Opere: Illustrazioni di Joan Cornellà

L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta; né gaia né triste, né chiara né oscura, non deve divertire né maltrattare le singole personalità servendogli i pasticcini delle sante aureole o i sudori di una corsa inarcata attraverso le atmosfere. Un’opera d’arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all’unanimità. La critica quindi è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità.
Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l’umanità? L’esperimento di Cristo e la bibbia coprono sotto le loro ali ampie e protettive: la merda, le bestie, i giorni. Come si può far ordine nel caos di questa informe entità infinitamente variabile: l’uomo? La massima “ama il tuo prossimo” è un’ipocrisia. “Conosci te stesso” è un’utopia ma più accettabile perché non esclude la cattiveria. Senza pietà. Ci resta dopo il massacro la speranza di un’umanità purificata. Parlo sempre di me perché non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l’arte che gli pare, se conosce l’euforia che saetta fino agli strati astrali e quella che si addentra nelle miniere fiorite di cadaveri e di fertili spasimi.
(Tristan Tzara, Manifesto del Dadaismo, 1918)

 

Vignetta numero 1.
Un uomo bacia sulla guancia una bambola gonfiabile di cui è innamorato.
Lei con braccia piegate ad angolo retto e mani aperte fissa il vuoto, con la grotta della bocca che disegna la tipica espressione di stupore che ha qualsiasi bambola gonfiabile.

Vignetta numero 2.
La bambola gonfiabile continua a fissare il vuoto, ma scopriamo dalla pancia che è rimasta incinta e l’uomo si allontana da lei con espressione sconsolata e visibilmente preoccupata.

Vignetta numero 3.
In un letto d’ospedale l’uomo triste con la bocca coperta da una mascherina per evitare trasmissioni di microbi, guarda la bambola che continua a fissare il vuoto (in questo caso il soffitto perché è sdraiata), con la bocca spalancata e le braccia piegate a novanta gradi, che escono fuori dalle lenzuola.

Vignetta numero 4.
L’uomo con la stessa espressione si affaccia alla finestra e vede la silhouette di un sit-in del movimento “Pro-Life”, contro l’aborto.

Vignetta numero 5.
Un poliziotto raggiante, ammanetta l’uomo, con indosso ancora il camice ospedaliero e la mascherina.
Accanto a lui, con un paio di manetta più comode (vista la distanza dei due polsi bloccati a formare col gomito lo stesso angolo retto), viene arrestata anche la bambola gonfiabile, ancora visibilmente incinta, bocca spalancata e sguardo vuoto.

Vignetta numero 6. Epilogo.
La bambola gonfiabile, con una tuta arancione tipica dei detenuti reclusi nel braccio della morte, ancora indiscutibilmente in stato interessante e con la caverna della bocca e gli occhi distanti a contemplare il nulla, viene giustiziata sulla sedia elettrica.

Questo è Joan Cornellà.

©Joan Cornellà
©Joan Cornellà

Conosciuto da parenti e amici come Renato Valdivieso, nato nel 1981 a Barcellona, è divenuto nel giro di pochi anni uno degli illustratori e fumettisti più controversi e seguiti, sul web e non solo.
I suoi volumi sono capolavori di apparente nonsense, mai realmente privi di significato e tutt’altro che innocuamente demenziali.
Un sacerdote, forse un cardinale, infuriato scopre di avere sulla spalla qualcosa di bianco e vischioso che cola in direzione del braccio destro, la presenza in cielo di alcuni uccelli fa pensare che possa essere guano. Arriva una seconda scarica che finisce dritta nella bocca dell’uomo di Chiesa. Scopriamo nella vignetta successiva, che non si tratta di feci di volatile, ma di sperma uscito da un preservativo trasportato in volo col becco, da uno di questi pennuti. Il prelato allora, venuto a conoscenza della natura di quel liquido chiaro, sorride compiaciuto e appagato.

