Opere: Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.

Ti tormenti davanti a un foglio bianco per giorni, lo guardi con un po’ di sconforto, come fosse una parete che non ti permette di vedere cosa c’è dall’altra parte.
Ma sai, con certezza matematica, che al di là ti aspetta qualcosa che stavi cercando con ostinazione, qualcosa che deve soltanto essere decodificato, trasformato in parole.
La pagina bianca, che sia di carta o impalpabile, su di uno schermo luminoso, non è una recinzione da scavalcare o una parete da sfondare a colpi di piccone. Somiglia piuttosto a uno specchio d’acqua, che ti aspetta paziente, mentre decidi da che parte hai il coraggio di stare.

The Sick Bag Song [1], il prezioso piccolo libro che Nick Cave ha scritto, quasi interamente, sui sacchetti per il vomito, in dotazione sui voli delle molte compagnie aeree che lo hanno portato, come la pallina isterica di un flipper, a tracciare traiettorie incrociate, per coprire date e luoghi del tour americano del 2014 (esattamente un anno prima della tragica morte del figlio Arthur), comincia così:

Un ragazzino risale l’argine di un fiume. Raggiunge il ponte di una ferrovia.
Ha dodici anni.
Si inginocchia a terra, sotto un sole violento, e poggia l’orecchio sui binari. I binari non vibrano. Non c’è nessun treno in arrivo dietro la curva sull’alta sponda del fiume.
Il ragazzino inizia a correre lungo i binari. Arriva a metà del ponte, un albero semicaduto è sdraiato lungo il fiume, i rami spuntano dall’acqua scura. Nel mezzo c’è un piccolo spazio largo circa un metro e mezzo.
Ha sentito dire che da quel punto è possibile saltarci dentro, ma non può esserne sicuro, perché non ha mai visto nessuno farlo.
Le pietre sotto i piedi cominciano a tremare. Si rannicchia e poggia di nuovo l’orecchio sui binari. I binari iniziano a vibrare.
Il treno sta arrivando. Guarda giù, verso l’acqua scura e torbida, con il cuore che gli martella in petto.

Allora, rileggendo queste parole, mi sono detto che la pagina bianca reclamava un semplice salto nel vuoto e che poi vi nuotassi dentro, armato di qualcosa di cieco e irrazionale, come una fede.

Per giorni ho cercato un’ispirazione per il nuovo appuntamento di C. & C., ma c’era un problema: non riuscivo a staccarmi da Skeleton Tree, il nuovo disco di Nick Cave.
Scrivere qualcosa al riguardo, che fosse diverso da una recensione, mi sembrava un azzardo.
Troppo presto perché queste tracce potessero sedimentarsi e diventare un bagaglio da cui attingere.
Ma anche fingere che in questa settimana abbia provato interesse per qualcosa che non fosse questo album, sarebbe stato uno sforzo inutile e controproducente.
Tanto valeva parlarne.

È stato venerdì scorso credo, dopo cena, mentre tentavo di evitare impegni e pareri estemporanei di amici e contatti, che mi sono trovato da solo a casa.
Mi sono seduto alla scrivania, ho spento la luce e con le cuffie mi sono completamente isolato.
Come unico faro, la finestra luminosa del mio portatile, che mi accompagnava con i testi del disco: non troverete traccia tangibile o quantomeno reale della devastazione interiore per la morte del figlio in questi brani, perché sono stati scritti prima della terribile tragedia. Qualcosa nelle liriche, che sembrano mosse da un lampo di preveggenza, si adatterà perfettamente al lutto e al senso di perdita, ma il vero nero di questo difficile momento, va rintracciato nella voce di Cave, nei suoni sotterranei che permeano il disco, che lo avvolgono come quei lugubri lenzuoli, che qualcuno mette sopra poltrone e mobili, nelle stanze che intende chiudere per un periodo imprecisato, evitando che la polvere si appropri dell’arredamento.
Per tutto il tempo, è come trovarsi in un luogo che conosciamo bene, ma oppresso da una fitta nebbia, che confonde le percezioni, altera l’aspetto delle cose, isola particolari mai presi in considerazione, facendoli diventare centrali e taglienti. E alla fine dell’ascolto hai davvero la sensazione di esserti intromesso in una questione privata: il tentativo disperato di fare pace con se stessi, di un ritorno a una dimensione intima, che comunemente riassumiamo (per semplificazione) con la parola casa.
Quando morì mio nonno, nel 2007 (era la prima volta che mi confrontavo con la morte di una persona cara), cominciai, senza una ragione precisa, a scattare delle fotografie dentro l’abitazione dei miei genitori, in soffitta, lungo le scale che collegano i due piani, in giardino e poi fuori, sempre più lontano, alla ricerca inutile di qualcosa che percepissi come familiare, come vicino e quindi in qualche modo, consolatorio.

