Weronika Gęsicka, classe 1984, studia grafica e fotografia all’Accademia di Belle Arti di Varsavia ed è uno dei talenti scelti per il 2017-2018 dal magazine FOAM, una delle riviste europee più attente e smaliziate per quanto riguarda l’evoluzione nel linguaggio, nella diffusione e nei contenuti, della pratica fotografica. Affascinato dal suo e da altri progetti  presentati nell’ultimo numero di quest’anno, la scorsa settimana visto che mi trovavo ad Amsterdam, ho visitato il Museo del FOAM (legato in modo indissolubile alla rivista) per capire, andando oltre la pagina, la forza e l’impatto di questi nuovi approcci creativi in sede espositiva.
Il comune denominatore, aggirandosi fra le opere dei vari autori proposti, è sicuramente una tendenza a non produrre nuove immagini, a non scattare in modo compulsivo, ma a prelevare documenti d’archivio già esistenti, per rimaneggiarli in un secondo momento, in modo a volte volutamente brutale e accostarli ad altri apparentemente distanti o ri-contestualizzarli, liberando nuovi percorsi mentali e significati inediti, che meditano sul periodo storico in cui stiamo vivendo. Un’arte per certi versi spietata, squisitamente irrispettosa delle lezioni del passato che, figlia dello smarrimento di questi giorni frenetici, fa tabula rasa di ogni cosa, innescando con l’uso del digitale, continui cortocircuiti fra ieri e oggi, fra realtà e finzione.

©Weronika Gęsicka
©Weronika Gęsicka

Traces, l’intrigante lavoro di Weronika, sembra in questo senso emblematico: la serie è composta da una sequenza di immagini, apparentemente d’archivio (non sappiamo fino in fondo il grado di verità che si portano dietro), anche se potrebbero benissimo essere sapienti messe in scena, create ad hoc per dare l’impressione che si tratti di un carotaggio dagli album di famiglia degli anni ’50 e ’60, scovati in qualche soffitta. Le foto mostrano situazioni domestiche, svago, vacanze e feste, in generale ricordi di momenti felici, ma gli interventi che l’artista mette in atto sembrano voler insinuare un dubbio sotterraneo sulla natura di ciò che stiamo osservando.

Il titolo del lavoro allude alla caratteristica più importante della fotografia, quella di registrare il passaggio della luce su una superficie sensibile, e tutto ciò che viene illuminato da essa, all’interno del frame: questo significa che la fotografia, congelandolo (o trattenendolo), attesta il passaggio di un avvenimento, minuscolo o cruciale che sia, assumendo il ruolo fondamentale di documento, di traccia appunto. La Gęsicka prende la materia del ricordo e la manipola col coltello affilato e ambiguo della postproduzione digitale, mettendo in discussione i principi base del medium e al tempo stesso ponendo domande aperte sulla solidità della nostra memoria.

©Weronika Gęsicka
©Weronika Gęsicka
©Weronika Gęsicka
©Weronika Gęsicka

Le nuove immagini prodotte, sembrano una parodia lisergica dei valori che gli scatti originali intendevano celebrare: i volti un tempo familiari, si contraggono o si disgregano, diventano rompicapo e puzzle da rimettere in ordine, si fondono con gli oggetti che li circondano; i principi della fisica e della biologia vanno a farsi benedire, i corpi si allungano, si attraversano, si perdono, l’uno dentro l’altro, come fatti di plastilina o panna, diventano materia critica che cela un secondo livello di significati. L’aura gommosa da sitcom, col suo immaginario fatto di casalinghe felici, figli ubbidienti e mariti irreprensibili, diventa una trappola basata sul principio, tanto caro a Scientology, degli engram, di quelle immagini traumatiche e negative, registrate inconsciamente dal nostro cervello, che attraverso la manipolazione, l’artista gioca a far riaffiorare come bauli pieni zeppi di rimosso, incatenati a una boa.

In questi ricordi c’è la stessa confusione disturbante che incontriamo nei sogni, dove ciò che è conosciuto di colpo non è più plausibile, perde di credibilità, muta nei dettagli, con uno scarto fra ciò che è vero e ciò che non lo è, che cresce in modo esponenziale mentre ci addentriamo nelle pieghe del sonno. Ma la cosa davvero affascinante è che questo stravolgimento del reale, questo sogno lucido creato a tavolino, riesce a raccontare verità ben più profonde e scomode, di ciò che stava in superficie nelle immagini originali. Come se di colpo avessimo delle intuizioni su eventi passati e che queste, sotto forma di messe in scena surreali, tornassero a farci visita per svelarci segreti sgradevoli su accadimenti ormai archiviati.

Il sogno è quel pensiero che non si è avuto nel momento in cui era necessario.
(J. Saramago)

©Weronika Gęsicka
©Weronika Gęsicka
©Weronika Gęsicka
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Pensiamo, ad esempio, alla ragazza che mangia un pezzo di dolce seduta davanti a un camino acceso. Il suo compagno la osserva, con un sorriso che è quasi una smorfia crudele, mentre le mette sul viso la maschera di gioia che esige che lei porti quando sta con lui: quest’ironia semplice, giocata su pochissimi elementi, mette a nudo la violenza psicologica perpetrata per decenni da una società visceralmente maschilista. Il suo volto non si vede, sembra completamente coperto dai capelli, resta solo la maschera a definirla, a dirci qualcosa di lei, come se al di là di questa non esistesse come personalità e persona, ma fosse solo un oggetto di piacere. E lui, con il gesto di donarle un’espressione posticcia, sembra portare al paradosso la richiesta “dai, mettiti quella cosa che ti ho comprato e che mi piace”: le fa indossare la cosa che più ama, il suo stesso ghigno.

©Weronika Gęsicka
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©Weronika Gęsicka
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Alessandro Pagni