Una collina, da qualche parte in America –  probabilmente in Illinois –  sovrasta un paesino ormai deserto. Sulla collina, Spoon River dorme.

La sua storia, le sue storie, sono impresse nel marmo e nella pietra. Ogni epigrafe, tra le decine, centinaia di altre, non porta incisi solo nomi, cognomi, date, tiepidi versi di commiato. Sulle lisce lapidi, le parole sono voci solidificate: ognuna di esse, unica tra tutte, racconta una vita.

L’Antologia di Spoon River è una raccolta di poesie scritta tra il 1914 e il 1915 dall’americano Edgar Lee Masters. Ed è uno dei più grandi testi di analisi e critica sociale mai concepiti.

Spoon River è una cittadina immaginaria che, in quanto luogo di fantasia, diventa allegoria dell’intera America di inizio secolo. Masters vi ambienta decine di storie, prendendo in considerazione ogni mestiere ed estrazione sociale, fornendo così uno spaccato di vita americana preciso e verosimile, mettendo in risalto pregi e difetti di una nazione sfaccettata e in continuo cambiamento.

I suoi personaggi, anch’essi inventati (ma per i quali Masters, che praticava la professione di avvocato, si ispirò ai propri clienti) sono, come ho già accennato, morti. E quale migliore espediente per narrare i loro segreti più oscuri, gli aspetti più intimi della loro vita passata? Libero dai vincoli che aveva in vita, dalle restrizioni della vita quotidiana, dal giudizio dei propri simili, il morto può dar sfogo ai propri pensieri, può mettere a nudo la propria anima, raccontando tutto ciò che sarebbe stato altrimenti sconveniente ed inappropriato.

Allo stesso tempo, per il lettore è più difficile cedere a giudizi affrettati e, man mano che storie e personaggi si succedono, si intrecciano e si sovrappongono, scopriamo di provare simpatia per chi prima ci appariva spregevole; oppure, al contrario, dobbiamo rivedere la nostra posizione su chi, solo un paio di brani fa, ci ispirava compassione.

Ed è incredibile come vita e morte vengano trattate con estrema sensibilità. Sono l’una lo specchio dell’altra e la morte, paradossalmente, non prende il sopravvento sugli altri temi dell’opera. D’altro canto, non viene neppure messa da parte. Descritta con ironia o rabbia, con dolore o malinconia, le viene tributato il dovuto rispetto. Alle volte, non è altro che una conseguenza della vita. Un ricordo come tanti, se non fosse che è l’ultimo, e può tingersi di straziante bellezza.

 

 “… là, in quel pomeriggio di giugno

  al fianco di Mary

  mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,

  l’anima d’improvviso mi fuggì.”

 

L’Antologia venne pubblicata in Italia solo nel 1943; anche allora la sua diffusione incontrò non poche difficoltà a causa del regime fascista, che scoraggiava la lettura di autori statunitensi (specie se sovversivi e liberi pensatori). Tuttavia, al termine della dittatura, il libro poté essere liberamente diffuso, e Masters ottenne il seppur postumo riconoscimento che meritava. Tra i tanti, soprattutto giovani, la cui anima fu toccata dai versi dell’autore di Garnett, c’era anche Fabrizio De André.

 

Non al denaro non all’amore né al cielo è un disco del 1971 per il quale De André si ispirò all’Antologia di Spoon River. Lo stesso titolo parafrasa un verso de La Collina, poesia introduttiva all’opera, nonché primo brano dell’album.

Pare che il cantautore genovese, innamoratosi delle poesie di Masters, si fosse riconosciuto in numerosi personaggi dipinti dal poeta; quindi, scegliendone otto tra i più rappresentativi, rielaborò altrettanti brani, trasponendo in rime e musica la lirica libera e scarna dell’autore.

Così, da un lato, troviamo nelle canzoni un fedele autoritratto di De André, e della figura del musicista in generale: il matto che tenta di esprimere a parole ciò che gli si agita dentro, il blasfemo dalle idee scomode, il medico-ciarlatano che vende a buon mercato placebi per l’anima, l’oculista che vuole donare ai pazienti occhi nuovi non per riprodurre il mondo, ma per inventarne uno…

Dall’altro lato, fedelmente alla raccolta originale, l’album – benché selezioni una manciata di storie tra le duecentoquarantaquattro presenti nel libro – dimostra di essere un’opera dal respiro ampio e universale, in grado di centrare, e far sentire chiamato in causa, l’animo di chiunque.

De André sembra riconoscersi in un personaggio in particolare: Il Suonatore Jones, protagonista della poesia omonima, che è anche la traccia conclusiva dell’album. È una canzone che, come la poesia, parla di libertà, della capacità di trovare la bellezza dove gli altri vedono la più banale quotidianità; del dolce obbligo di suonare, perché una volta che gli altri capiscono che sai farlo, non ti permetteranno di tirarti indietro. Di come quest’obbligo ti porterà a trascurare, forse a non essere più in grado di notare, tutto il resto: le tue responsabilità, i tuoi doveri…

E di come tale scelta, in fondo, alla fine di tutto, non lasci nulla da rimpiangere.

 

Finii con i campi alle ortiche

Finii con un flauto spezzato

E un ridere rauco

Ricordi, tanti

E nemmeno un rimpianto

 

Non ho preparato una playlist, questa volta. Non ce n’era bisogno. A tributare il degno onore all’Antologia di Spoon River, Non al denaro non all’amore né al cielo basta e avanza. Non c’è nulla che io possa aggiungere.

Quindi, ancora una volta, buona lettura. E buon ascolto.

Nicola De Zorzi