“Nato in una città di morti.”

 

È uno dei più lapidari versi springsteeniani ad introdurci al capolavoro di Stephen King. Che è poi il romanzo che ho scelto per celebrare, in modo personale, l’estate.

Macabra scelta? Per certi versi, forse. Il fatto è che da quando, in un caldo giugno di ormai molti anni fa, ricevetti in regalo una copia di IT, accogliere la calda stagione leggendolo è diventato per me un rituale irrinunciabile. E ho deciso di condividerlo con voi.

Ma perché proprio IT? In che modo un mattone di oltre milleduecento pagine può essere una lettura adatta all’estate, alla stagione più spensierata e disimpegnata, alle tanto attese vacanze? Beh, non credo di poterlo spiegare chiaramente in poche parole. Il fatto è che, a mio modo di vedere, IT è il romanzo estivo. E questo non ha solamente a che vedere con la stagione in cui la storia è quasi interamente ambientata. L’estate descritta da King è soprattutto un concetto, un’allegoria, costruita attraverso tanti piccoli simboli, che vanno ad intersecarsi nel mastodontico affresco dipinto dallo scrittore.

Troviamo innanzitutto, forte, permeante l’intera opera, il tema dell’amicizia. Quell’amicizia che, per parafrasare goffamente lo scrittore del Maine, si può vivere solo ad undic’anni. Innocente, magari infantile, ma  allo stesso tempo profonda, pura, che non si ferma alle differenze individuali ma che, al contrario, trae forza dalle stesse; un’amicizia che salva dalla solitudine e dalla paura. “Together we stand, divided we fall”, cantavano i Pink Floyd. Se il significato di un libro potesse essere riassunto nel verso di una canzone, questo ne sarebbe un ottimo esempio.

Ma c’è anche la magia dell’infanzia, l’estate della vita. Un’infanzia che è calda, colorata, ribelle a modo proprio, opposta ad un mondo adulto freddo ed insensibile. I “grandi” non vedono IT. Non credono alla sua esistenza, non credono alle paure dei bambini, e di conseguenza non possono aiutarli nella loro crociata contro il mostro spietato che li minaccia. Eccola qui, la città di morti di cui sopra. Una città, Derry, nel Maine – patria, come ho già detto, di King –, in cui i genitori diventano (forse) involontari avversari dei propri figli, che si trovano così costretti a crescere; crescere, però, cercando di non cambiare, di non diventare a propria volta grigi, spenti. Perché cosi facendo diventerebbero a propria volta complici di IT, la creatura che minaccia la loro stagione più dolce e spensierata, ma che, senza rendersene conto, è il filo rosso che lega i loro destini. Colui che vorrebbe dividerli e schiacciarli, che però, paradossalmente, è parte integrante di quella forza che li mantiene uniti.

I sette giovani protagonisti del romanzo sono a proprio modo dei ribelli; non per scelta, ma per imposizione, perché disadattati, emarginati. Bill è balbuziente, Ben è sovrappeso, Eddie è asmatico, Beverly non è la tipica ragazzina destinata a fare la cheerleader in un’università prestigiosa. Poi, ancora, Mike è nero, Stan ebreo… loro stessi si definiscono “degli impiastri”. Diversi  dai loro coetanei, diversi dagli adulti, diversi dal resto della città. Che sì, si trova sotto l’influsso malefico di IT, ma cerchiamo di non essere troppo generosi con le giustificazioni: si ha spesso la sensazione che IT non faccia altro che risvegliare un certo lato dell’animo umano che già esisteva. Non crea il male, lo porta solo a galla. È una cattiveria, questa, che potrà sembrare piccola cosa se paragonata ad IT stesso, al Mostro, al Male incarnato; ma in un certo senso è forse ancora più terrificante. Perché è malvagità umana fatta di ignoranza, di egoismo, di paura. L’atteggiamento americano ai tempi della Guerra Fredda, in fondo: ristrettezza mentale travestita da morale benpensante. E se questo è l’atteggiamento mentale di Derry, quello dei ragazzi è… come dire… rock ‘n’ roll.

Mal visti, incompresi, conducono la loro solitaria battaglia contro un Nemico comune ma anche contro un sistema, un’intera società e i suoi limiti, le sue paranoie, le sue regole. Vanno dove non dovrebbero andare, fanno cose che non dovrebbero fare, vanno in cerca di segreti di cui dovrebbero restare all’oscuro. E la musica che li accompagna per tutto il libro riflette questo loro modo di essere. Così a Beetohoven e alla sua Für Elise si contrappongono Little Richard e Jerry Lee Lewis, ascoltati di nascosto in camera, mentre suonano il piano al contrario, con le braccia e le gambe intrecciate, prendono a calci la tastiera… e guai a farti beccare con Chuck Berry, Eddie Cochran, Bobby Day o Gene Vincent nel giradischi…

La crociata di questi ragazzi, iniziata nel 1958, rispecchia a tutti gli effetti la crociata del primo  rock contro gli usi e costumi bigotti dell’America più perbenista e conservatrice. E anche da adulti (il romanzo si sviluppa in due archi narrativi a distanza di vent’anni l’uno dall’altro), gli stessi personaggi scopriranno che la guerra non è ancora conclusa.

Terrorizzati, da adulti come da bambini, impotenti eppure invincibili, conducono una lotta disperata ed isterica, ma non priva di gioia, di risate, di vita. Che è proprio ciò che li distingue dal nemico – o dai nemici – a cui si oppongono.

 

 “Allora vai senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l’ultima luce si spegne, vattene da Derry, allontanati dal ricordo… ma non dal desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. Parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po’ di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c’è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.”

 

Eccoci qui, dunque: al momento in cui prepariamo la tracklist per il nostro viaggio. Lasciamo da parte il seppur buon lavoro di Richard Bellis, compositore della colonna sonora per la miniserie TV. Mi spiace, ma non riesco proprio a dire che sia riuscito ad afferrare la vastità del concetto espresso da King. Quindi, cercando di orientarmi tra brani nominati esplicitamente ed altri presi un po’ ad intuito, ho preparato qualcosina per voi.

Come al solito, buona lettura. E buon ascolto.