Epifania: dal greco epiphàneia, manifestazione della divinità, rivelazione.

È una parola che risulta insicindibile da Gente di Dublino (Dubliners), raccolta di quindici racconti composta dall’irlandese James Joyce all’inizio del ‘900 e pubblicata per la prima volta nel 1914.

Si tratta dell’improvvisa consapevolezza di una gabbia, una gabbia interiore che ci paralizza e ci imprigiona. Poi, un gesto, un ricordo, una situzione: un attimo di vita assolutamente banale dona un’improvvisa illuminazione. La gabbia (o, per usare un termine più “didattico”, la paralisi) appare finalmente chiara e comprensibile e ci viene donata l’opportunità di liberarci.

 “Come il tenero fuoco di stelle, attimi della loro vita insieme, di cui nessuno sapeva o avrebbe mai saputo, si scagliarono nella sua memoria illuminandola. Desiderava rammentarle quegli attimi, farle dimenticare gli anni della noiosa vita in comune e ricordarle soltanto gli attimi di estasi.

Tuttavia, questa folgorazione può anche essere una condanna: non riuscire più a vedere il mondo con gli occhi di prima, riconoscere i propri errori e non essere in grado di porvi rimedio: i protagonisti di Gente di Dublino, pur con l’acquisita consapevolezza e presa di coscienza sulla loro esistenza, tenteranno senza successo di fuggire alla loro situazione. Ma non riusciranno mai davvero a tagliare i conti con tutto ciò che sono.

Mentre sedeva lì, rivivendo la sua vita con lei ed evocando ora l’una ora l’altra delle immagini nelle quali adesso la concepiva, si rese conto che era morta, che aveva cessato di esistere, che era diventata un ricordo.

L’intimità con cui Joyce dipinge i suoi protagonisti, accentuata da una narrazione anti-invasiva, per cui i personaggi spesso si perdono in flussi di coscienza non mediati dall’intervento dell’autore, nasconde qualcosa in più della semplice introspezione: in ogni riga traspare il rapporto che Joyce aveva con la sua città natale, Dublino: un rapporto di amore-odio, scandito dall’inevitabile affetto per la propria casa e la propria gente, ma anche dal disprezzo per molti suoi aspetti: la paralisi dei suoi personaggi non è solo personale, ma anche sociale. È una paralisi dovuta alle restrizioni sociali, a comportamenti autodistruttivi indotti dalla necessità di salvare una facciata. Si dice spesso che Dublino abbia molti dei vantaggi di Londra, pur essendo priva di alcuni dei suoi svantaggi (gli inglesi). Ma la verità è che la capitale irlandese è altrettanto – se non più – opprimente, e in un modo o nell’altro riuscirà sempre a vanificare gli sforzi liberatori dei personaggi joyceani.

Epifania è un termine che ho incontrato, in un contesto più moderno, leggendo una recensione di Lester Bangs: l’album in questione è Astral Weeks.

Opera seconda dell’irlandese Van Morrison, datato 1968, il disco è una sconvolgente dimostrazione di maturità artistica e poetica da parte dell’allora ventitreenne Morrison. I più classici blues, rock e folk si incontrano con suoni più elaborati derivati dal jazz; l’eclettico V.M. si destreggia tra chitarra, tastiere e sax. Oltre al basso (eccezionale) di Richard Davis, alla chitarra di Jay Berliner e alla batteria di Connie Kay, troviamo John Payne al flauto e sax soprano e Warren Smith al vibrafono. La fusion musicale non presenta un solo momento artefatto, non c’è una singola nota che non sia naturale, spontanea. Le note ci portano a districarci nel labirinto di strade di Dublino, ad esplorarne gli anfratti e vicoli più nascosti, a scoprire ogni forma di vita nascosta al loro interno. Ogni più piccola complicazione non appesantisce il folk-singing  di Morrison, che scivola dolcemente sulla superficie di otto brani: otto storie di altrettanti personaggi che, per parafrasare Bangs,

“…sono persone colpite dalla vita, completamente sopraffatte, imbalsamate nella loro stessa pelle, nella loro età, in se stesse, paralizzate dall’enormità di quello che possono capire in un singolo momento di visione

La principale differenza tra i personaggi di Joyce e quelli di Morrison sta nel fatto che questi ultimi, a volte, riescono a fuggire. La consapevolezza della paralisi è una spinta sufficiente a liberarsi, a fare i bagagli, a riscuotersi.

Il brano d’apertura omonimo è un esempio perfetto tanto di quest’idea di fuga, quanto del flusso di coscienza à-la Joyce. Dopo un’apertura strumentale in continua evoluzione, il cantato di Morrison arriva ipnotico, onirico: è proprio in un sogno che si apre il testo:

 “Se mi lasciassi risucchiare nei cunicoli dei tuoi sogni, dove immobili cerchi d’acciaio si spezzano e i fossati dei vicoli si fermano, sapresti trovarmi? Baceresti i miei occhi?

La ripetizione ossessiva di versi e concetti rimanda a propria volta al sogno, ad un eterno dormiveglia in cui il narratore smarrito prega affinché la sua amata lo trovi e lo salvi.

Arriva poi l’epifania: la rivelazione che la vita della donna non può appartenere a lui

 “Eccoti, ti prendi cura del bambino, controlli che abbia dei vestiti puliti, gli metti le sue scarpette rosse, mi punti un dito contro, e io sono qui, cerco di alleviare la tua tristezza…

La rivelazione non riesce a svegliare il narratore dal suo torpore: è accolta come qualsiasi altro elemento del sogno, così come la risoluzione a cercare una “casa in cielo”.

Qualunque fosse la paralisi che attanagliava il cantante, contrariamente ai personaggi di Dubliners, questi non sembra essersi fatto scrupolo a liberarsene.

Dopo Beside You e Sweet Thing, scendiamo lungo Cyprus Avenue, ed incontriamo Madame George.

Pare che il brano sia nato durante uno stream of consciousness dello stesso autore, e si tratta di uno dei momenti più delicati del disco; la dolce malinconia della musica, gli accordi di chitarra accompagnati da un flauto che tradisce il lato più autoctono dell’opera, fanno da accompagnamento al personaggio struggente di George. Potrebbe trattarsi di una drag-queen, anche se Morrison ha spesso smentito quest’ipotesi. Di certo si tratta di un emarginato, la cui figura ispira al peggio compassione, e l’amaro piacere di potersi ritenere superiori. Al meglio, un dolore più umano, più empatico, quel dolore che nasce dalla comprensione della vita degli altri, oppure dall’amore, qualsiasi forma esso possa prendere.

La visione di Madame George la riporta indietro nel tempo, tra giochi d’azzardo e libri di storia, e poi nel futuro, quando “diventi più debole e le gambe iniziano a cedere”, e arriva l’inverno… e poi un brusco risveglio, con l’arrivo dei poliziotti.

Dite addio a Madame George”, ripete all’ossessione Morrison, mentre George se ne va, e

 “La stanza si riempie di musica, risate, danze…

Madame George rappresenta la necessità di lasciarsi tutto alle spalle, di ricominciare. E sembra che ce l’abbia fatta, sembra che almeno lei ce l’abbia fatta davvero, mentre sale sul suo treno e parte. A noi non resta che asciugarci gli occhi e dirle addio.

Nicola De Zorzi