Andrej A. Tarkovskij, uno dei registi più significativi del nostro tempo, nato in Russia a Zavraž′e, e in perenne conflitto con il regime, che lo tormenterà per tutta la carriera, già dal 1966 con il primo lungometraggio, L’infanzia di Ivan, fino alla sofferta decisione, nel 1984, di un esilio volontario dalla madre patria, che lo porterà a girovagare per l’Europa e a chiedere asilo politico negli Stati Uniti (senza più tornare a casa).
Nel periodo che va dal 1979 al 1983, ovvero gli ultimi anni a Myasnoe e il soggiorno in Italia durante la lavorazione di Nostalghia (girato nella campagna senese), Tarkovskij porterà con se, come fosse un taccuino, o meglio un diario, una fotocamera Polaroid, con cui realizzerà una serie di scatti emozionali, che ancora oggi rappresentano una delle vette più alte nell’uso di questa peculiare diramazione dell’arte fotografica.
La Polaroid è un marchio registrato e riguarda una fotocamera, ormai entrata nell’immaginario collettivo per la caratteristica di produrre una copia positiva unica e istantanea (questione di pochi secondi), senza la necessità di uno sviluppo in camera oscura. Negli anni è diventata un oggetto di culto e di stile, un modo di intendere la fotografia, un modo di rappresentare il reale e quello che nasconde al suo interno, grazie, per assurdo, alle limitazioni enormi dello strumento.

Andrej A. Tarkovskij, Polaroids. 1979-1983.
Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.

Le polaroid, queste polaroid in particolare, sono legate a una dimensione del vedere viscerale, istintiva, che esula dalla perizia tecnica o da una qualunque sorta di pre-visualizzazione, e viaggiano su binari legati strettamente all’istinto e alla casualità: una sorta di inconscio creativo che è un compromesso scivoloso fra noi e il mondo che osserviamo.
Uno scatto di questo genere, assomiglia alla prima frase che, ogni volta, buttiamo giù sulla pagina bianca. Viene da una zona remota del nostro IO, è quello che è, senza spiegazioni o calcolo: poi, in un secondo momento, è passibile di aggiustamenti, limature, scarto, ma quel primo convoglio di parole, racconta qualcosa di inoppugnabile riguardo al nostro essere, qualcosa che non ha filtro.
La luce sembra tremare nelle immagini del cineasta russo, le ombre sono cariche di parole non dette, i luoghi che sente, percepisce, vive come casa, sembrano fragili e quasi impalpabili, come sul punto di svanire nella foschia più densa.
Questa cosa della nebbia e il senso del ritorno, anzi il tentativo di un ritorno, sono i punti di congiunzione con l’ultima fatica di un Re Inchiostro stanco, sopraffatto e arreso, che non riesce a più sorridere del suo ego sfacciato

I suoi occhi che mi guardano attraverso i capelli bagnati di pioggia
Due buchi rotondi dove l’aria si distorce e scorre
Il suo corpo, blu come la luna, era una medusa
E io sto respirando a fondo e sono lì e allo stesso tempo non ci sono
Schizza inchiostro sui fogli, ma si ferma senza alcuna spiegazione
O forse ho un nodo alla gola troppo stretto per finire di bere e ingoiare il dolore.
(Nick Cave & The Bad Seeds, Ring Of Satrun) [2]

con la voce che si frantuma in mille pezzi e ci sentiamo vacillare con lui quando ammette:

Pensavo che una volta morti, si facesse qualcosa come vagare per il mondo
avvolti da un torpore, finché i propri resti non fossero assorbiti dalla terra
Beh, non la penso più così, il telefono non suona più
La canzone, la canzone, la canzone ora gira dal 1984
Il pezzo, il pezzo, il pezzo gira, è tutto un girare ora
E se mi stringi a te, ti dirò che lo sai.
(Nick Cave & The Bad Seeds, Girl In Amber)

Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.
Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.

E dalla finestra, un raggio di sole taglia in due la tavola apparecchiata, lasciando uno di noi due in ombra e l’altro immerso nella luce, a contemplare sulla tovaglia, quella croce nera che si allunga minacciosa con la sua ombra, fino a sporcare le posate e a farcire di gelide angosce una fetta di pane abbandonata.
Lo stesso accade sulla scrivania dove nascono le idee, si intrecciano, partono per tangenti che toccano i poli opposti del pianeta e poi tornano qua, di nuovo a casa.

La via del ritorno è lunga e ti sto pregando
di venire a casa adesso, vieni a casa adesso.
(Nick Cave & The Bad Seeds, Anthrocene)

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Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.
Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.
Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.

