di darci un’idea del valore complessivo dell’intera raccolta e vorrei perciò portare alcuni esempi significativi, in stile C. & C., per stuzzicare la vostra curiosità e voglia di approfondimento. La mostra si sposta da mesi ormai e anche se non sono ancora riuscito a capire se sia prevista o meno una tappa italiana, Corbijn è nel nostro immaginario da così tanti anni (e forse neppure lo sappiamo), che credo sia arrivato il momento di farci amicizia.

Regine Chassagne & Win Butler, New York, 2005

Regine Chassagne & Win Butler, New York, 2005.
Anton Corbijn, Regine Chassagne & Win Butler, New York, 2005.

Win è rivolto verso di noi, ha uno sguardo semplice, fragile, da ragazzo (forse adesso non ha più quello sguardo dopo tanto successo ottenuto e un surplus di avvenimenti che hanno coperto più di dieci anni), sotto al suo capello nero che diventa la cuspide di una piramide circolare, un cono rovesciato, formato dalla tenera prossimità con la moglie Regine, che si appoggia  a lui fisicamente e certo metaforicamente, nel simboleggiare un tutt’uno, come una vite che si arrampica fiduciosa sul fusto di un acero. Considerarli il cuore pulsante degli Arcade Fire, dare a loro meriti che vanno condivisi con gli altri componenti, è forse un errore, ma quelle due voci, che scavalcano la siepe alta e rigogliosa di suoni intessuti dalla band canadese, arrivano alle nostre orecchie come un impasto buono, vincente eppure a volte fuorviante, strano, fatto di contrasti e imperfetto, come un rapporto con i suoi picchi e le sue cadute, che tenta sempre e comunque di salvarsi dalla mediocrità di un vivere piatto e banale.

I segnali che mandiamo sono stati sviati ancora una volta.
Siamo ancora collegati, ma possiamo definirci amici?
Ci siamo innamorati quando avevo diciannove anni,
Mentre stavo fissando uno schermo. 
(Arcade Fire, Reflektor)

Henry Rollins, Los Angeles, 1993

Anton Corbijn, Henry Rollins, Los Angeles, 1993.
Anton Corbijn, Henry Rollins, Los Angeles, 1993.

In uno specchio d’acqua perfettamente limpido, galleggiano due occhi intensi e vagamente fiaccati, ma senza paura, simili alla carrozzeria piena di ammaccature di un’auto, che non si cura più delle ferite che porta e continua orgogliosa e un po’ eroica ad affrontare la strada. Come un iceberg, che nasconde in profondità il grosso dei suoi segreti, il corpo di Rollins, nudo con i soli calzoncini corti dei suoi show più infuocati, si allunga sotto il velo dell’acqua come una terra sommersa inesplorata e sulla spalla destra spicca l’inconfondibile simbolo dei tedeschi Einstürzende Neubauten a rimarcare quanto, l’uomo icona del punk-hardcore californiano più selvaggio degli anni ’80 (voce dei Black Flag dal 1981 al 1986), non ami le etichette e le riduzioni a stereotipo: fin da giovanissimo si è dimostrato un autentico caleidoscopio di passioni e interessi che vanno ben oltre il suo aspetto imponente e leggermente minaccioso. Musicista, attore, culturista, poeta, scrittore, conduttore di programmi radiofonici e televisivi, editore (sarà lui fra l’altro a pubblicare le prime opere letterarie di Nick Cave), intellettuale e grande attivista in controversie cruciali come il riconoscimento dei matrimoni omosessuali, il caso noto come West Memphis Three, o il disastro di Bhopal.
Corbijn lo guarda, come un mistero insondabile e lo racconta come un fenomeno geologico in continuo mutamento:
qui come un atollo solitario, altrove con il collo massiccio, teso, e la bocca spalancata in un grido lancinante, come un vulcano in piena eruzione.
Calvino diceva:

L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose.

Noi davanti allo sguardo di Rollins, troviamo il medesimo gioco di scatole cinesi, il mistero di un uomo che, considerati i suoi mille sconcertanti opposti, potrebbe essere tutto e il contrario di tutto. Un rompicapo senza soluzione. Lui stesso lo ammette, poco candidamente, in una sua celebre canzone:

Perché sono un bugiardo, un bugiardo, un bugiardo, un bugiardo.
Mi nasconderò dietro un sorriso e occhi comprensivi
e vi dirò cose che già sapete.
(Rollins Band, Liar)

John Lydon, London, 1986

John Lydon, London, 1986.
John Lydon, London, 1986.

Fa quasi tenerezza John Lydon, per sempre e comunque Johnny Rotten, per sempre e comunque la spilla da balia sporca e arrugginita, piantata nel culo del proverbiale self-control britannico. La marionetta scema, consenziente e divertita, del genio arrivista Malcom McLaren, dicono scovata con un provino improvvisato in un bar davanti a un jukebox. Fa tenerezza vederlo, col suo sguardo da pazzo, mentre come un bambino un po’ isterico, gioca a nascondino fra le candide lenzuola bianche del video di Rise dei Public Image Ltd., la sua incarnazione meno oscena e maleodorante. Lui che è stato sempre, insieme alla sua band storica (Sex Pistols), con quel soprannome (Rotten), l’emblema dello sporco più sporco, del marcio più rivoltante. Una pifferaio magico di pidocchi e piattole stonato e a modo suo irresistibile. Un amico una volta mi raccontò di aver letto da qualche parte (forse è una leggenda metropolitana come l’infanzia di Billy Corgan da protagonista di Super Vicki) che durante una perquisizione ai Sex Pitols, in un locale, i poliziotti in cerca di droga, interruppero fra i conati di vomito la loro indagine, dopo aver fatto togliere a Sid Vicious gli scarponi, mentre gli altri componenti della band saturavano l’ambiente con le loro risate.

