La città di Boston viene da sempre considerata la più europea degli Stati Uniti, principalmente per la sua peculiare composizione etnografica, caratterizzata da numerosissimi cittadini originari dell’Irlanda. Molta della simbologia legata a Boston è quindi dominata da un immaginario celtico: dal nome della celebre e titolata squadra di basket locale (i Celtics, per l’appunto) fino alla furia dei Dropkick Murphys ed i loro anthem per la classe operaia.

Boston, infatti, è anche una città tradizionalmente operaia. Fino agli anni ’60, la maggior parte della popolazione era impiegata nelle industrie manifatturiere dislocate per tutta l’area metropolitana; poi, a partire dagli anni ’70, fino al definitivo approdo negli ’80, l’economia di Boston si è orientata sul settore dei servizi e quello bancario: era il boom tanto desiderato, lo sfogo edonista di una corsa per il successo alla quale tutti volevano partecipare. La fotografia di quel periodo è il debut album del 1985 dei Volcano Suns, storica band indie, il cui The Bright Orange Years trasuda di ottimismo e hype: tutti sono convinti che il periodo d’oro non potrà che durare in eterno, far casino nel proprio scantinato sembra il modo migliore per festeggiare il presente. Ma, ben presto, si scopre che non è altro che una grande ubriacatura collettiva: è come se la birra, ringraziata dai Volcano Suns nelle note di copertina, fosse improvvisamente finita, lasciando tutti con un grosso mal di testa e un profondo senso di disillusione. Il sogno si è realizzato solo per i pochissimi che sono riusciti a saltare sul treno in corsa, seppur troppo veloce; per quelli che invece sono rimasti a terra, è il momento di fronteggiare se stessi ed il loro fallimento, reso ancora più cocente dalle speranze che si erano precedentemente create. È da questo background che, proprio a Boston, nasceranno due delle band fondamentali per la transizione alle forme espressive che poi caratterizzeranno il decennio successivo: i Pixies ed i Galaxie 500. I primi alimentati da un sentimento di rabbia quasi ossessiva, isterica e viscerale, i secondi invece porteranno nelle loro canzoni una rassegnata malinconia crepuscolare.

41079b240ylIl manifesto idelogico dei Pixies è Surfer Rosa, il loro primo full length dopo un EP, Come On Pilgrim, che già fa intravedere l’esorbitante talento della neonata band nel Massachusetts. Nel disco spiccano le influenze più disparate, dal delirio dei Pere Ubu alla distruttività nichilista degli Stooges, fino alla nevrosi dei Feelies. Tutti i brani sono ormai dei classici: l’attacco di Bone Machine, con la batteria così cattiva, il basso di Kim Deal incisivo e pulsante e le chitarre taglienti è ormai leggenda, e sicuramente un certo Kurt Cobain aveva in mente i suoi continuati cambi di atmosfera quando ha scritto Smells Like Teen Spirit; Something Against You e Broken Face sono pura rabbia punk veicolata da muri di chitarre noise e voci distorte; Gigantic e Where Is My Mind? sono ballate apparentemente più innocue ma piene della rabbia di chi è rimasto fuori e non riesce a trovare un modo per rientrare nella corrente. Surfer Rosa diventerà poi l’impalcatura su cui si costruirà tutta la scena alternative che negli anni ’90 darà voce alla Generation X, e non è un caso quindi che per praticamente un decennio sia rimasto in heavy rotation in tutte le college radio degli Stati Uniti.

on-fireI Galaxie 500, formatisi ad Harvard, nell’area metropolitana di Boston, invece, raggiungeranno il loro apice creativo nel secondo lavoro, On Fire: si tratta un disco difficile da commentare rimanendo distaccati perché uno di quelli capaci di toccare le corde più profonde dell’anima. Le melodie sono cantate con un trasporto così reale ma allo stesso tempo dimesso, quasi come se Dean Wareham fosse solo nella sua cameretta a piangersi un po’ addosso, pensando alla vita che gli fugge davanti senza che lui riesca a capire bene il perché. A sorreggere il tutto un impianto di chitarra che raramente si spinge in assoli e fraseggi, ma piuttosto ripete una serie di accordi, creando un senso di ripetitività ipnotica; il basso di Naomi Yang, invece, è sempre lì, mellifluo e cadenzato, pronto a insinuarsi in ogni trama disegnata dagli altri strumenti; infine, la batteria di Damon Krukowski non eccede mai, difficilmente si produce in stacchi pomposi ma fa da collante tra tutti gli strumenti. La produzione di Kramer arricchisce ogni passaggio con preziosi dettagli sonori che contribuiscono alla creazione di un sound a tratti psichedelico, a tratti malinconico, a tratti rassegnato. Ma poi ci sono le canzoni, tutte di una bellezza struggente nella loro apparente semplicità: Decomposing Trees mette i brividi a ogni ascolto, Tell Me è una sincera e delicata apertura amotiva, When Will You Come Home  è puro senso di abbandono in musica e, infine, la cover di Isn’t It a Pity di George Harrison è l’ultima botta emotiva di un disco che punta direttamente al cuore.

Dopo questi capolavori, la carriera delle due band subirà destini per certi versi simili: i Pixies, dopo un altro album eccellente come Doolittle, perderanno l’immediatezza degli esordi facendo uscire album non indimenticabili come Bossanova e Trompe le Monde, ai quali seguirà un inevitabile scioglimento nel ’93; riformatisi nel 2004 per vari tour, con lo status acquisito di grandi del panorama musicale alternativo, nel 2013 annunciano l’abbandono della bassista e compositrice Kim Deal, a cui farà seguito l’uscita di un altro disco non proprio eccezionale, Indie Cindy. Quando la loro parabola sembrava ormai terminata (fino a circa un mese fa, in pratica), fanno uscire l’ottimo Head Carrier che, per un momento, fa ritornare la mente ai fasti del passato.

I Galaxie 500, invece, intraprenderanno un fortunato tour europeo che culminerà con la registrazione di una splendida session  al cospetto del leggendario John Peel; pubblicato un altro ottimo album dal titolo This Is Our Music, vedranno poi l’abbandono del frontman Wareham. I membri restanti, invece, formeranno il duo Damon & Naomi che, tra alti e bassi, riuscirà nella pubblicazione di ottimo materiale nel corso di tutti gli anni ’90 ed i primi 2000.

Boston, quindi, è una città complessa, lontana dagli eccessi delle grandi metropoli americane ma ricca di un sottobosco underground (come quello raccontato da Scorsese in The Departed) dal quale, sulla fine degli anni ’80, sono usciti i vagiti primordiali di una rivoluzione emotiva e sonora che, negli anni a venire, avrebbe investito come un uragano tutta la scena musicale alternativa americana, anche quella che poi si sarebbe trasformata in una musica di e per le masse. Prima di Nirvana e Mudhoney c’erano i Pixies e la loro furia garage rock, prima di Slowdive e My Bloody Valentine c’era già la malinconica introspezione dei Galaxie 500.