Bob Marley. Per molti ritenuto una leggenda, e per alcuni addirittura una guida spirituale, ha scritto canzoni immortali che verranno tramandate per secoli. Chi non conosce No woman no cry oppure One love?
Due canzoni famosissime che migliaia di radio hanno trasmesso in ogni angolo del pianeta. Eppure, oltre alle canzoni esprimenti amore universale e fratellanza, piene di passione, Bob Marley ha composto canzoni impegnate politicamente, ricche di contenuti filosofici, religiosi e rivoluzionari.
Questo aspetto del cantante giamaicano è poco conosciuto. Il grande pubblico raramente si addentra in questioni così delicate (parlando di star musicali) perdendo però una grande parte del repertorio.

Siamo negli anni ’70. I Beatles si sono appena sciolti e le band rock inglesi e americane impazzano in ogni dove, quando un gruppo di musicisti giamaicani, i Wailers, vengono alla ribalta con un album chiamato “Catch a Fire”. È la prima volta che un gruppo del terzo mondo, proveniente da un sobborgo poverissimo di Kingston, la capitale della Giamaica, ebbe così tanto successo in Europa e in America.
La canzone di punta dell’album è Slave Driver, dal testo della quale deriva anche il nome del disco. Già da questa si può intuire il tono dell’intero album: slave driver infatti significa “guardiano di schiavi” e la prima strofa della canzone dice: “slave driver, the table is turned” ossia “guardiano di schiavi, le posizioni si sono rovesciate”. Lo schiavismo dell’ottocento e i soprusi che hanno dovuto subire i neri deportati nelle Americhe sono il filo conduttore dell’intero lavoro.

Canzone di spicco, e forse la più nota, è certamente Concrete Jungle (giungla di cemento). Qui i Wailers è come se descrivessero e si lamentassero dei loro luoghi di origine, ossia il ghetto di Trenchtown: una giungla di cemento piena di baracche da cui solo pochissimi sono riusciti a uscirne vivi e riscattarsi socialmente. Esplicativa la frase che a metà divide la canzone: “no chains around my feet, but i’m not free” ossia “non ho catene alle caviglie, ma non sono libero”.

Canzoni colme di sentimenti tristi e malinconici, eppure questi sentimenti hanno un’origine diversa rispetto alle solite canzoni d’amore e di tradimento. Queste emozioni derivano dalla condizione sociale del gruppo, dalla loro esclusione dalla società e dalla loro estrema povertà.
Queste origini, così dure e difficili da dimenticare, non abbandoneranno mai Bob Marley.
Anche lui si diletterà in canzoni d’amore come Is This Love, Waiting in vain e Stir it up. Canzoni dolci, piene di allusioni che molti hanno sicuramente suonato alla propria fidanzata.
Tra queste non è presente No woman no cry. Al contrario di come molti pensano la più celebre canzone del re del raggae non è romantica e non è dedicata ad una bella ragazza. In verità è un vero e proprio spaccato della via quotidiana nel ghetto di Kingston. I Wailers l’hanno composta dopo che i servizi sociali avevano portato via i figli ad una donna nella baracca vicina a quella dove componevano le loro canzoni e così, dalla chitarra di Bob, venne fuori “No woman no cry”, come se in qualche modo volesse calmare il pianto di quella giovane madre.

Gli ultimi tre album dell’artista sono la massima espressione del suo impegno politico e religioso.
Dal 1978 al 1981 Marley dovette combattere contro un cancro insidioso e impossibile da curare che nel corso di questi tre anni lo debilitarono fino a portarlo alla morte. 
Intuendo la vicina fine, anche se combatté fino all’ultimo, compose le canzoni più impegnate e profonde.
Survival, One drop, Redemption song, Babylon system sono le più importanti critiche verso il sistema occidentale, verso babilonia, ossia il sistema sfruttatore che pone la ricchezza materiale al di sopra della vita umana ed in cui l’avidità e la voracità inghiottiscono qualsiasi cosa.

Bob Marley in questi ultimi anni di sofferenza si scagliò con tutta la sua forza contro questo sistema, attraverso le sue canzoni, cercando di “risvegliare” le coscienze di coloro che lo ascoltavano.
Ormai era diventato una super-star internazionale. Viaggiava in ogni continente riempiendo gli stadi di mezzo mondo. In qualche modo si sentiva obbligato a portare avanti il suo credo da rastafariano.
Indimenticabile il suo ultimo concerto a Pittsburgh, allo Stanley Teather, in cui eseguì per diverse volte i brani in scaletta incitato dal pubblico estasiato anche se il cancro era arrivato fino al cervello.
Nel soundcheck prima del concerto Bob cantò ininterrottamente per tre ore I’m hurting inside, esprimendo a delle sedie vuote tutto il suo dolore.

Morì pochi mesi dopo in un’ospedale di Miami. Le sue ultime parole furono rivolte a suo figlio Ziggy: “I soldi non possono comprare la vita”.