©Joan Cornellà
©Joan Cornellà

Cornellà contempla il mondo togliendo qualsiasi filtro, e  lo riproduce limpido come uno specchio d’acqua nelle sue manifeste contraddizioni, nella sua nuda atrocità. Ma non lo guarda con l’arroganza di chi vuole dare un giudizio, sembra piuttosto un esploratore di possibilità e limiti da oltrepassare, con quella curiosità che pare istintivamente figlia di un moderno e divertito innesto dei principi dadaisti e surrealisti, che si risolve in un’assidua osservazione e raccolta di informazioni (con una sospensione antropologica del giudizio) su di un habitat assurdo e grottesco: i suoi personaggi sono malleabili, camaleontici, a volte liquidi, altre volte docili come pongo e spesso nascondono artificiose illusioni e disturbanti apparenze, che svelano la loro inquietante verità sul finale di ogni pagina.
Attraverso la violenza e la ferocia, il corpo umano, come un significante, può trasformarsi, essere manipolato, fino a ribaltare il senso stesso di quello che pensavamo fosse il significato che andava veicolando.
Un anziano benzinaio fuma distrattamente, mentre fa il pieno a un auto. La sigaretta cade mentre la benzina sta uscendo copiosa dalla pompa. L’uomo diventa una torcia umana e in breve tempo, parte del suo corpo resta carbonizzata e l’altra ancora intatta si presenta irrimediabilmente annerita. Giunge un uomo a soccorrerlo, lo avvolge in un panno e lo porta a casa, trasformandolo insieme alla moglie nel figlio adottivo di origini africane che probabilmente hanno sempre desiderato. La sequenza si chiude con il piccolo che si incammina insieme ad altri bambini di etnie diverse, verso la scuola.
E ancora: un uomo fa un incidente con l’auto, va a finire contro un albero e gravemente ferito cerca strisciando di mettersi in salvo. Un passante lo vede e si mette a fotografarlo col cellulare, ma in realtà scopriamo che noncurante si sta solo facendo un selfie. L’uomo ferito è giustamente contrariato, ma l’altro riflettendoci capisce le esigenze del malcapitato e si mette a terra, di fianco a lui, per scattare un autoritratto insieme.

©Joan Cornellà
©Joan Cornellà

 

©Joan Cornellà
©Joan Cornellà

L’artista spagnolo non dà mai giudizi definitivi, ama mettere pulci nell’orecchio, suggerire spunti capaci di innescare feroci discussioni, è come se si divertisse a tirare sassi e poi a nascondere la mano colpevole: un sadico compiaciuto che durante una cena di amici butta là un argomento controverso e poi esce dalla stanza, compiacendosi a distanza delle conseguenze.
A modo suo è un bombarolo, un piromane, che gode nel guardare la devastazione che si lascia alle spalle, con quel sorriso innocente e spaventoso che hanno i suoi personaggi, convinti sempre di essere in buona fede, così umani da sembrare disumani.
Le situazioni che costruisce sono talmente assurde da risultare sorprendentemente aderenti alla realtà, quella più intima, spogliata di tutte le sovrastrutture della convivenza civile, che non ci permettono, il più delle volte, di arrivare al nocciolo della questione. Lui fa esattamente questo, ci mostra il nocciolo delle cose, così vero da metterci a disagio.

©Joan Cornellà
©Joan Cornellà

Ed è proprio questa sua attitudine che me lo fa percepire, nel suo rifiuto di qualsiasi ideologia, terribilmente vicino a Gibson “Gibby” Haynes e i suoi selvaggi, assurdi, irresistibili Butthole Surfers dei primi lavori e concerti: pionieri, nella scena indie degli anni ’80, di un nuovo modo di concepire la musica rock e i suoi eccessi, come gesto fine a se stesso, privo di una missione o un messaggio da veicolare, nichilista, liberatorio come un Sabba senza fine, aconfessionale e squisitamente in acido.
La band Texana, di stampo punk-hardcore solo per violenza e impatto, si è sempre smarcata da qualsiasi reale filone o classificazioni, portando alto il vessillo della completa autonomia. I dischi, la scrittura dei brani, la composizione caotica dei riff, geniali per essere qualcosa di extraterrestre nel panorama di quel periodo, sono sempre stati un pretesto dichiarato per vomitare valanghe di caos nella dimensione live, spesso vicina all’arte performativa, tanto che gli orpelli, gli stratagemmi visivi, la macchina per il fumo, gli scoppi, le strobo, gli eccessi di ogni genere restano il punto focale del discorso, ben oltre la musica.

©Joan Cornellà
©Joan Cornellà

Come ricorderà, Jeffrey “King” Coffrey, nello splendido libro di Michael Azerrad, American Indie, raccontando il primo incontro con la sua futura band:

“C’era questa band che non sembrava proprio una band punk; sembravano solo strani”, ricorda Coffrey. “Erano uno spettacolo di arte performativa, più o meno. E in più suonavano musica stramba e ripugnante.” Il cantante aveva dozzine di mollette da bucato nei capelli, indossava solo le mutande e ogni tanto tirava fuori da un sassofono rumori indicibili. I chitarrista ondeggiava avanti e indietro, fissando con uno sguardo da psicotico la parete del locale, come se volesse cancellarla. Il bassista aveva una gigantesca pettinatura alla Pompadur. “Sembravano dei cretini”, dice Coffrey, “ma dei cretini fottutamente pericolosi.” [1]

