Dentro

Francesca Woodman, House 4, 1977, Left. House 3, 1976. Right.

È il 1981, i primi giorni di gennaio, quando viene pubblicato Alcune disordinate geometrie interiori, prima (e unica, quando era ancora in vita) raccolta di scatti della talentuosa e controversa fotografa americana Francesca Woodman (che col suo breve percorso influenzerà generazioni di fotografi). Il 19 gennaio, la ragazza, appena ventiduenne, colta da un senso lacerante di smarrimento e inadeguatezza rispetto a ciò che sarebbe diventata la sua vita da quel momento in poi, si getta da un palazzo di New York, mettendo fine ad ogni possibile evoluzione del suo guardare.

È il 1991 quando esce Spiderland degli Slint, opera che ribalterà letteralmente la tavola imbandita del Rock di inizio anni ’90, e senza preoccuparsi delle conseguenze, lascerà pubblico e critica attoniti e senza risposte. A Brian McMahan, chitarra e voce della band originaria di Louisville nel Kentucky, appena finite le registrazioni del disco, viene diagnosticata una forma acuta di depressione e sarà costretto ad abbandonare la band, determinandone di fatto l’immediato scioglimento. Nessuna promozione, nessun tour, nessuna possibilità di andare oltre quelle sei tracce.

McMahan e la Woodman, praticamente coetanei, sono preda dello stesso insidioso sconforto: la paura di restare schiacciati dalla logica rapace del mercato artistico, dall’imperativo di essere presenti e sempre all’altezza delle altrui aspettative. Di restare sempre, ad ogni costo, a galla, lontani da quella stagione fresca e irripetibile, ancora praticamente inesplorata, che nella testa doveva assomigliare al tepore di casa.
Non è semplice parlare delle fotografie della Woodman almeno quanto non lo è raccontare Spiderlan, sono due terreni estremamente scivolosi, due ambienti privati pieni di porte chiuse a chiave, silenzi e sfoghi improvvisi, tanto struggenti quanto inaspettati.
Chi ci ha provato si è arrampicato sulle iperboli, ha puntellato le frasi con robusti aggettivi, paragoni e tentativi di classificazioni che inevitabilmente si scioglievano in un secondo, come neve al sole.
Quello che li rende simili, è la condizione dell’esilio, dentro a stanze grige, dove l’inquietudine del gioco diventa da un momento all’altro, senza preavviso, brutale e lucida coscienza di sé, che poi torna gioco e di nuovo sinistro smarrimento, in un’altalena che male si presta a un approccio analitico.
Vale la pena guardarla quest’altalena.
Questa casa logora e sporca.
Vale la pena ascoltarne i frammenti, di parole e passi, che ritornano come domande rispedite al mittente, a cavallo di una eco sommessa.

 

Stanza numero 1: Breadcrumb Trail

Francesca Woodman, Senza titolo, Roma, maggio 1977-agosto 1978, stampa alla gelatina d’argento.

I muri respirano.
Certe notti sembra di sentirli gocciolare.
Pianissimo, quantità minime, distillati di umori trattenuti con ostinazione.
Qualcosa come sudore o lacrime in minuscole gocce rotonde, che diventano bava di lumaca, mentre disegnano strade che muoiono sul pavimento. I muri sembrano conoscere i suoi pensieri: diventano la quinta ideale per uno spettacolo senza pubblico, dove imparare l’antica arte di scomparire, dileguarsi, annullarsi fra le pieghe del tempo e diventare le cose intorno, per viverne di persona l’intimo mistero. E poi tornare a raccontarlo, con voce sommessa, come per farsi sentire da un solo interlocutore, l’unico degno di fiducia. Allora la voce si impenna e diventa un’onda, perde la presa sul timone, tradita da un lamento sgraziato. Come qualcuno che chiede attenzione e un attimo dopo se ne pente.

Strisciando verso il cielo
fermandosi sulla cima e ripartendo giù
La ragazza ha afferrato la mia mano, la stringe forte
Ho detto addio alla terra.
(Slint, Breadcrumb Trail)

Stanza numero 2: Nosferatu Man

Francesca Woodman, Senza titolo, Rhode Island, autunno 1976, stampa alla gelatina d’argento.