Tom Waits, Sebastopol, 2002

Tom Waits, Sebastopol, 2002.
Anton Corbijn, Tom Waits, Sebastopol, 2002.

Corbijn ha fotografato Tom Waits per buona parte della vita di entrambi.
Sicuramente è uno di quei personaggi che conosce e comprende profondamente, con cui ha instaurato un dialogo che solo in certi rari stati di grazia si stabilisce fra soggetto e osservatore, ed è ciò che fa davvero la differenza nell’arte del ritratto fotografico. Waits negli scatti del fotografo olandese risulta un attore di se stesso disponibile, malleabile e divertito che si presta al gioco, forse più di tutti gli altri “personaggi” della mostra. C’è fra i due un’alchimia determinata dal tempo, dall’attesa e dall’intuizione che crea ogni volta una storia nuova, una situazione diversa e stimolante: è un genere di fotografia che contempla la messa in scena, la ricerca di soluzioni visive immediatamente riconoscibili e capaci di condensare e soprattutto interpretare la poetica di un artista utilizzando pochi elementi a disposizione.
Mi incuriosiscono particolarmente ritratti della maturità come questo: Waits indossa abiti da commesso viaggiatore, con la rassegnazione dello scrittore beat fallito, si mostra sincero e vinto dall’età di fronte alla fotocamera, appoggiato a una staccionata logora, dietro allo sconfinato landscape della campagna californiana. Tiene il cappello fra le mani, il capo basso ma lo sguardo non si stacca dal nostro, mentre gli passa davanti agli occhi l’ombra di un pensiero e dietro le spalle una strada bianca che si perde nel nulla.
Questa immagina riporta alla mente più di un fantasma, dalla dimensione rurale e isolata delle tele del pittore realista statunitense Andrew Wyeth, all’epopea contadina raccontata negli scatti dei grandi protagonisti della Farm Security Administration, come Walker Evans e Dorothea Lange. Un mondo fatto di vento e silenzi, di distanze fisiche e culturali spesso incolmabili, dove il più piccolo dettaglio nasconde una vicenda struggente, perduta il più delle volte nelle volgari e indispensabili incombenze giornaliere.

Andrew Wyeth, Il mondo di Christina, 1948.
Andrew Wyeth, Il mondo di Christina, 1948.

 

Andrew Wyeth, Wind from the Sea, 1947
Andrew Wyeth, Vento dal mare, 1947

Nick Cave, New York, 1983

Anton Corbijn, Nick Cave, New York, 1983.
Anton Corbijn, Nick Cave, New York, 1983.

New York, 1983.
La città sullo sfondo appare cupa e tagliente come una foresta di coltelli nella notte più nera.
Così stilizzata in un bianco e nero quasi grafico, assomiglia alla veduta a volo d’uccello di un fumetto di Frank Miller e ha i contorni aspri di una tavola di James O’Barr.
Nick Cave a braccia aperte fa roteare a mulinello le mani a ridosso di una rete metallica e sorride beffardo, stralunato come un angelo felice della sua caduta. È il 1983, i Birthday Party hanno nel caricatore ancora due colpi formato EP (The Bad Seeds e Mutiny), anche se questa fenice è ridotta a poco più di un mucchietto inoffensivo di cenere e già si intravede sotto la brace languida quello che verrà dopo (in Girl In Amber, sull’ultimo disco, Cave canta «La canzone, la canzone, la canzone gira dal 1984», l’anno in cui esce From Her To Eternity, il suo esordio da solista).
È un bivio cruciale per il giovane australiano, un sottile squarcio nel tempo di cui si può parlare solo a posteriori, ma è il cardine, il perno intorno a cui ruota l’intera vita di un musicista. Il momento in cui tutto sta per succedere, ma non è ancora accaduto: uno stato di grazia in cui sembra che ogni pezzo vada spontaneamente al suo posto, ogni corpo celeste trovi il suo allineamento migliore e l’ispirazione, tesa e rapace, assomiglia alla corda di un arco, appena prima di scoccare la freccia.
Qualcosa di irripetibile, che si perde o si scarica nel giro di pochissimi anni e poi, per tutta la vita, il resto della vita, è un continuo, scoraggiante, stupido e inutile inseguimento di quella scintilla primitiva.
Anche Nick ha gli occhi di un ragazzo (come li ha Win Butler nella sua fotografia), che tutto questo ancora non lo sa e a conti fatti non ha bisogno di saperlo, ed è proprio lì che sta il segreto di tutto, in quel salto nel vuoto, nell’inconsapevolezza incosciente e pura di ogni inizio.
“A cosa pensi Nick?”, potrebbe avergli domandato Corbijn, non tanto per metterlo a proprio agio, si capisce che lo è, ma per una sincera, frivola, curiosità.
E quel sorriso così strano, così vicino a una smorfia, sono convinto, sia stata l’unica risposta.

 

Alessandro Pagni