Dei Butthole Surfers, più che i testi, assolutamente sarcastici e vicini a certe poesie di Tristan Tzara o a rigurgiti corporali inframezzati da slang tipici dello Stato della Stella Solitaria (Lady Sniff, in questo senso è sicuramente il loro anthem più rappresentativo), sono emblematici gli aneddoti e le avventure/disavventure incontrate durante i loro estenuanti tour: l’incredibile serata al Pandora’s Box Festival di Rotterdam, in cui Hayens sparì al momento di dover salire sul palco e fu ritrovato, fatto di acidi, completamente nudo, in mezzo al pubblico del concerto di Nick Cave & The Bad Seeds, mentre cercava insistentemente di raggiungere il cantante australiano, e veniva ogni volta ributtato fra la gente dalla security, fino a quando non si è preso un calcio nei testicoli da Blixa Bargeld (al tempo chitarrista della band di Cave) cadendo a terra privo di sensi; o lo show per un party di laurea a Stravanger, in Norvegia, in cui sempre Haynes buttò fuori dal locale l’intero pubblico facendo suonare la band davanti a una stanza completamente vuota e interrompendosi ogni volta che il pubblico riusciva a rientrare in sala.
Il gruppo professava una sorta di filosofia del disordine e della discordia, con un’estetica improntata sul disgusto e la provocazione: quello che veniva costantemente, implicitamente, sottolineato era la loro condizione di famiglia, di tribù (per gran parte della loro carriera hanno vissuto insieme, cercando di sopravvivere nei modi più disparati), perennemente in lotta col resto del genere umano.

I don’t mind the sun sometimes, the images it shows
I can taste you on my lips and smell you in my clothes
Cinnamon and sugary and softly spoken lies
You never know just how you look through other people’s eyes

Some will die in hot pursuit in fiery auto crashes
Some will die in hot pursuit while sifting through my ashes
Some will fall in love with life and drink it from a fountain
That is pouring like an avalanche comin’ down the mountain

(Butthole Surfers, Pepper)

I Butthole, Cornellà, sono finestre su un mondo infetto, che si apre intorno a noi, ma che il più delle volte volutamente ignoriamo per paura di venire risucchiati nel suo gorgo di follia: come una vecchia signora che continua a spolverare uno ad uno i pezzi del servito buono, prima di rimetterli in ordine dentro la credenza, pur sapendo con certezza che la guerra è arrivata a un passo da casa.

Chuck Palahniuk, nel suo Survivor, verso il finale, costruisce una scena incredibile.
Siamo dentro una sorta di discarica, dove è confluito tutto il materiale porno della regione: riviste etero, gay, bisex, orge, oggetti sessuali, clitoridi giganti, seni, falli realistici, cumuli su cumuli, a formare colline, depressioni, valli di peccati altrui. In cima a una di queste alture troviamo due fratelli, entrambi sopravvissuti al suicidio di massa della setta a cui appartenevano e reduci da un incidente d’auto che ha tremendamente sfigurato uno dei due: il primo, Tender Branson (il protagonista) diventato una sorta di predicatore televisivo è inetto e sempre costantemente in balia degli eventi, l’altro, Adam Branson, è il suo esatto contrario, è ricercato dalla polizia e dopo l’impatto della macchina con un pilone di cemento, si è trovato piantata in profondità, dentro un’orbita oculare, la statuetta da cruscotto raffigurante Tender nelle vesti di santone. Lì nel mezzo al fumo e a cumuli scivolosi di feticci sessuali, Adam implora il fratello stupido, affinché trovi una pietra e lo sfiguri in modo che nessun carcerato, una volta in mano alle forze dell’ordine, possa mai desiderarlo. In realtà quella di Adam è una scusa per farsi fracassare il cranio e farla finita.

Perché ho raccontato questa storia?
Perché Joan Cornellà, Chuck Palahniuk e i Butthole Surfers, con un sorriso innocente sulle labbra, mostrano come siamo in certe giornate terribili in cui ci cadono tutte le maschere: una collina desolata e fumante di culi, cazzi e vagine, con in cima due fratelli, uno intelligente, realista e consapevole che implora a quello scemo e tragicamente influenzabile, di ucciderlo a colpi di pietra.

Alessandro Pagni

 

[1] Michael Azerrad, American Indie. 1981-1991. Dieci anni di rock underground, Traduzione e cura di Carlo Bordone, Roma, Arcana Edizioni, 2010, p.258-259.