La neve che in questi giorni è caduta abbondante
ha cancellato i sentieri dei pastori,
le aie dei carbonai,
le trincee della Grande Guerra,
le avventure dei cacciatori.
E sotto quella neve vivono i miei ricordi.
(Mario Rigoni Stern)

Opere:

  • Gunnar Asplund e Sigurd Lewerentz, Skogskyrkogården, 1917, Enskede, Stoccolma.
  • Harry Callahan, Eleanor, Chicago, U.S.A, 1949, Collezione Bibliothéque nationale, Parigi.

 

Esci di buon’ora per incontrare il mattino.
Il cielo di Stoccolma è ancora lo stesso grigio medio dei giorni passati.
Raggiungi la metropolitana.
Prendi la linea verde verso Gullmarsplan, dove il percorso sotterraneo si dirama in tre direzione differenti.
Scegli quella con Farsta Strand come capolinea e scendi alla fermata che ha un nome impronunciabile (Skogskyrkogården).
Quella parola significa “il cimitero nel bosco”.
Nel 1915, due giovani architetti svedesi, Gunnar Asplund e Sigurd Lewerentz, seguaci del Funzionalismo, vinsero un concorso per la progettazione di un camposanto a sud della città: il risultato è questo luogo che vedi, dove natura e umana raffinatezza di sintesi si fondono, per creare un ambiente che abbia la capacità di gestire quella precaria zona liminare in cui vita e morte convivono. Il cimitero dal 1994 è iscritto dall’UNESCO nell’elenco dei siti considerati Patrimonio dell’Umanità. Non ti è difficile crederlo. Fin da subito quello che percepisci, non è stupore, non c’è alcuna spettacolarizzazione del dolore, alcun eccesso di monumentalità (le sepolture sono tutte piccole e senza fotografia, per sottolineare un’uguaglianza davanti alla morte, che a noi italiani sembrerà sicuramente bizzarra), è un luogo in cui potresti passare la domenica e alcuni svedesi ti rendi conto che effettivamente lo fanno.
Quello che senti qui è il senso intimo e davvero difficile da spiegare a parole, dell’atto di “lasciar andare”, che è uno dei più profondi gesti che si possono compiere per ciò che concerne l’amore.

Costanza Maremmi, Skogskyrkogården, 2016, Stoccolma.
Costanza Maremmi, Skogskyrkogården, 2016, Stoccolma.

Mentre costeggi le cappelle di famiglia e di fronte a te un orologio ti ricorda che sei ancora vivo (e per questo sempre in condizione di perdita, rispetto ai minuti che passano, rispetto al motivo per cui le persone vengono qui, rispetto all’unicità della tua esistenza), ti accorgi di una piccola collina alla tua destra, dove spicca una corona di alberi.
Pensi che andrai a visitarla più tardi, alla fine della tua passeggiata.
Però ti volti di nuovo, guardi quel monumento naturale che sembra il capo di un re molto anziano, forse saggio e senti che vorresti raggiungerlo subito, senza capirne il motivo; ma ti prendi il tuo tempo, ti inoltri nei lunghi viali che hanno nomi e sequenze distintive di collocazione, numeri in qualche modo “civici”, come un paese.
Il negativo di un paese. Il suo contrario.
Il cimitero di per sé, in nome del funzionalismo e del pragmatismo svedese, è né più né meno un cimitero, molto sobrio ed elegante: quello che lo rende qualcosa di diverso, rispetto al mio retaggio culturale, è lo spazio aconfessionale che va dalla collinetta sopracitata fino alla porzione di bosco che costeggia il muro di cinta, dove inoltrandoti, trovi ai piedi degli alberi, lumini ancora accesi, fiori e nastri.