Ombre, impronte, riflessi, fotografie.
Tracce.
Alcune fatte per restare, altre solo di passaggio.
In ogni caso attestazioni di esistenza: io sono qui adesso e questa è la mia estensione nel mondo.
Il modo che ha l’ambiente intorno di reagire al mio passaggio.
Per Francesca questa cosa è cruciale, è il punto della questione, non c’è niente che sia più importante di questo.
Registrare su questa carta spennellata d’argento in che modo le stanze, specchio dell’universo più grande fuori, si accorgono di lei.
Come riescono ad accettarla o a rigettarla. Fino a che punto si lasciano addomesticare e diventano veicolo di quello che cerca disperatamente di dire, conscia di non poter usare parole.
Ma rifiuta la condanna del vampiro, che non vede mai la sua ombra e non sa che espressione gli modella il viso davanti allo specchio. Accumula tracce su tracce, come cose da salvare, come scorte di sicurezza per gli inverni del suo triste dubbio.

Lei ha sbirciato dietro l’angolo
mi ha offerto la sua mano
I miei denti hanno toccato la sua pelle
Poi se n’è andata di nuovo.
Adesso la mia regina sta mentendo
nella sua morte prematura
dopo che lascerò sola la ragazza
non resta niente da salvare.

(Slint, Nosferatu Man)

Stanza numero 3: Don, Aman

Francesca Woodman, Then at one pint I did not need to translate the notes; they went directly to my hands, Providence, Rhode Island, 1976, stampa alla gelatina d’argento.

La sensazione è che ci sia la volontà, con pazienza e abnegazione, di creare un sistema di armature, di gusci, complesso come un rompicapo e ingombrante come una gigantesca matrioska. Una difesa dalle domande opprimenti che arrivano dal mondo fuori. Una capsula del tempo dove riappropriarsi dei minuti e gestirli, per decidere quando uscire e fornire risposte. Per fabbricare, con la mano del carpentiere e la dedizione dell’intagliatore, un linguaggio inedito che riesca a traslare quegli sconfinati spazi interiori, sopra un supporto che possiamo passarci di mano in mano, guardare, usare come promemoria.
Penso sia questo che faceva in ogni istante, anche quando era insieme agli altri, in quei luoghi pieni di risa e rumori sgraziati, a quelle feste dove tutti volevano dirle la loro verità sul suo operato: fabbricava una lingua capace di dimostrare che si stavano sbagliando.

La luce
Le loro spalle
Le conversazioni
Le coppie, che si corteggiano, in modo così naturale
I suoi amici guardano
Con gli occhi come le teste dei chiodi
Gli altri
Sguardi
Divertiti
Evasivi
Sprezzanti
Così distanti
Con malizia
Per essere un porcile nel loro fidanzamento
Come un nuotatore sott’acqua nel buio
Come camminare in una casa vuota
Rivolgendosi a un pubblico immaginario
Ed essere osservato da fuori
da qualcuno senza chiave.

(Slint, Don, Aman)

Stanza numero 4: Washer

Francesca Woodman, Senza titolo, Rhode Island, 1975-1978, stampa alla gelatina d’argento.

C’è una forma malata d’amore che assomiglia al macabro culto cristiano delle reliquie.
O alle variopinte, spettrali, collezioni di farfalle.
Alla tassidermia.
Il piacere perverso di conservare gelosamente, inerme, ucciso, senza più intenzioni, qualcuno che abbiamo desiderato nel momento di massima espressione e tensione della sua vitalità, del suo muoversi nervoso e pulsante nello spazio, del contraddirci e riscriverci, in un continuo darci prospettive e scorci differenti dalle nostre ostinazioni.
Sembra che stia esortando qualcuno a guardarla, che lo stia pregando di fare attenzione, mentre domanda: “è così che mi vuoi, veramente?”.

Buonanotte amore mio
Ricordati di me come ti addormenti
Riempi le tasche di polvere e ricordi
Che sale dalle scarpe che ho ai piedi
Non tornerò qui
Anche se ci potremmo incontrare ancora.

(Slint, Washer)

Stanza numero 5: For dinner…

Francesca Woodman, Senza titolo, Roma, maggio 1977-agosto 1978, stampa alla gelatina d’argento.

