Dopo un’attesa di tre anni, dopo l’eccezionale “Virgins”, torna Tim Hecker, uno dei pochi artisti di quel genere tanto inutile quanto interessante chiamato ambient, che riesce ancora a raccontare storie interessanti senza ricadere in banali cliché. Torna con “Love Stream”, un progetto radicalmente diverso negli intenti, nelle atmosfere e soprattutto nella copertina rispetto al suo funereo predecessore.

La fama del produttore canadese nasce da lontanissimo, sia dal punto di vista temporale sia dal punto di vista musicale: primi anni da produttore techno e poi ep, album e collaborazioni che hanno tenuto viva la scena ambient contemporanea. Reso famoso dal suo inusuale approccio un po’ glitch un po’ modern classical, Hecker negli anni ha sfornato perle come l’esordio “Haunt Me, Haunt Me Do It Again” o il più recente “Ravedeath, 1972”. Con “Love Stream” la formula non cambia, ma si rinnova con l’ingresso di nuove influenze e suoni.

Fin dalle prime battute di “Obsidian Counterpoint” entra in gioco la grande scommessa di Tim per questo disco. Sul tipico tappetto elettronico drone si accavallano flauti e fiati irriconoscibili, che si fondono con il rumore bianco delle distorsioni; poi con la seconda traccia, “Music of the Air”, entrano in gioco dei cori dall’atmosfera liturgica, un accostamento che per un attimo disorienta e lascia basiti. La sacralità contro la pura freddezza elettronica. Il suono è fresco, frequenze nuove per le nostre orecchie; ci servirà un po’ di tempo per abituarci.

La chiusura di “Music of the Air” sembra concedercelo, ma solo per qualche attimo. Le seguenti “Bijie Dream” e “Live Leak Instrumental” portano avanti questa missione d’adattamento al nuovo ambiente medieval-elettronico, fondamentale per il prossimo passo, il nucleo del disco, “Violet Monumental”. Un pezzo diviso in due parti (Tim Hecker ha una passione per le canzoni divise in più parti). La prima è un crescendo scandito da colpetti elettronici molto veloci: un miscuglio di voce e noise che sale e si trasforma in suoni astratti, poi un timbro familiare emerge dalla bolgia sonora, un organo leggermente distorto ci trasporta nella seconda parte, dove il compito melodico delle voci viene sostituito da un synth acuto e ridondante. Sul finale delle percussioni meccaniche spazzano via tutto.

Poco dopo metà disco i tasselli cominciano a combaciare. L’ambiente più classico, unito all’originale maniera di trattare i suoni di Tim Hecker, si scontra con delle interferenze umane che cercano di invadere lo sterile territorio elettronico. Questo sarà il Leitmotiv del disco fino alla battute finali.

“Up Red Bull Creek” è un’altra necessaria pausa in cui l’anima ambient di Hecker prevale. La seguente “Castrati Stack” parte invece come una collaborazione con il giapponese Merzbow, fino all’incursione di cori angelici dalle sembianze robotiche. Imitazioni dell’anima. Il crescendo si risolve nel noise, verso un altro simil organo che ci porta alla seguente “Voice Crack”. In questo pezzo quello che sembra un clavicembalo elettronico duetta con quella che sembra una tipica chitarra elettrica distorta. Due anti-assoli che si alimentano a vicenda. Il viaggio sta per giungere al termine e i toni diventano malinconici.

Inizia a fare capolino una certa sensazione di ripetizione, l’uso dei cori, registrati Islanda con l’aiuto del compositore Jòhann Jòhannsson, dà a volte la sensazioni di sentire la stessa canzone ripetuta. Nonostante tutto però non ci si annoia mai, tanto meno nella parte finale del disco, introdotta da “Collapse Sonata”, letteralmente una sonata che collassa su se stessa verso un finale atonale.
Ma il finale vero è proprio è “Black Phase”, il brano più lungo dell’album e anche il più intenso. Un inizio sognante e caldo viene via via corrotto e distrutto da bassi ruvidi e sintetizzatori invadenti. Ad accompagnare verso la fine i soliti cori medievali, che caricano di drammaticità la chiusura del disco.

Un esperimento tutto sommato riuscito, per cui dobbiamo ringraziare anche Ben Frost, che ha affiancato Hecker alla produzione. Negli ultimi anni i due sono stati due dei pochi innovatori di quel genere tanto inutile quanto interessante chiamato ambient. Anche stavolta hanno saputo scardinare molti stereotipi e ribadire che anche una musica apparentemente poco importante può trovare il proprio spazio in questo mondo soffocato dal rumore.