A un mese dal suo ultimo disco, Leonard Norman Cohen si è spento oggi 11 Novembre all’età di 82 anni, senza troppe spiegazioni alla stampa da parte dei suoi cari. Da poche settimane stava presentando You Want It Darker, quattordicesimo disco e ultima fatica musicale del cantautore canadese. Accostato spesso all’amico e collega Bob Dylan, la lunghissima carriera di Cohen si estende per circa mezzo secolo collezionando grandi riconoscimenti e, tra le tante citazioni, centinaia della sua Hallelujah – uno dei brani intergenerazionali più celebri e più suonati del secolo – riproposte da artisti di tutto il mondo.

E’ arrivato in tempo per vedere il suo grande amico premiato col Nobel per la Letteratura ma anche per l’elezione del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ha visto senza dubbio un mondo cambiato rispetto alla poesia espressa da quel suo vocione profondo. Si tratta di un pezzo di quel grande panorama artistico privilegiato, e come circondato da un’aura di sacralità, che se ne va. Le opere scaturite dalle menti geniali di questa “sfera intellettuale” sono di quelle che non hanno nulla da temere – e nulla da sindacare – dall’attribuzione di un posto d’onore nella letteratura contemporanea. Checché se ne dica di questi “cantanti che giocano a fare i letterati” – o nel caso di Leonard, letterati che si fanno cantanti – come se le due cose fossero inevitabilmente scisse e ci fosse una delle due categorie da difendere. Cohen è uno di loro: coloro che hanno scritto o continuano a scrivere storie, anche comuni, grandi poesie o testi impegnati, ma con una grazia ed un’eleganza degne del pittore più commovente.

Fu la stessa casa discografica di Dylan a scoprirlo e amarlo, così sinceramente – in una parola – folk. Molto apprezzato dalla New York giovane e “controcorrente” degli ultimi anni Sessanta, Città che adottò pienamente lo straniero di Montreal, Cohen non ebbe subito successo per via delle tematiche trattate nel suo esordio musicale nel 1967 con Songs of Leonard Cohen. Riflessioni sull’esistenza e sulla morte non erano proprio commerciali in un periodo come quello hippy fatto di colori e spensieratezza. E se pensiamo a Leonard Cohen pensiamo in bianco e nero. Non è un caso o un fattore collegato alle immagini che ricordiamo di lui.

Le porte del successo gli si aprirono nel 1971 con la pubblicazione di Songs of Love and Hate e dopo qualche anno si avvicinò al buddismo, alla filosofia che non lo abbandonò mai, al punto da essere ordinato monaco buddhista Rinzai nel ’96 con il nome di Jikan (“Silenzioso”). L’artista canadese, dal 2008 nella Rock And Roll Hall Of Fame, ha dato un contributo certamente unico ma sicuramente degno di nota e di onori, dimostrando in modo originale e autentico quanta poesia può esserci nella musica e quanta musicalità nella poesia.

Music is the emotional life of most people