Hai ucciso il tuo figlio europeo. Sputi in faccia ai minori di ventun anni. Ma ora la tua automobile blu se n’è andata. Faresti meglio a dirle addio…

(The Velvet Underground, European Son)

Una canzone epocale, una maestosa cavalcata noise che, dopo poco più di un minuto di versi cantati, si spinge in un’epopea garage caotica e psichedelica. Un inno atto a concludere uno degli album più controversi ed iconici della storia del rock. Un atto d’amore, una dedica dichiarata da un allievo al suo maestro. Una lettera d’addio intima, ermetica. Cosa significa “figlio europeo”?

 “Oh, Delmore, quanto mi manchi. Sei tu che mi hai incoraggiato a scrivere. Eri l’uomo più grande che avessi mai incontrato. Riuscivi ad esprimere le emozioni più profonde con le parole più semplici. I tuoi titoli bastavano da soli a far salire sul mio collo la musa di fuoco. Eri un genio. Segnato dal destino.

(Lou Reed, dall’introduzione a Nei sogni cominciano le responsabilità)

Se mi sono avvicinato a Delmore Schwartz, è stato grazie a Lou Reed. Lou Reed che lo considerava un maestro, Lou Reed che lo adorava come un mostro sacro.

Lou Reed che, senza l’influenza del suo mentore, probabilmente non sarebbe mai arrivato a comporre i testi crudi e sfrontati del suo album d’esordio con i Velvet Underground, The Velvet Underground & Nico.

Un album sul quale nessuno potrà mai conoscere il giudizio di Schwartz. Difatti, lo scrittore morì l’11 luglio 1966, mentre le registrazioni dell’album erano ancora in corso.

Delmore, che odiava il rock ‘n’ roll. Non tanto la musica, quanto i testi, che trovava patetici.

Delmore, che espresse un solo desiderio nei confronti del suo allievo, il suo orso ammaestrato:

Tu, Lou, giuro – e sai che se esiste qualcuno sulla terra capace di farlo, quello sono io – giuro che se scriverai per soldi ti perseguiterò”.

Forse non amava il rock, Delmore. Ma dovrà, credo, riconoscere che Lou ha mantenuto la promessa.

Come si può iniziare ad introdurre Delmore Schwartz?

Qualche banale dato anagrafico, intanto. Brooklyn, 1913. Genitori ebrei, immigrati dalla Romania. Un primo racconto pubblicato a soli ventiquattro anni, un racconto che Reed definisce “il più fantastico che sia mai stato concepito”. Due matrimoni naufragati, una cattedra in diverse università. Una morte precoce, solitaria, da poeta maledetto d’altri tempi.

Questo era facile. Ora: come si può iniziare ad introdurre l’opera di Delmore Schwartz?

Nello stesso modo in cui i più grandi narratori iniziano a parlare di una nazione: dal cuore.

Quando si vuole descrivere un Paese, il termine “cuore” raramente ha una connotazione positiva: si tratta di un angolo nascosto alla vista, un angolo buio, caldo solo perché vi circola il sangue. Allo stesso modo, il cuore dell’America descritta da Schwartz è quello della middle class, la piccola e media borghesia, con le sua miserie e le sue gioie effimere, le sue pulsioni e le sue manie.

 “La piccola borghesia della generazione  cui appartenevano i suoi genitori aveva prodotto perversioni tutte sue e figli pieni di disprezzo per tutto ciò che era importante agli occhi dei genitori.

(America! America!)

La vita sociale alla quale l’artista cerca di sottrarsi, ostentando superiorità ma sentendo, dentro di sé, nient’altro che inadeguatezza; la famiglia, un’istituzione destinata al fallimento; il matrimonio, una condanna autoimposta.

 «Il mondo è un matrimonio di convenienza» disse Laura, sbronza. «Il mondo è un matrimonio riparatore. Una sordida unione per denaro. Un matrimonio male assortito. Ogni compleanno è un funerale, ed ogni funerale è un grande sollievo».

(Il mondo è un matrimonio)

I figli, il ricettacolo delle nostre speranze e dei nostri fallimenti. Uno dei racconti più drammatici, dall’ironico e caustico titolo “I figli sono il senso della vita”, narra l’Odissea da camera di una famiglia americana: la miseria più psicologica che materiale, le delusioni, lo stare assieme per un amore che maschera senso del dovere e di colpa. Speranze e sogni passati di generazione in generazione come il testimone di una staffetta. La consapevolezza, arrivata troppo tardi, che siamo ciò che siamo a causa di ciò che sono stati i nostri genitori, in un circolo vizioso che va avanti dalla notte dei tempi.

 “«I figli sono il mistero di questa vita. E sono anche il senso di questa vita. Ma i figli possono essere Sarah, Rebecca, Seymour, John o io stesso. O, ancora, può essere la nonna. Ma non è probabile».

(I figli sono il senso della vita)

E, proprio in quel racconto che Lou Reed adorava tanto, l’orrore del matrimonio e dei figli come convenzioni prestabilite viene a galla in tutta la sua genuinità. In sogno, un ragazzo si trova al cinema: sullo schermo è proiettata la storia d’amore dei suoi genitori. Vicenda che il ragazzo segue con un crescente senso di oppressione, al punto che non può trattenersi dal gridare contro lo schermo freddo e piatto, cercando di dissuadere l’uomo e la donna dal prendere una decisione miserabile, che li condannerà all’infelicità.

 “«Non fatelo. Non è troppo tardi per cambiare idea, tutt’e due. Da tutto questo non verrà fuori niente di buono, solo rimorsi, odio, scandalo e due figli dal carattere mostruoso».

