Nel 1994 Jeff Tweedy se ne va. La sua permanenza di sette anni in quel malsicuro – ma eccitante – porto chiamato Uncle Tupelo è finita. Il rapporto col collega Jay Farrar si è fatto mano a mano più aspro, fino a portare all’inevitabile scioglimento della band.

Nel 1995 Jeff Tweedy ritorna. La nuova band si chiama Wilco, il loro primo album si intitola A.M..Le radici country-folk illinoisiane  si fanno sentire prepotenti; ma, nonostante il disco sia supportato da una manciata di tracce qualitativamente ineccepibili, manca ancora qualcosa.

Nel 1996 Jeff Tweedy è cresciuto. Il secondo disco firmato Wilco è pubblicato col titolo di Being There, come un vecchio (ma non troppo) film di Hal Ashby. E come Chance, il protagonista del film, Tweedy sembra essersi spinto, per la prima volta, oltre il giardino. Non a vedere il mondo, mi raccomando. Ma una sbirciatina a quello che sta fuori dal vialetto di casa, magari addirittura fuori dal quartiere, sembra averla data. Un cambiamento c’è stato.

 

Being There, come la successiva produzione Wilco di cui si può considerare l’autentico capostipite, molto più del precedente A.M., gioca sui contrasti. Il contrasto tra la sofferta intimità dell’indie americano a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, e il rabbioso impegno sociale, eredità della tradizione folk. Il contrasto tra una produzione all’insegna della tranquillità, in un clima privo di pressioni e deadlines soffocanti, e la mole di materiale che la band voleva inserire nel disco (alle dodici tracce iniziali Tweedy e soci ne aggiunsero diciotto, per poi limare il tutto fino a raggiungere il numero di diciannove brani, che comunque mica son pochi). Il contrasto tra la sicurezza domestica di un’opera incisa e prodotta nella città natale, ed una crescita personale in seguito alla quale l’artista ha iniziato a percepire come opprimenti i limiti del quartiere.

 “Quando torni nel tuo vecchio quartiere, le sigarette hanno un così buon sapore… però sei sempre incompreso, sempre incompreso.

(Wilco, Misunderstood)

Diciamocelo, crescere è scomodo. E dire che tutto quello che ti ha accompagnato per anni ora ti stia stretto, può sembrare un discorso arrogante, da ingrati, ma a volte le cose stanno così. È un po’ come quando ti stanno stretti i tuoi vecchi vestiti, è una cosa naturale.

Questa piccola (in)sofferenza è presente fin da subito, fin dai primi versi dell’album. C’è un artista,  un musicista di ritorno al suo vecchio quartiere. La nostalgia ha il suo solito gusto agrodolce come quello delle sigarette, o quello dei ricordi. Ma neppure il velo della nostalgia può scacciare la consapevolezza che questo ritorno sia dettato più che altro da un senso di riconoscenza nei confronti delle proprie radici, scomodo come un debito da pagare.

 “Non è mai stato soddisfatto. Credi di avere questo debito da saldare… ci vorranno anni prima che gli passi

E neppure può ignorare quell’amarezza che nasce dalla mancanza di una comunicazione bilaterale con gli altri, da quei dialoghi in cui non si sa mai bene cosa dirsi, ma si fa del proprio meglio per riempire il silenzio. ( – Ci sarebbe questo party a cui dobbiamo andare… ehi, ti piace ancora il rock ‘n’roll?).

Un po’ come Chance il Giardiniere, di cui parlavo prima. Con la differenza che l’incomprensione tra Chance e il resto del mondo nasce quando lui mette piede fuori dalla porta di casa per la prima volta. Lui, un uomo di mezz’età analfabeta, che conosce il mondo per come l’ha visto attraverso la televisione, un uomo che non capisce la comunicazione tra gli altri esseri umani e, proprio in virtù di questo, ironicamente la società lo prende per un genio incomprensibile, un profeta che propone al mondo un affascinante enigma.

O un po’ come se Tweedy fosse un moderno Gulliver che, di ritorno dall’isola degli Houyhnhnms (pronunciatelo voi), dopo aver sperimentato la vita in una civiltà superiore, non riesca più ad adattarsi alla propria vecchia esistenza.

So che il paragone con il romanzo di Swift potrebbe sembrare un po’ campato in aria. Il fatto è che non riesco a scacciare dalla testa il pensiero che la carriera degli Wilco – e la stessa vita del buon Jeff – siano una specie di Bildungsroman, un romanzo di formazione, un percorso di crescita di band e artista. Crescita degli Wilco, usciti  brillantemente dalla fascia di bonaccia di un country-punk pericolosamente monotematico ed opprimente. Crescita dello stesso Tweedy, uscito dall’ombra degli Uncle Tupelo e del dispotico Farrar, sfuggito alla morsa delle proprie insicurezze, diventato addirittura padre di due figli (con uno dei quali ha peraltro inciso un album).

