Immaginate un barista. O meglio, una figura archetipa di barista: uno di quelli che si trovano alla tv, al cinema, nei romanzi. Quel personaggio a proprio modo saggio, onnisciente, che sa capire al primo sguardo da dove vieni, qual è la tua storia, cosa vuoi bere. Un po’ Sascha in Casablanca, un po’ Lloyd in Shining (togliendo la componente allucinato-psicotica); un po’ Boe Szyslak, quello dei Simpson, in un certo senso. È un personaggio che, dal suo bancone, ha visto ogni genere di fauna umana entrare nel suo bar, ordinare qualcosa, raccontare un po’ della propria vita e andarsene. Così, col tempo, ha imparato a conoscere le persone quanto conosce gli alcolici che vende. Senza neanche aver bisogno di leggere l’etichetta.

Se Haruki Murakami, anziché uno scrittore, fosse il personaggio di un libro, con ogni probabilità sarebbe proprio questo genere di personaggio. E in un certo senso è proprio così: prima di iniziare la sua carriera di scrittore a tempo pieno, è stato proprietario del Peter Cat, un jazz bar di Tokyo che ha gestito per sette anni, dal 1974 al 1981. E quale postazione migliore, per uno scrittore, del bancone di un bar? Quale vetrina più trasparente su un’umanità tutta da osservare, dipingere, scrivere?
Sono stati probabilmente questi anni da osservatore a definire la scrittura di Murakami. Da un lato, la sua precisione maniacale nelle descrizioni, che si tratti dell’aspetto fisico dei suoi personaggi, o di un luogo, o della preparazione di un piatto, o di un brano musicale (su quest’aspetto torneremo più tardi); dall’altro, una narrazione a volte oscura, per cui gli eventi si perdono in un territorio fatto di simboli, di suggestioni, di quanto più indefinito ed enigmatico possa esserci.

Questo contrasto tra la cura per il dettaglio e un gusto per il vago, è il contrasto tra un occhio fortemente analitico e il fascino tutto giapponese per la bellezza del mistero; per quell’estetica che dà importanza a quanto non viene detto, anziché a quanto appare chiaro ed esplicito.
Ma si tratta anche di una conseguenza del mestiere (quello di barista, oltre che di scrittore): persone e personaggi vanno e vengono, e per quanto tu possa essere bravo a capire, ad analizzare, ad indovinare ed immaginare, il loro viaggio continuerà da qualche parte oltre la tua portata. Fuori dal tuo locale, fuori dal tuo libro. Come si può avere la presunzione di siglillare, chiara e tonda, una conclusione?

Ora, c’è un altro grande dono che il Peter Cat ha fatto a Murakami. Oltre a garantirgli una finestra sull’umanità e la facoltà di osservarla, ha di certo contribuito a nutrire la passione dello scrittore per la musica, una passione che traspare dalle sue opere e che sembra avere il potere di raggiungere e contagiare i suoi lettori; basti pensare che, all’uscita de L’incolore Tsukuru Tazaki e i suoi anni di pellegrinaggio nel 2013, in Giappone i negozi di dischi hanno visto esaurirsi tutte le copie di qualsiasi cd di Franz Liszt contenente il brano Années de Pèlerinage.

Insomma, la passione musicale di Murakami non coinvolge solo il jazz (che svolge comunque un ruolo predominante; ho perso il conto di quante volte abbia visti nominati, nei suoi libri, John Coltrane, Duke Ellington, Nat King Cole, Ella Fitzgerald…): pari importanza ricopre la musica classica, ma troviamo anche tantissimi esemplari di un vasto campionario pop, da Michael Jackson ai Beatles, dai Beach Boys ai Radiohead.
L’importanza che Murakami dà alla sua musica è cresciuta col tempo, di opera in opera: le canzoni che troviamo nei suoi libri agiscono da perfetta colonna sonora, adattandosi alle situazioni e ai sentimenti dei personaggi; e spesso è proprio la musica a modificare e decidere sentimenti e situazioni, a stravolgere il loro mondo.

“La musica dona una luce calda alla mia visione, sciogliendo mente e muscoli dal loro infinito congelamento”.
( La fine del mondo e il paese delle meraviglie )

Da un punto di vista esterno, quello del lettore, è facile paragonare queste soundtrack letterarie a quelle cinematografiche: aiutano ad immergersi nella vicenda, donano ad un certo momento uno spessore che sarebbe impossibile ottenere senza musica, un nuovo significato; al punto che ci risulta impossibile immaginarci una determinata scena senza il suo accompagnamento musicale. Insomma, che cosa sarebbe Il Laureato senza le canzoni di Simon & Garfunkel?
Per concludere l’articolo, vorrei proporre una brevissima (e personalissima) soundtrack: un piccolo riassunto della mia soggettiva esperienza di lettore di Murakami. Nessun ordine cronologico, nessun ordine preferenziale. Così, come viene.

#1 Léoš Janáček, Sinfonietta. In 1Q84 se ne parla all’ossessione. Non sono mai riuscito a togliermela dalla testa, ed è il primo brano che mi è venuto in mente al momento di stilare questa lista.

#2 Curtis Fuller, Five Spot After Dark. Il brano che dà (parzialmente) il titolo al piccolo, ipnotico romanzo After Dark.

#3 Franz Liszt, Années de Pèlerinage. Anche qui, è un brano musicale a dare a Murakami l’ispirazione per il titolo di un suo romanzo; in questo caso, L’incolore Tsukuru Tazaki e i suoi anni di pellegrinaggio.

#4 Radiohead, Kid A. L’album che il giovane Tamura ascolta durante il lungo viaggio sul bus notturno in Kafka sulla spiaggia. Volete una traccia in particolare? Magari How to Disappear Completely.

#5 Robert Schumann, Uccello-profeta. Da L’uccello che girava le viti del mondo.

#6 Beach Boys, Dance Dance Dance. Romanzo omonimo. “Danzare è la tua unica possibilità” continuò, “devi danzare, e danzare bene. Tanto bene da lasciare tutti a bocca aperta. Se lo fai, forse anch’io potrò darti una mano. Finchè c’è musica, devi danzare!”

#7 It’s Only a Paper Moon. E torniamo, con questo brano, a 1Q84. Potete scegliere: Nat King Cole o Ella Fitzgerald. O anche tutti e due.

#8 Chuck Berry, Roll Over Beethoven. Un po’ di rock ‘n’ roll… Nel segno della pecora.

#9 Kenny Burrell, Stormy Sunday. La fine del mondo e il paese delle meraviglie è uno dei romanzi di Murakami con la tracklist più nutrita. E noi ne estraiamo questo bel blues.

#10 The Beatles, Norwegian Wood. Uno dei suoi romanzi più iconici, nonché un caso letterario senza precedenti. Mi sembrava quindi d’obbligo concludere il mio elenco con questa celebre accoppiata titolo musicale-titolo letterario.

Buona lettura. E buon ascolto.

 

Nicola De Zorzi