(Nei sogni cominciano le responsabilità)

Cos’hanno in comune, quindi, l’opera di Schwartz ed un album come The Velvet Underground & Nico?

La capacità di guardare attraverso gli strati della società, di scavare fino a quello di cui parlavo prima: il cuore. Certo, le differenze saltano agli occhi. Nell’opera di Schwartz, la decadenza americana non è ritratta attraverso le droghe, i bassifondi più sudici, la perversione carnale. Ma alla pari dei versi di Reed, ad essere bersaglio di una rabbia caustica e satirica è il conformismo, l’ambiente metropolitano (quello di New York in particolare) che viene deformato ed umiliato, ne vengono mostrati i suoi lati più moralmente degradati.

Bersaglio è il Sogno Americano: da parte di Schwartz, rappresentato  dalle grandi migrazioni, da tutta quella gente che, come la sua famiglia, vedeva negli Stati Uniti l’Arcadia del proprio riscatto sociale (tematica, in un certo senso, materialmente presente all’interno dei Velvet Underground nella figura del polistrumentista britannico John Cale, secondo Reed perfetta rappresentazione dell’avanguardia europea traslata nel contesto culturale americano).

 “Quando lo sciacquone produceva un’inondazione, quando un abitante di periferia ammazzava moglie e figli e quando un ebreo diventava membro del gabinetto del presidente  Theodore Roosevelt, l’esclamazione eccitata era:

 «America! America!»

(America! America!)

Da parte dei Velvet Underground, la beffa è rivolta alla generazione Hippy. Già la traccia d’apertura Sunday Morning, col suo motivetto sognante e la voce suadente di Reed, si prende gioco della solarità west-coastiana, preludendo con ingannevole serenità agli abissi in cui il disco getta l’ascoltatore.

La visione delle droghe come chiave per spalancare i sensi, o semplicemente come fonte di sballo, si trova ad affrontare la sua controparte più oscura.

 “Ho preso una grande decisione: ho intenzione di annullare la mia vita. Perché quando il sangue inizia a scorrere, quando è sparato su per il collo della siringa, quando mi avvicino alla morte, non potete più aiutarmi, ragazzi

(Heroin)

Allo stesso modo la sessualità libera e  vitale era messa faccia a faccia con il suo lato più pericoloso ed indecente.

Nei racconti di Schwartz e nei testi di Reed l’America viene spogliata di ogni dignità. Viene costretta a confrontarsi con se stessa, a guardare nel prorpio abisso. Prima dei VU, già Bob Dylan aveva sperimentato qualcosa di simile in musica; ma neppure il suo album più provocatorio ed audace, Highway 61 Revisited, riesce a rendere l’idea di decadenza che offrono le strofe di Reed e soci. È come se i versi di Dylan venissero appesi ad un gancio e scuoiati della loro elaganza epica, e fossero poi eviscerati. Le loro interiora sono le parole di Reed, in grado di scuotere l’animo dell’ascoltatore in tutta la loro grezza intimità.

La figura stessa dell’artista, all’epoca della controcultura spesso interpretata come metafora di anima asceticamente elevata, viene messa in discussione: l’artista è un outsider, destinato ad essere incompreso, destinato all’incapacità di comunicare col prossimo. In occasione di una festa, le persone risultano essere un amalgama di essere umani rinchiusi in una stanza, forzati alla felicità, senza smettere di essere soli.

  “«Vorrei che tutti crepassero» disse Nicholas mentre scendevano nella stazione della metropolitana.

 «Perché?» chiese Shenandoah.

 «E tu chi sei?» rispose Nicholas, decidendo di non aver più niente a che fare con Shenandoah e di andarsene a casa per conto suo.

(Capodanno)

 “E  dove andrà, cosa farà, lei, quando arriverà la mezzanotte? Tornerà ad essere il solito clown del sabato e si mettarà a piangere dietro la porta

(All Tomorrow’s Parties)

La festa, nel racconto di Schwartz ambientata simbolicamente all’alba del Patto di Monaco, è un’oasi di finta serenità, che prelude ad una catastrofe: il semplice ritorno ad una condizione di vita solitaria e triste, per ognuno isolata da quella di chiunque altro.

 

European Son, come già detto, è l’omaggio esplicito di Reed a Schwartz. Otto  soli versi, minimali e sintetici, per accentuare il distacco del disco nei confronti degli standard musicali dell’epoca. Liriche oscure e criptiche, per omaggiare il disprezzo dello scrittore nei confronti della musica da juke-box.

Un’elegia, il cui amore si cela dietro versi carichi di rimpianto e non privi di risentimento.

Hai ucciso il tuo figlio europeo, sputi sui minori di ventun anni

Fa pensare ad un episodio in cui Reed ricevette da Schwartz la valutazione per un racconto che aveva scritto.

 “Gli ho portato un racconto. Mi ha dato una B. Ero così ferito, così umiliato. Perché perseguitare uno senza talento come me?

Viene da chiedersi se quest’umiliazione di cui parla Reed si riferisca davvero al voto. B, una valutazione neppure tanto infima.

O magari si tratta del fatto, puro e semplice, che Delmore avesse dato un voto al racconto di Lou. Un racconto, un’opera creativa e non un compito in classe, valutato con una semplice lettera, classificato senza infamia né lode con parametri scolastici. Può esserci umiliazione più grande per uno scrittore?

Così forse il figlio europeo ucciso da Schwartz era Reed (a propria volta di origini ebraiche). Oppure era lo stesso Delmore, lasciatosi morire in una stanza del Dixie Hotel, con una lettera di Joyce accanto al cuore.

 “Il tuo figlio europeo se n’è andato. Faresti meglio a dirgli addio. Il tuo clown ti dice addio.