Prima di iniziare: non lasciatevi ingannare dal titolo. Qui non si va a parlare dei Depeche Mode.

Ho semplicemente preso spunto da questo celebre verso di Enjoy the Silence per introdurre un’opera che porta a riflettere su un concetto: l’importanza del linguaggio come forma d’immaginazione; e, di conseguenza, la sua relatività e la sua sovversibilità.

Immaginate un bestiario. No, di più: immaginate un’enciclopedia. L’enciclopedia di un mondo intero, che descrive ed illustra questo mondo in tutti i suoi particolari, le specie che lo popolano, la geografia, le invenzioni e le stranezze della sua storia. Ma se vi dicessi che questo mondo non è mai esistito? E che la lingua in cui è scritto non si può tradurre?

Questo è il Codex Seraphinianus. Scritto ed illustrato da Luigi Serafini tra il 1976 e il 1978, il Codex contiene oltre mille disegni di un mondo alieno, sconosciuto. Potrebbe essere un altro pianeta, potrebbe essere il nostro in un tempo dimenticato o forse non ancora giunto.

Quindi, temo di dover ritrattare anche la definizione di enciclopedia, e sostituirla con quella di “fantaenciclopedia”: se la prima tende ad illustrare il sapere di una determinata epoca, la seconda ha un’estensione più vasta, universale, ma anche casuale.

I capitoli sono dedicati a diversi ambiti: botanica e zoologia, scienza e tecnologia, moda… il tutto illustrato in modo da ricordare il nostro mondo, ma in una versione alternativa, estraniante e surreale.

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Forse la parola chiave è proprio questa: surrealismo. Oggetti che siamo abituati a percepire in un determinato modo ci vengono presentati alterati, deformati, le singole parti sezionate e ricollocate in un ambito estraneo. Il risultato è disturbante, ma allo stesso tempo incredibilmente suggestivo: familiarità e straniamento si fondono, la sensazione è quella di avere qualcosa sulla punta della lingua, che ci stuzzica il cervello, ma proprio non riusciamo ad afferrarla.

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Il mistero più grande di questo libro, tuttavia sta nella sua componente scritta: non sarebbe più facile decifrare le sue enigmatiche immagini se ad accompagnarle ci fossero delle descrizioni – magari altrettanto surreali e controverse, però – comprensibili, o perlomeno leggibili?

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Certo, che lo sarebbe. Però pare proprio che il buon Serafini non fosse di quest’idea.

In molti hanno provato, nel corso degli oltre trent’anni di storia del Codex, a decifrare l’alfabeto utilizzato al suo interno. Segni dolci, tondeggianti, così simili agli alfabeti a cui siamo abitutati. Eppure così diversi, così distanti…

Il risultato è che le scritte del Codex si sovrappongono e si mescolano al mistero delle immagini, lo amplificano. Ciò che dovrebbe svelare l’arcano, non fa altro che renderlo più insondabile.

Questo, da un lato, è opprimente: ci sentiamo frustrati per non riuscire a capire, per la nostra impossibilità di afferrare un concetto.

Dall’altro lato, è esaltante: ciò che non può essere capito può comunque essere supposto, o quantomeno immaginato. “È una sorta di visione oracolare” dice Serafini “hai la sensazione che il libro ti parli, ma in verità sei tu che lo fai parlare vedendoci dentro delle cose.”

Così illustrazioni e descrizioni rendono le quasi quattrocento pagine del libro una sterminata diapositiva di macchie di Rorschach, ognuna in grado di accendere l’immaginazione di ciascuno in modo diverso.

Il potere della comunicazione per come la intendiamo noi – un insieme di segni che vanno a formare un codice che noi possiamo comprendere e utilizzare – è così rivoltato, rivoluzionato: la comprensione è sostituita da un’interpretazione in grado di dar vita a propria volta a nuovi codici infiniti.

La sovversione della parola non è un concetto nuovo in ambito musicale. La parola a volte perde d’importanza a favore di un verso, di suoni senza alcun significato se non quello melodico. C’è bisogno di ricordare il famoso “doo-bee doo-bee doo” al temine di Strangers in the Night, di Frank Sinatra? Ancora prima, c’è lo “scat”, tipico del jazz…

È probablmente a quest’ulitmo che si ispirano i sollazzi verbali in cui si lancia Anthony Kiedis nell’ultimo ritornello di Around The World, oppure in Soul to Squeeze.

La frase è interrotta, il suo significato preso in giro, oltraggiato, sostituito da uno scioglilingua insensato, volto a parafrasare il suono martellato del basso di Flea.

Tuttavia, si può fare di più, vi pare?

Ci si può inventare una lingua.

Il vonlenska o hopelandic è una lingua immaginaria o non-lingua ideata da Jónsi Birgisson, leader della band post-rock islandese Sigur Rós.

Perché non-lingua? Fondamentalmente, perché le manca ciò per cui una lingua si può definire tale: un insieme di regole grammaticali e l’associazione suono-significato.

Si parla di glossolalia: non c’è un significato in quanto tale, tuttavia le parole (o non-parole) scelte dal musicista svolgono il compito di esprimere determinate emozioni.

Le sillabe sono allungate, le vocali la fanno da padrone; i suoni sono dolci, c’è una prevalenza di dentali-nasali e palatali sorde: sono suoni che ricordano il fruscio di un lenzuolo mosso dal vento, un gentile invito a tacere, ad ascoltare.

 Olsen Olsen, ottava traccia del loro secondo album Ágætis Byrjun, è composta interamente da questa non-lingua. Sussurrati, i suoni sono quasi d’accompagnamento alla musica e non viceversa. Si tratta di uno dei momenti più solari dell’album, un inno sereno e spensierato, infantile (Olsen Olsen è un tipo di barretta dolce al pistacchio, liquirizia e cioccolato; la versione islandese delle nostre merendine Kinder). L’inno esplode verso la fine; o, per meglio dire, sboccia in impeto di vita e gioia, in cui gli ottoni e un coro di voci in lontananza intonano un motivetto in precedenza appena accennato dal piffero.

L’utilizzo dell’hopelandic ha probabilmente una connotazione simbolica: se tutte le altre tracce dell’album sono cantate in lingua islandese, in modo da affermare con orgoglio la nazionalità della band, ma anche da trasportare l’ascoltatore attraverso atmosfere e paesaggi islandesi, Olsen Olsen è un’eccezione: un messaggio universale, incomprensibile a tutti, ma interpretabile da ognuno come preferisce.

Nicola De Zorzi