Immagino che Guida galattica per autostoppisti non abbia bisogno di presentazioni, giusto? GIUSTO?

Beh, tanto per andare sul sicuro, io una piccola introduzione ve la faccio.

 

G.g.p.a. è un romanzo fantascientifico, opera prima dell’americano Douglas Adams. Nato inizialmente come serie radiofonica, nel 1979 venne poi trasposto su carta, diventando il primo romanzo di una pentalogia ormai considerata di culto.

Personalmente, amo paragonare il lavoro di Adams a quello dell’inglese Terry Pratchett  (la saga del Mondo Disco, avete presente?). Il primo a livello fantascientifico, il secondo nel panorama fantasy, entrambi gli autori hanno introdotto negli schemi classici dei due generi un elemento di commedia che ha portato nuova freschezza all’interno della letteratura fantastica.

Commedia, d’altro canto, è un termine perfino riduttivo. Qui si parla di ironia (e autoironia)  pura, dissacrante, caustica ma anche catartica. Il viaggio nello spazio che vede protagonisti il terrestre Arthur Dent e il betelgeusiano Ford Prefect è un viaggio alla Kerouac, allo sbaraglio. Scordatevi prodi missioni di esplorazione intergalattica, specie da scoprire, repubbliche da fondare e malvagi imperi da sbaragliare. Arthur parte alla scoperta dell’Universo perché la Terra è stata distrutta in seguito ad un disguido burocratico; nient’altro che una versione su più vasta scala di quanto è accaduto alla casa del pover’uomo, demolita per costruirci sopra un’autostrada. E ora che il nostro bel pianeta blu – classificato all’interno della Guida come praticamente innocuo – non esiste più, quest’involontario, ingenuo Sal Paradise non potrà far altro che affidarsi ad un imprevedibile Moriarty alieno (e, naturalmete, alla Guida) per sopravvivere nel vasto, vasto cosmo.

Il viaggio è costellato da incontri con i più svariati personaggi: tragici cetacei, topi superintelligenti e superpotenti, presidenti galattici dediti agli scandali, in quanto il loro compito non è di “esercitare il potere, ma di stornare l’attenzione della gente dal potere stesso” (suona familiare? Suona attuale?)… e, naturalmente, androidi depressi e paranoici.

Ed è proprio questo il fulcro del nostro appuntamento di questa settimana. Marvin, l’androide paranoico: un robot perennemente depresso perché troppo intelligente per trovare uno scopo nella vita, costantemente dedito a lamentarsi e a tediare il prossimo con le proprie lagne. Un personaggio per il quale Adams si è ispirato allo scrittore Andrew Marshall, dotato di uno sconfortante, irresistibile nichilismo alleniano.

Androide paranoico… androide paranoide… dice niente?

Eh, già. Per chi non lo sapesse (e sarete davvero in pochi, lo so, ma mal che vada repetita iuvant, no?) da questo personaggio Thom Yorke ha preso lo spunto per Paranoid Android, seconda traccia del praticamente perfetto Ok Computer, terzo album studio dei Radiohead.

Il pachidermico brano, la Bohemian Rhapsody degli anni ’90, nasce come canzone satirica: si sbeffeggia la tendenza ad autoproclamarsi depressi perché va di moda, a considerare artistico l’atteggiamento fatalista ed apatico tanto in voga in quegli anni (da qui l’omaggio all’androide di Adams). Musicalmente, seppur in modo contorto, la canzone si mantiene fedele a tale tematica: la sua composizione proteiforme, la sua struttura complessa, a patchwork, si pongono come antitesi di tutto quel brit-pop post-Smiths al quale la band, volente o nolente, era stata associata.

Sotto un certo punto di vista, Paranoid Android è l’antitesi della stessa Creep, canzone-inno adolesceziale apparentemente imprescindibile dal nome Radiohead, per distanziarsi dalla quale Yorke e soci lotteranno per anni.

Ma una volta completata, composta e messa in musica, Paranoid Android si colora di toni ben più drammatici ed intimi. Se non è depressione è comunque disagio e ansia, che sono autentici e puri, non impostati. Non c’è nulla di figo o di artistico, nulla di artefatto in questa paranoia, nelle voci che si sentono in testa,

 “Please, could you stop the noise? I’m trying to get some rest from all the unborn chicken voices in my head”

nella diffidenza e nel disprezzo, uniti alla consapevolezza di quanto si è insignificanti agli occhi degli altri e di qualcosa di più grande. Il narratore si infuria all’urlo di

 “Why don’t you remember my name? (off with his head, man)

   Why don’t you remember my name? (I guess he does)”

Per poi rassegnarsi nell’ultimo, disilluso, ironico

 “God loves his children, yeah.”

Il protagonista del brano sembra trovare consolazione in un unico pensiero:

 “I may be paranoid, but I’m not an android”

Sarò anche paranoico, ma non sono un androide. Ovvero, i miei sentimenti se non altro mi rendono  umano. E forse, in qualche modo, libero.

Come al solito, qui sotto troverete un bel regalino musicale per voi. Ho pensato, però, di non limitarmi alla sola Paranoid Android, bensì di estendere l’ascolto all’intero Ok Computer. Innanzitutto perché è un album fantastico, ascoltarlo fa bene ed ogni occasione per farlo è buona. E poi perché ogni sua traccia, accompagnandosi alla lettura, potrebbe dare un tocco molto particolare all’opera geniale di Adams. Dalle fobie di Airbag all’alienazione di Subterranean Homesick Alien e Karma Police, fino alla paranoia (di nuovo!) di No Surprises… e oltre.

E anche stavolta, buona lettura. E buon ascolto.

 

Nicola De Zorzi