Finalmente ti incammini lungo la strada bianca che ti porta sulla sommità di quel piccolo anfiteatro che chiamano Il boschetto della meditazione: un minuscolo specchio d’acqua di forma quadrata, dove galleggia qualche candela spenta, funge da perno alla modesta altura circolare, con davanti un certo numero di panchine per fermarsi a riposare le gambe e a districare quel gomitolo di angoscia in fondo alla gola. Dietro a queste, una rigogliosa striscia di terriccio, ospita fiori di ogni genere, cimeli e parole su fogli di carta ingiallita dal tempo. Inizialmente non capisci di cosa si tratta, sarà la signora anziana che ti affitta una camera in centro a raccontarti, mentre guarda fuori dalla finestra, come se cercasse fra i palazzi e il cielo qualcosa che appartiene ai giorni andati, che quello è il luogo dove vengono portate le ceneri dei defunti, per liberarle dalla costrizione dell’urna.
Allora ti spiegherai tutti i piccoli oggetti abbandonati, come spilli nel cuore, i tanti sassi con scritto sopra l’equivalente svedese di nonno, nonna o mamma, o altro ancora, orsacchiotti bagnati dalla brina mattutina e scatole aperte di polvere scura, ancora restia a prendere il largo.
Da lassù puoi sentire il vento gelido che fa scivolare i pensieri fra le foglie, oltre il confine dei viali di tombe e croci, sopra le cime dei pini e ancora più in alto.
E capisci che quello è un porto e che da lì si può solo partire.

Solo l’amore è tutto bordeaux.
Piume collose su un canale.
Il cielo il grembo, lei la luna.
Sono mia madre là, sul muro,
Assieme a tutti noi.
Mi muovo nell’acqua, da sponda a sponda.
Niente di più.
(Bon Iver, Flume)[1]

Harry Callahan, Eleanor, Chicafo, U.S.A, 1949, Collezione Bibliothéque nationale, Parigi.
Harry Callahan, Eleanor, Chicago, U.S.A, 1949, Collezione Bibliothéque nationale, Parigi.

Fermati un secondo adesso, guarda questa fotografia.
È Eleanor, la moglie di Harry Callahan, in una delle decine e decine di scatti che la ritraggono.
Cosa vedi?
La sua testa affiora inconsistente, i capelli nerissimi la incorniciano e la isolano dal resto dell’immagine, l’acqua accentua quest’impressione di fluttuare nello spazio. In primo piano si intravedono sotto il velo dell’acqua i seni, mentre il volto, che sa di essere guardato, si abbandona alla mercé dell’atto fotografico, ma chiude gli occhi, nega l’accesso ai suoi pensieri, si allontana da noi. Sembra un’immagine onirica, la sintesi di tante impressioni ammassate una sull’altra fino a confondere i lineamenti, rendendo ambigua, opaca, l’idea che si ha della donna e difficile la lettura.
Callahan, fotografo americano nato a Detroit nel 1912, comincia nel 1938 a scattare come semplice amatore, spesso scontento e implacabile verso il proprio operato. Allievo di Ansel Adams e Lazlo Moholy-Nagy (al tempo punti cardinali opposti del fare fotografia, uno purista e l’altro marcatamente sperimentale), traccia un suo personale percorso che prende le mosse dai due diversi approcci, arrivando a un modo nuovo di guardare il mondo. In meno di dieci anni, approda come insegnante al Chicago’s Institute of Design (diretto appunto da Moholy-Nagy) e diventa presto un professionista affermato e un artista considerato innovativo. Nella sua produzione, sicuramente la parte più interessante riguarda la ritrattistica insistente, intima, e mai appagata della moglie Eleanor: per quasi quindici anni Callahan, dal 1947 al 1960, indagherà la compagna in tutte le possibili sfaccettature (in solitaria o con la figlia Barbara, in casa o all’aperto, provando atteggiamenti, contesti, attrezzature, tecniche e approcci diversi) con la stessa struggente ostinazione che tormentava Antonino Paraggi, protagonista del racconto L’avventura di un fotografo di Italo Calvino, arrivato ad annullarsi, a perdersi nel miraggio di raggiungere uno scatto che condensasse tutti i momenti, tutti i caratteri, le peculiarità, le espressioni, i turbamenti, le passioni, dell’amata Bice. Una fotografia capace di trattenerla con sé, di archiviarla definitivamente.

Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah, che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse mai esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita.
La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia…
(Italo Calvino, L’avventura di un fotografo) [2]

Ed è nello sforzo di possedere e preservare per sempre il suo ricordo, che la perde, che la percezione di lei non trova più il giusto fuoco, il suo centro e piano piano la donna si allontana, i suoi tratti diventano sempre meno chiari e fluttua come fluttuano certi ricordi, certi sogni un minuto dopo esserti svegliato, come Eleanor, come il passato che non si riesce più ad afferrare.

