Ogni anno la BBC assegna un premio al miglior artista emergente in circolazione. Nella rassegna Sound Of  del 2011 è presente anche una chitarrista e cantante minuta e non più giovanissima, che ha appena dato alle stampe il suo omonimo album d’esordio. Da quel momento in poi, Anna Calvi diventa un nome noto al grande pubblico e molti di noi se ne innamorano perdutamente. Ma è un tipo di amore complicato, intenso e sfuggente, che di solito è riservato solo agli amanti.

Anna Margaret Michelle Calvi nasce trentasei anni fa da padre italiano e madre inglese a Twickenham, zona sud-ovest di Londra, a poche strade di distanza da dove nacque Brian May e dalla Kneller Hall in cui ha sede la Royal Military School of Music. È destino che la musica debba accompagnarla nella vita. Da bambina ascoltava il papà al pianoforte durante le vacanze trascorse a Roma; a sei anni impara a suonare il violino, a otto la chitarra. Laureata con lode in musica all’Università di Southampton nel 2003, cerca di guadagnarsi da vivere insegnando chitarra privatamente, con poco successo ed ancor più scarsa gratificazione. Nel frattempo, dopo essere riuscita a vincere l’annosa paura di cantare in pubblico, entra a far parte di una manciata di gruppi fra cui le cronache spesso riportano i Cheap Hotel. Durante un concerto di questi ultimi a Manchester, Calvi viene notata da Billy Ryder-Jones che la propone subito alla sua label, la Domino Records, nel cui catalogo, vale la pena ricordarlo, figurano tutt’ora ben poche donne.

Improvvisamente le cose cominciano a muoversi al doppio della velocità cui è abituata. Quasi da un giorno all’altro si trova a suonare per diversi artisti – tra cui Johnny Flynn – ed aprire concerti per pezzi grossi come Interpol, Arctic Monkeys ed i Grinderman di Nick Cave, figura chiave per la sua definitiva formazione e dalla cui personalità viene fortemente colpita. Come se non bastasse riceve l’endorsment di Brian Eno che, tra gli altri innumerevoli meriti della sua vita, avrà anche quello di essere stato uno dei primissimi estimatori di Anna. In un’intervista del 2010 alla BBC Eno ci va giù piano definendola “la cosa più grossa da Patti Smith in poi”. Per una che ha passato gran parte dei primi suoi tre anni di vita in ospedale per una displasia congenita all’anca, il peso della sfida deve assumere ben altra dimensione rispetto ai comuni mortali. Affronta tutto con leggerezza ma consapevole del suo background, ha con sé la sua inseparabile Fender Telecaster e questo è tutto ciò di cui ha bisogno.

Il primo singolo pubblicato è una sua versione di Jezebel, brano degli anni ’50 scritto da Wayne Shanklin e portato al successo, tra gli altri, anche da Édith Piaf. Calvi conferisce al brano un’impronta fortemente influenzata dal flamenco, mostrando la peculiare caratteristica di saper essere anglosassone e latina al tempo stesso. Per il debutto sulla lunga distanza si affida a Rob Ellis (non a caso già al lavoro con PJ Harvey), che la porta negli studi Black Box in Francia circondandola di una strumentazione rigorosamente analogica. Qui i due registrano, su un otto tracce, quasi tre anni di demo composte in tutta calma da Anna nell’attico di casa dei suoi genitori, evento da cui sono scaturite le primordiali Attic Sessions caricate su Youtube, dove vi sono cover di Bowie, Tv On The Radio, Cohen ed Elvis.

Anna Calvi (2011) è un esordio folgorante, di quelli che capitano una volta ogni lustro e che le varrà la prima di due nomination al Mercury Prize. Influenzato tanto dall’educazione classica (Messiaen, Ravel, Debussy) quanto da quella contemporanea (Callas, Nina Simone ma anche Buckley, Reinhardt e Morricone) della sua autrice, è un album art-rock che mischia intimità, passione e solitudine. Accompagnata da Mally Harpaz e Daniel Maiden-Wood (con un piccolo contributo di Eno stesso), la cantautrice inglese conduce l’ascoltatore in una realtà carnale e spirituale dominata dal rosso fuoco della sua incredibile voce (The Devil, Desire, Blackout), un mondo di cui lei sola è padrona e nel quale sembra disporre a piacimento della nostra anima. Il tema dell’impossibilità dei rapporti e della rottura delle consuetudini è sublimato da brani come First We Kiss e soprattutto Suzanne And I, dove in una sorta di sinestesia visiva si materializza davanti ai nostri occhi il celebre capolavoro perduto di Klimt sulle amiche/amanti. È proprio qui che va in scena l’artificio di Anna Calvi, un eterno attrarre a sé e respingere lontano, un gioco delle parti che lei stessa rompe di continuo per riaffermare con forza il suo carattere androgino.

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Mentre l’NME la paragona a PJ e Siouxsie Sioux, Anna comincia la sua personale battaglia contro il patriarcato dell’industria musicale, tema assai caro anche ad altre artiste (si pensi di recente a Grimes e Jehnny Beth, ognuna a suo modo) che gravitano in un mondo in cui se sei una donna che suona la chitarra non puoi dirti esente da strizzate d’occhio e spiacevoli battute misogine. Segue un periodo piuttosto difficile, fatto di cambiamenti e scelte dolorose, fra depressione e transizione verso una nuova vita. Tutto ciò culmina nella realizzazione di One Breath, attesissimo sophomore del 2013 registrato in sei settimane tra Francia e Texas, e prodotto da John Congleton. Spiegandone il titolo, Calvi ritrae l’ansia del momento che precede il doversi aprire agli altri, di quanto sia terrificante ed eccitante ma altresì pieno di speranza.

Si tratta di un lavoro più esplorativo (Piece By Piece, Cry) e meno immediato (la title-track, Love Of My Life) del precedente, che al rosso porpora sostituisce il gotico noir di una certa cinematografia – Lynch, Van-Sant – che da sempre ha influenzato l’artista londinese. La quale per l’occasione si lascia ispirare da compositori come John Adams, Ligeti e Steve Reich per realizzare un album orchestrale (Sing To Me, Carry Me Over) pieno di archi e cori, che di nuovo si rifà al classicismo (The Bridge guarda a Rossini e Rachmaninov) anche in alcune tematiche. Tristan, forse l’amante tragico per eccellenza, diviene la metafora di una musica che si fa tortuosa e complicata come i sentimenti nell’età adulta, ma che Calvi rifiuta di subire passivamente, opponendosi alla crudeltà che il destino ha in serbo per le anime più pure.

Da allora Anna Calvi ha interrotto il silenzio rilasciando soltanto un paio di lavori minori. Una seconda raccolta di cover, l’EP Strange Weather, e la partecipazione a Strung Out In Heaven, disco tributo a David Bowie. Noi, già ammaliati e conquistati dalla sua arte, restiamo in attesa di uno suo ritorno sospesi come i protagonisti del romanzo di Marguerite Duras in un istante d’amore tormentato che pare senza tempo. Dove qualunque cosa stia per succedere non è ancora successa davvero.