Ci troviamo a Città del Messico. Corre l’anno 1975. La città è un labirinto, un mondo, un universo. Le vite che si dibattono al suo interno brulicano come in un formicaio disorganizzato, caotico. Tra esse, una generazione di giovani poeti, un moto di ribellione, una ricerca confusa ma determinata: la ricerca di un ideale letterario, la ricerca delle proprie origini eppure, allo stesso tempo, di una via d’uscita dalle proprie abitudini, da confini imposti alla nascita.

Queste sono solo alcune delle premesse de I Detective Selvaggi, romanzo dello scrittore cileno Roberto Bolaño pubblicato nel 1998.

Al centro della narrazione troviamo le vicende di Arturo Belano e Ulises Lima, portabandiera del realismo viscerale o realvisceralismo, e la loro ricerca della poeta scomparsa Cesàrea Tinajero, fondatrice, oltre mezzo secolo prima, del movimento. Profetessa perduta e Graal, meta irraggiungibile di una ricerca che ha senso solo come viaggio in quanto tale: raggiungere l’obiettivo rappresenta la fine del viaggio, e anche dell’obiettivo stesso.

Avrei dovuto essere un detective privato” scrive Bolaño nell’introduzione al romanzo “e sicuramente sarei già morto. Sarei morto in Messico a trent’anni, a trentadue anni, sparato per strada, e sarebbe stata una morte simpatica e una vita simpatica.

Perché, dunque, un titolo del genere? Perché Detective Selvaggi, in un romanzo che non è certo un poliziesco? Certo, il tema della ricerca c’è. E sì, sono senza dubbio presenti situazioni hard-boiled: inseguimenti, fughe, risse, prostitute e magnaccia inferociti. Ma non si tratta solo di questo. Parliamo di detective perché è in corso un’indagine: un’indagine sulla vita, in tutte le sue sfumature, in tutti i suoi aspetti. Una ricerca che, come ho già detto, vive di vita propria, si accontenta di essere vaga e priva di un oggetto ben definito. E se così non fosse, non potrebbe essere così umana, così totale.

La ricerca inizia con la penna di Garcìa Madero, studente di giurisprudenza. Il suo incontro con Belano e Lima sarà il principio della sua formazione (o anti-formazione) artistica e intellettuale: l’iniziazione ad una vita che non può limitarsi ai banchi dell’università, alle biblioteche e alla casa accogliente e sicura degli zii. La vita inizia nei bassifondi, nei vicoli oscuri dove libertà e distruzione vanno di pari passo, dove la perversione è una sfida, un inno.

È l’incontro con una generazione nascosta, perduta, sconosciuta. Il resto del mondo quasi non la nota; sono solo dei ragazzini che giocano a fare la rivoluzione, senza una causa, senza una meta. Ma per Garcìa Madero, anche una causa puramente apparente basta: è solo una scusa per trovare delle anime affini, per sentirsi parte di qualcosa. I vicoli inesplorati di Città del Messico si colorano di una vita nuova, diventano una nuova casa. Una casa delle streghe, magari, piena di freaks e di specchi deformanti che lo portano a vedere la realtà attraverso prospettive mai immaginate.

La rivolta dei realvisceralisti è caotica alla radice, una lotta contro tutto e tutti: istituzioni, regimi politici, movimenti letterari. Come il viaggio, è fine a se stessa: serve ad essere vivi.

Non so cosa voglio, ma so come ottenerlo. Voglio distruggere chi mi capita vicino

(Sex Pistols, Anarchy in the UK)

Poi, gli eventi precipitano: una notte, un imprevisto, una minaccia improvvisa. Una fuga precipitosa, odore di gomma bruciata sull’asfalto e il deserto alle porte.

La fuga è il miglior pretesto per iniziare la ricerca vera e propria.

Non facciamo in tempo ad abituarci alla versione di Garcìa Madero, che altre prendono il suo posto. Decine di voci, che senza un ordine preciso provano a seguire gli spostamenti di  Lima e Belano. La ricerca di Cesàrea è finita senza che noi ne conosciamo l’esito. Dopo aver ottenuto il loro scopo (ma l’avranno davvero ottenuto?) i due poeti si dividono, partono per un nuovo viaggio senza meta. Città del Messico, di nuovo, poi l’America, l’Europa, Israele…

Ci siamo giocati la carta del punk, prima. Un’analogia abbastanza scontata, visti gli anni in cui è ambientato il romanzo, visto l’atteggiamento generale dei suoi personaggi. Ma ora che la rabbia è scomparsa, e l’obiettivo è solo un ricordo? Ci immergiamo nella new wave. Nel vagabondare senza meta, nell’assenza di illusioni da inseguire. La strada che seguiamo potrebbe portare a qualcosa, ma in fondo lo sappiamo, la strada non c’entra. Non c’entra la direzione, non può essercene una: ci portiamo dentro questo personale disordine, come una bussola rotta. Ma in fondo, ha importanza?

 “Ho in testa questa città, sali, ti ci porto io (e va bene così). È davvero, davvero lontana, ma sta crescendo di giorno in giorno (e va bene così)

(Talking Heads, Road to Nowhere)

Le voci che ricostruiscono il percorso (se così vogliamo chiamarlo) di Lima e Belano sono sempre sul punto di incontrarsi, di collocare il tassello decisivo, per poi perdersi, separate da un nuovo arrivato che vuole dire la sua, infittendo la trama, dando nuove risposte, ma ponendo altrettanti enigmi.

La scrittura di Bolaño raggiunge il proprio apice, trascendendo la definizione di romanzo, creando un vero e proprio mondo in una magistrale architettura narrativa.

I fili si intrecciano e si collegano, l’affresco prende forma. Le domande trovano poco a poco le rispettive risposte. Mentre tutto si chiarisce, le figure dei due poeti sfumano, svaniscono. Ci rendiamo conto che i detective, alla fine, siamo noi. Siamo andati dove i personaggi ci hanno guidato, abbiamo raccolto prove ed indizi, abbiamo cercato assieme a loro Ulises e Arturo. Li abbiamo cercati, pur sapendo che non li avremmo davvero trovati. Le loro tracce, gli incontri, i destini che hanno segnato, sono volatili, destinate a sparire.

 “Quando mi cercano non ci sono, quando mi trovano non sono quello che gli sta di fronte, perché sono già corso via”                                                                                                                                                              

(Manu Chao, Desaparecido)

 

E così arriva la conclusione. Siamo di nuovo catapultati, assieme a Garcìa Madero, Belano, Lima e la prostituta fuggiasca Lupe, nel deserto, alla ricerca di Cesàrea. È una conclusione strana da leggere, dopo aver visto (e non-visto) cosa succederà ai due protagonisti nel gigantesco flash-forward centrale. Ma è l’ultimo tassello del puzzle, non possiamo certo rinunciare a sapere come sarà il quadro generale dopo che l’avremo finalmente completato. Darà senso a tutto, o ci porrà solo un nuovo enigma?

Quale alternativa vi stupirebbe di più?

Dopo tutto, siamo sulla strada per il nulla.

 

Nicola De Zorzi