Durante il suo breve, ma incredibilmente fecondo percorso artistico, Francesca semina come molliche di pane, continui indizi che parlano della “materia dell’arte”, del suo approccio alla fotografia, quasi fosse conscia di essere l’unica plausibile critica del suoi lavori. Messa in scena, progettualità, costruzione dell’immagine. Tutto è apertamente dichiarato, è parte della questione, non ci sono ricette da salvaguardare o segreti di bottega. Non c’è finzione. Potenzialità del mezzo (da alcuni stolti considerate errori), come le lunghe esposizioni, il mosso usato con grande disinvoltura, le inquadrature spesso centrate sull’esclusione più che sull’inclusione, sono impalcature del linguaggio unico che andava definendo, giorno dopo giorno, in quella quasi totale, fantastica, condizione di solitudine e isolamento. Il suo girare su se stessa come una trottola, nutrendosi solo della propria presenza, come un cannibale suicida è stato il senso più intimo, la sua ragione e al contempo la rovina.

Stanza numero 6: Good Morning, Captain

Francesca Woodman, dalla serie Self deceit, Roma, 1978, stampa alla gelatina d’argento.

I muri stanno soffocando.
E io sono ancora qui. Sembra di sentirli fischiare in un rantolo di caffettiera che ha raggiunto il punto di ebollizione.
Ma piano molto più piano, a una frequenza così bassa che forse un cane, un gatto o un individuo che si sta per addormentare nel buio e nel silenzio della sua stanza, può percepire.
I muri nel loro cedere al tempo, si riempiono di metastasi scure, fradice, a piccoli grappoli, come ricci di mare che in un’orgia di desiderio si cercano fino a diventare una cosa sola, fatta di centinaia di umori.
Così muoiono le pareti, nel silenzio assassino del tempo. Puzzano come cadaveri i muri morti. Passarci di fianco fa venire la nausea. Fa pensare a ciò che ci aspetta, presto o tardi. Mentre cerchiamo di correre al riparo, salvare più cose possibili, sostituendo tegole e ricucendo rapporti, nell’illusione di poter portare con noi almeno un bagaglio. Quando sarà il momento.

In silenzio, ho tirato giù la tendina contro le ombre.
Perso sulla soglia della casa vuota
sto cercando di trovare la mia strada di casa.
Mi dispiace
E mi manchi
Mi manchi
Sono diventato più alto adesso
Voglio che venga notificato dalla polizia
Mi farò perdonare
Ti giuro che cercherò di rimediare
Mi manchi.

(Slint, Good Morning, Captain)

Fuori

Senza titolo, Boulder, Colorado, 1972-1975, stampa alla gelatina d’argento.

Il disco. Le fotografie.
Non c’è mai una disperazione debordante e compiaciuta.
Solo voli interrotti, slanci coraggiosi verso il niente.
Brian McMahan, poi si è ripreso, ha avuto una seconda stagione dove la sua musica (nei For Carnation) è riuscita ancora a significare, sebbene in proporzioni diverse dalla pietra miliare che è diventato negli anni Spiderland. Ma in quel momento, alla fine di un ciclo di registrazioni che lo ha scaricato di ogni vitalità, conscio di aver dato tutto quello che poteva dare, con la prospettiva di lasciare casa, intraprendere un tour che fosse degno di quella cosa pericolosamente immensa che aveva appena finito di confezionare, lasciando la famiglia, gli amici, Louisville e barattando il successo con una giovinezza che non sarebbe mai più tornata, lo ha fatto sentire perso a un passo dal precipizio.
Lo stesso che Francesca ha scelto di abbracciare, in un giorno qualsiasi, troppo in bilico fra cercare di affermarsi come fotografa in una metropoli come quella e il desiderio forte di tornare a casa, nonostante la paura di essere dimenticata.

La fotografia la ritrae aggrappata sotto le radici robuste di un albero, che si divora un terzo dell’inquadratura.
Sotto di lei scorre, in nodi e venature, l’acqua increspata di un torrente e al di sopra, come contrappunto, si staglia il silenzio eterno di un cimitero.
Sembra incerta, basterebbe aprire la mano, mollare la presa.
Per abbandonarsi finalmente alla corrente e lasciarsi portare via.

Anch’io sono stanco
Colgo i pensieri di questa notte di sonno senza sogni
La mia testa è vuota
Le dita dei miei piedi sono calde
Sono fuori pericolo

(Slint, Washer)

 

Alessandro Pagni