Ti ho detto di essere paziente,
Ti ho detto di essere accondiscendente.
Ti ho detto di essere equilibrata,
Ti ho detto di essere gentile.
Hai sprecato tutto il tuo amore?
Chi cazzo sono stato io?
Mi strappo come un paio di pantaloni
Alla fine di ogni tua frase.
Chi ti amerà?
Chi combatterà?
Chi cadrà e rimarrà indietro?
(Bon Iver, Skinny Love)

Sei sveglio?
Non più a Stoccolma, sei a casa adesso.
Resti ancora sotto le coperte inquieto, hai fatto un sogno che ti ha turbato.
Come sempre non lo ricordi. Resta solo quel cattivo sapore in bocca e la sensazione che qualcosa sia andato storto. Ti fa rabbia sapere che ci vorrà forse più di un’ora per liberarti da quello sgradevole dubbio.
Resti immerso nel buio della stanza.
I rumori fuori non ti fanno decifrare le condizioni meteorologiche. Comunque fa freddo.
Alla fine ti alzi e metti sul piatto del giradischi un album che sulla copertina ha una finestra, fotografata dall’interno di una baita (questo in realtà non lo puoi dire con certezza, ma te lo fa pensare la vicenda legata alla genesi del disco), quasi completamente coperta dal ghiaccio secco e si intravedono in secondo piano i rami di un albero spoglio.
Il falsetto di Justin Vernon, gli accordi sgangherati, confidenziali, struggenti e sporchi di neve, ti dicono che l’inverno è arrivato.
A lui è bastato il pretesto di un periodo difficile, una delusione d’amore, amici persi, la musica che gli ha voltato le spalle, per prendersi una stagione sabbatica di puro ascetismo auto-inflitto, da solo in mezzo ai boschi del Wisconsin, dove far decantare i ricordi (che fanno rima con accordi) e farli diventare vino buono, ad alta gradazione, per superare le lunghe notti dei lupi e del rancore, entrambi pazienti in attesa di sbranarlo, morso su morso, all’altezza dello stomaco.

Un giorno il mio dolore, un giorno il mio dolore
Sarà come un marchio su di te.
Sfrutta le tue colpe, sfrutta le tue colpe
E attraversa.
Assieme ai lupi selvatici che ti circondano,
Domattina ti chiamerò.
(Bon Iver, The Wolves [Act I and II])

E mentre quei silenzi intorno alla musica, danno l’impressione che i versi e le pennate fluttuino sospesi in un vuoto pneumatico, che li rende uno splendido paradosso, finalmente ti affacci fuori e quel grumo di falsi amici venuti dal passato, a cercarti come cani affamati rovinando il tuo sonno, si scioglie nel caffè bollente della tua colazione. Fuori c’è il sole e il cielo è completamente sgombro da qualsiasi pensiero. E sebbene questo disco parli di una cazzo di storia d’amore, di quando il solitario Justin era adolescente, sebbene abbia versato tutte le sue lacrime e parole su queste tracce, capisci che siamo sempre sulla collina a Stoccolma e la questione è la stessa, identica: imparare a lasciar andare.

Sulla schiena, con il tuo carico
Di scaffali e roba ammassata.
Sul retro, e gli scaffali di roba ammassata del tuo carico.
Sul retro, con i tuoi scaffali
E il tuo disfarti di ogni carico.
Questo non è il suono di un uomo nuovo
O di una fragile consapevolezza.
È il suono dell’aprirsi, dell’alleggerirsi fino a volar via.
Il tuo amore sarà
Al sicuro con me.
(Bon Iver, re:Stacks)

Intravedi un qualche senso?
Cominci a capire di che materia sono fatti i ricordi?

 

Alessandro Pagni

[1] Per la traduzione ho usato il sito web: https://traducocanzoni.wordpress.com.
[2] Italo Calvino. L’Avventura di Un Fotografo, in: Gli Amori Difficili. Mondadori, Milano 1994.