E poi la stanza da letto, il soggiorno, i campi intorno. Anche qui per metà ombra, per metà sole, il senso di un luogo amico, che non ci appartiene più completamente. Da un lato Tarkovskij con l’imminente addio, la partenza che suo malgrado sembra l’unica risposta a una nazione che si arroga il diritto di contenerlo, castrarlo, ridurlo a un numero; dall’altra Nick Cave, che cerca, ritagliandosi sentieri incerti nella caligine, di ritrovare il filo di un discorso sospeso per cause, tremende, di forza maggiore.

Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.
Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.

 

Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.
Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.

 

Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.
Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.

Entrambi in qualche modo esuli e feriti, ridotti a un sussurro, a un’immagine sbiadita, senza riscatto.
Il dolore protratto nel tempo è qualcosa che non deflagra, non fa rumore, non puzza di polvere da sparo, non sa di cordite. Ti mangia dentro, come un bambino che non vuole nascere, assomiglia a un’implosione che da fuori non si riesce a vedere, ma fa piazza pulita di ogni cosa bella, dentro.

E allo specchio del bagno mi vedo vomitare nel lavandino.
E per tutta la casa sentiamo gli inni delle iene.
Di amore, io amo, tu ami, io amo,tu ami, io rido, tu ami
Mi muovo, ti muovi, ti muovi,e ancora una volta con sentimento
Io amo, tu ami, io rido, tu ami
Ci siamo segati a vicenda il cuore e tutte le stelle
sono spruzzate e schizzate sul soffitto.
(Nick Cave & The Bad Seeds, Magneto)

Le polaroid assomigliano ai ricordi, sbiadite e deliziosamente flow, imperfette, incerte nel dettaglio, che puoi al più selezionare, prendere o lasciare, ma implacabili nel momento in cui si parano davanti ai nostri occhi mandide del sudore acre di un istante scappato via: sono figlie abortite, della scopata di una notte, fra uno scatto di precisione e una veduta tremolante di un pittore impressionista.
Tarkovskij ne fa uno scrigno di consolazione, qualcosa per curare i giorni a venire e la distanza.
Il ragazzo australiano, non più ragazzo, il ragazzo del ponte, incerto se tuffarsi nell’abisso mentre il treno arriva o morire per la paura del salto, tenta un’altra cura, fatta di parole e suoni minimali, rarefatti, si avvicina lento, lungo i solchi delle tracce al senso del vero, alla sua sublimazione, lasciandoci brividi sulle braccia

Ci hanno detto che i nostri dei ci sopravviveranno
Ci hanno detto che i nostri sogni ci sopravviveranno
Ci hanno detto che i nostri dei ci sopravviveranno
Ma hanno mentito.
(Nick Cave & The Bad Seeds, Distant Sky)

e un nodo alla gola

Presto i bambini cresceranno, diventeranno grandi
Non è cosa per i nostri occhi.
(Nick Cave & The Bad Seeds, Distant Sky)

Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.
Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.

Quando mi sono avvicinato alla fotografia, più di dieci anni fa, durante un corso di base a cui mi ero iscritto, conobbi un signore di nome C., umanamente molto sensibile, ma poco dotato per quella disciplina. Verso la fine del programma, passati alcuni mesi insieme, ci confessò, nel silenzio attonito di tutti, di avere un tumore allo stadio terminale. Partecipò comunque alle ultime lezioni e a quello che si poteva considerare il “saggio di fine corso”, producendo anche lui come tutti, un portfolio di immagini. Alla fine della raccolta c’erano tre fotografie, che non ho mai dimenticato. Si vedevano tre sezioni di un bosco che il docente gli aveva consigliato di tagliare in formato panoramico: le immagini erano state scattate al mattino, intorno alle sei, la luce era fredda e sottile, i tronchi degli alberi, isolati da quel particolare frame, sembravano le colonne silenziose di un mausoleo in stile classico e intorno a esse serpeggiava come un boa, una nebbia azzurra fine come zucchero filato. Erano fotografie perfette. Perfette e strazianti pur non mostrando alcunché. Pensai che non esistesse luogo al mondo più triste e solitario di quello. Che l’accettazione e la lotta, sono facce della stessa moneta, la stessa ignobile tassa da pagare a un Dio che non esiste. Che nessuno merita, anche solo per un giorno o un anno, di trovarsi lì.

E ho gridato, ho urlato
per l’oceano intero
Ho gridato, urlato
che ogni cosa ha il suo prezzo
E va tutto bene adesso.
(Nick Cave & The Bad Seeds, Skeleton Tree)

Andrej A. Tarkovskij, Polaroids, 1979-1983.

Alessandro Pagni

[1] Nick Cave, The Sick Bag Song, Milano, Bompiani, 2016.
[2] Per le traduzioni mi sono servito del sito www.nickcave,it