Così, volendo stabilire Being There come capitolo iniziale (se lo merita più di A.M., a cui lasceremo il ruolo di prefazione), l’incipit è bello strano. Per un romanzo di formazione, perlomeno. Il protagonista ha l’aria stanca e disillusa di chi ha già visto quanto basta da non aver più nulla da imparare dal suo ideale ritorno a casa. Qualcosa è già successo, una vita è stata vissuta, e noi ci ritroviamo in mezzo ad una situazione che è la conseguenza di eventi a noi ignoti.

Tweedy, anche quando parla al presente, lo fa rivangando un passato che non conosciamo. Questo rende l’apparente amarezza di una canzone come Misunderstood solo uno degli aspetti da tenere in considerazione, perché tornano forti, a spargere un po’ di anestetico sulle ferite, la nostalgia e la malinconia di cui parlavo prima.

 “Lontano, lontano da quelle luci di città che potrebbero splendere su di te stanotte, lontano da te, sul lato oscuro della luna, voglio stringerti tra le mie braccia, e ondeggiare assieme

(Wilco, Far, Far Away)

 

 “Ora che Trudy era più vicina il sole di mezzogiorno la colpiva in pieno viso, e mi rendevo conto che non dimostrava affatto ventisei anni. I pori del naso erano un po’ più grandi, aveva le zampe di gallina attorno agli occhi e rughe da sorriso agli angoli della bocca. Le era sempre piaciuto ridere, e lo faceva per un nonnulla. Più di tutto mi ricordavo come rideva quando si divertiva a letto. Allora la sua risata era più bella del canto di un uccellino. Era una cosa a cui preferivo non pensare, ma il ricordo era sempre lì, come un chiodo nel cervello. Poi ci sorrise, e quel giorno di gennaio si fece più caldo.

(Joe R. Lansdale, Una stagione selvaggia)

 

Parlavamo di protagonisti stanchi e disillusi; quei personaggi già maturi eppure che in un certo modo sappiamo già che non cresceranno mai davvero. I personaggi più improbabili per una storia di formazione.

Li conoscete Hap e Leonard?

I due amici nati dalla penna dell’americano Joe R. Lansdale. Lo scrittore ce li presenta quando già non sono più dei ragazzini: sono due uomini vicini alla mezz’età, con il loro bel carico di esperienze – spesso catastrofiche – sentimentali e non. Due uomini che sanno fin troppo bene come funziona il mondo, e ce lo fanno capire con ironia dolceamara, e una saggezza pratica e spietata.

 “Anch’io sono un idiota. O lo sono stato. Solo che non mi dedico più a niente. Sono come un grosso camion senza freni a tutta velocità, con il cambio rotto in mano, che va giù per una collina lungo una ripida discesa. Voglio fermarmi ma non ci riesco. Devo andare avanti. O esco di strada o arrivo in fondo alla discesa sano e salvo, senza distruggere la macchina.

(Joe R. Lansdale, Una stagione selvaggia)

Una saggezza che, spesso e volentieri, non li aiuterà ad evitare di ripetere gli stessi, vecchi errori. Ma perlomeno li aiuterà a riderci su, e a dirsi che, nonostante tutto, quella che è arrivata è solamente un’altra batosta che si riuscirà a superare. In teoria.

Perché dalle loro avventure, Hap e Leonard non escono mai “cresciuti”. L’ho già detto, non sono tipi da crescere, in fondo. Rimedieranno un altro paio di ferite e costole rotte, una morte violenta evitata per un soffio. Di certo non una morale, o un lieto fine in cui abbiano guadagnato qualcosa, se non un altro po’ di quella saggezza sgangherata innaffiata di ironia.

Che è un po’ quello che si sente anche in Being There (il disco, non il film. Ma forse anche il film.)

Perché a Tweedy l’ironia non manca. L’ironia che consiste nel piangersi addosso per un po’ con qualche ballad al sapore di fieno (Red-Eyed And Blue, Someone Else’s Songs) per poi riderci su in un secondo momento scimmiottando gli Stones (I Got You, Kingpin). Quell’ironia che rende superflua la continua ricerca di una vittoria, di una rivalsa, in quanto l’ironia stessa addolcisce un po’ qualsiasi sconfitta, e che aiuta a preparare i bagagli per il prossimo viaggio.

E questo viaggio nello specifico è ben lungi dall’essere finito. Che si tratti del cammino degli Wilco e della loro evoluzione musicale, o quello di Jeff Tweedy. O anche solo quello di Being There. Perché continuo a pensare che il vero finale del disco non sia da trovare nella conclusiva, poliedrica A Dreamer in My Dreams. Piuttosto, bisogna avere la pazienza di cambiare disco, rimettere il primo; ricollocare la puntina sul primo solco, e riascoltare la prima traccia, quella che ci sembrava la conclusione, anziché l’inizio, di una storia. Quella che terminava con quel ribelle, orgoglioso

 “E grazie a tutti voi per un bel niente”

ripetuto all’ossessione.

Ah, ecco. Adesso torna tutto. O quasi, insomma.

Alla fine, mi sa che dovremo riascoltare tutta la storia da capo,

E ancora.

E ancora.

Nicola De Zorzi