Il presidente degli Stati Uniti d’America è stato più volte definito come un personaggio bizzarro, caricaturale per certi aspetti e completamente al di fuori di ogni aspettativa per l’uomo politico che rappresenta. Donald Trump non è solamente il candidato “antisistema” furioso che abbiamo visto in scena durante la campagna elettorale. Dietro il giullare, giunto alla Casa Bianca come un turista per caso, c’è molto altro (o molto poco a seconda dei punti di vista!).

Secondo le voci dall’interno degli ambienti istituzionali – alcune decisamente autorevoli – nella sede presidenziale regna tutto tranne che l’organizzazione. Un disagio a vari livelli: dalle nomine alle revoche flash, fino ad arrivare alla sintonia e la comprensione stessa dello staff di Trump con il proprio capo, appunto, il Presidente.

Un disastro figlio di un’elezione altrettanto caotica e certamente non desiderata, da una parte degli Americani certo, ma soprattutto da Trump stesso. La rumorosa campagna elettorale, fatta di colpi mediatici da maestro, non aveva altro scopo che quello più facilmente intuibile: aumentare la popolarità del tycoon. Michael Wolff, autore del best-seller Fire and Fury proprio a proposito della parabola trumpiana, dice proprio che «nessuno sulla faccia della terra immaginava che Donald Trump potesse diventare presidente degli Stati Uniti, né tantomeno lui».

L’operazione elettorale, secondo lui, sarebbe stata infatti una missione di marketing con lo scopo di far nascere e arricchire un gruppo editoriale tutto nuovo, in contrasto con tutta l’Informazione bersagliata in campagna presidenziale. Un percorso che doveva portare Trump e la sua famiglia ad espandersi. Un progetto riuscito, troppo.

E così boom! arriva l’elezione a Presidente degli USA. Uno shock che ha colpito prima di tutto l’unica persona che credeva possibile – e con timore – l’elezione di Trump: la moglie Melania. Come racconta Wolff, quando ci si rese conto che “The Donald” era in procinto di conquistare tutti i voti necessari per il suo office, «Melania scoppiò in lacrime di disperazione perché sapeva che la sua vita sarebbe cambiata in peggio». Questo per far capire quanto tutti fossero lontani da una previsione così nefasta e, quindi, non voluta. Ma il dado era tratto, la presidenza, chiesta a gran voce da un elettorato arrabbiato e determinato ad avere una America Great Again, era nelle mani di Trump. E adesso che si fa?

Il voto di protesta per un personaggio totalmente fuori dagli schemi, che rompesse con la tradizione presidenziale di uomini con pregi e capacità tipiche del mondo politico, ha rivelato un’America nuova. Un popolo che chiede muri, sicurezza, meno immigrati e un deciso protezionismo.

Trump sta alla Politica come un bambino sta a una biblioteca. Trump non si interessa di politica, non si intende della politica interna ed estera e non ha nessuna competenza in materia economica e gestionale della macchina statale. In effetti, il presidente degli Stati Uniti si è sempre definito l’antipolitico per eccellenza e l’uomo del cambiamento rispetto a un passato tenuto saldamente nelle mani dell’establishment.

Non è mai stato un candidato con un comportamento da sfidante politico autentico nel confronto con la Clinton, e difatti ha sempre perso i dibattiti televisivi per il suo approccio a volte grossolano e goffo, sempre nel segno della “sicurezza di non farcela”. Un comportamento dettato dalla logica del nulla da perdere che alla lunga ha (stra)pagato.

Che succede se sale Trump? È la domanda che il più grande esperimento della storia americana si è posto prima di ritrovarsi un turista a capo della Casa Bianca.

A cambiare, prima di tutto, sono state le abitudini di tutta una macchina organizzativa interna (e intima) riguardante lo staff presidenziale: regole ferree per le pulizie e per il cibo. Proprio così. Wolff racconta che «Trump mangia molto spesso cibo fatto portare direttamente dal McDonald per la paura di essere avvelenato». Inoltre il presidente è germofobico e non ammette che si tocchino gli oggetti della sua quotidianità, a partire dallo spazzolino e dalle lenzuola, che pare cambi personalmente. Insomma un ritratto piuttosto esilarante per una personalità di tale rilievo.

Ma soprattutto, a cambiare, sono le mani in cui è custodito il potere: a comandare è davvero Trump, e non qualcuno per lui. Perché, anche se alcuni suoi stretti collaboratori lo definiscono un idiota, Donald Trump è un uomo curioso e insistente che vuole conoscere la complessità della Nazione. Il brutto è che vuole realizzare tanti programmi senza una reale consapevolezza delle conseguenze delle proprie decisioni. Ed è questo aspetto a risultare il più preoccupante, nonostante l’apprezzamento americano (dal proprio elettorato) del suo operato, fin qui rispettoso della campagna elettorale e delle idee per cui, sostanzialmente, è stato eletto. Trump pensa alla pancia dei suoi americani e li soddisfa come meglio crede, riuscendoci egregiamente al contrario di tutta quella politica che ha deluso gli Americani, dall’operaio all’imprenditore.

Trump è senza dubbio un presidente un po’ pazzo, che ascolta poco i propri consiglieri per fare di testa sua ed è certamente impreparato per il ruolo istituzionale che ricopre e sulle materie che dovrebbero costituire la base dei propri proclami e delle proprie decisioni. Ma, per quanto folli e grottesche, le sue promesse continuano a essere mantenute. Che sia per gratitudine dopo un’elezione insperata o per la possibilità di avere le mani (apparentemente) più slegate dei predecessori, Trump è l’idiota che accontenta autenticamente i Suoi.