No, non mi sono messo a battere sui tasti a caso in seguito ad un raptus improvviso. In questo titolo ho semplicemete fuso insieme due emblemi verbali – chiamiamoli così -,  due figure iconiche nate dalle penne di altrettanti maestri dell’orrore: Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft.

Rispettivamente, si tratta de Il Corvo e Il richiamo di Cthulhu.

 

“Once upon a midnight dreary, while i pondered weak and weary

 Over many a quaint and curious volume of forgotten lore…”

Una lontana mezzanotte, mentre stanco meditavo su un volume di saperi ormai perduti…

È in quest’atmosfera oscura e onirica che si apre Il Corvo, poesia dell’omonima raccolta che Poe pubblicò nel 1845.

Un corvo parlante fa visita ad un uomo insonne impegnato in misteriose contemplazioni notturne. Con terrore, questi scopre che le uniche parole che l’animale sa pronunciare sono “mai più…”.

Lo sgomento è sostituito da una strana gioia per aver ricevuto un seppur indesiderato e momentaneo sollievo dalla solitudine, dai propri pensieri, dal rimpianto di un amore perduto…

“Altri amici m’han lasciato! E non sarà forse neanche l’alba, ch’anche lui se ne sarà andato”

Ma queste uniche parole pronunciate dal corvo, “mai più”, ossessive, accusatrici, incalzano il solitario pensatore. L’uomo tenta di dare una spiegazione a quell’enigmatico ritornello

 

“Chiunque sia stato il suo padrone, colto da chissà quale disastro, con lo stesso ritornello

 terminò come in un requiem ogni canto suo più bello, nella sua disperata malinconia,

 così: Mai più.”

Eppure, neanche una spiegazione razionale può allontantare una verità che sa di follia, una verità legata a Lei. La donna che il poeta amò e che è persa per sempre, per sempre irraggiungibile. Questo significa “mai più”. Il corvo, lo psicopompo, araldo di Plutone, è memoria di ciò che è stato e profeta di ciò che non sarà mai.

Il Corvo è un manifesto stilistico dell’estetica di Poe. Uno stile lirico, a volte difficilmente digeribile, gotico e barocco insieme. L’elegaza di ogni parola nasconde il dolore di un’anima  sensibile e sognatrice, tormentata, incompresa. Sicuramente la morte di Virginia Clemm, la sua sposa-bambina, ha influenzato gran parte della produzione dell’autore. Come una moderna Beatrice, la troviamo, idealizzata, in molti degli scritti di Poe, spesso sotto lo pseudonimo di Lenora, com’è del resto chiamata anche ne Il Corvo. Da questa malinconia nasce, soprattutto nelle sue poesie, un incredibile connubio tra bellezza pura e orrore.

L’influenza dello scrittore di Baltimora è rimasta forte e tangibile nella cultura contemporanea. Senza addentrarci nei meandri della letteratura horror (tutti, da King a Straub, da Machen a Barker gli hanno tributato il dovuto omaggio), possiamo fare degli esempi molto banali all’interno della più elementare cultura pop. Ve lo ricordate lo Speciale di Halloween dei Simpsons, nel 1990?

E Lou Reed… beh, di questo parleremo meglio più tardi.

Un po’ di tempo fa, mi è capitato di trovare un video su Youtube, della serie Epic Rap Battles of History (ve la consiglio, è fatta veramente bene) in cui si davano battaglia verbale Stephen King e lo stesso Poe. Il video mi ha dato l’idea per un piccolo confronto tra Poe e – ecco che torniamo al nostro titolo – Lovecraft (non sarà un confronto rap, mi spiace).

Howard Phillips Lovecraft è stato con ogni probabilità la personalità più influente nella letteratura dell’orrore contempranea, alla pari di Poe. Nato a quasi un secolo di distanza da quest’ultimo, ha portato nel mondo dell’horror un universo nuovo, creato a partire da zero, e un rinnovato modo di spaventare il lettore.

Se Poe concentra nelle pagine che scrive la propria angoscia, Lovecraft sembra più che altro interessato alla follia che pervade l’animo e la mente umana.

Così il terrore di Poe è qualcosa che (molto romanticamente) nasce dal cuore. I protagonisti, spesso antieroici, dei suoi racconti, covano dei sentimenti molto forti, sentimenti che li porteranno alla distruzione. Si parla di depravazione, a volte indotta da demoni artificiali quali l’alcol, altre volte semplicemente insita nell’animo umano.

Il terrore di Lovecraft ha radici altrettanto profonde, ma diverse; implicite nella nostra natura eppure, in un certo senso, “esterne”. È la paura dell’ignoto a dominare le pagine dello scrittore di Providence. Una paura che prende forme incomprensibili, indescrivibili, più grandi della fragile mente umana, che viene inevitabilmente condotta alla pazzia.

Lo stile di Poe affonda le sue radici nella letteratura vittoriana, romantica e gotica. La principale differenza nei confronti di Lovecraft, a mio avviso si può riscontrare nell’unico romanzo di E.A.P., Le avventure di Gordon Pym. Alla pari del racconto Discesa nel Maelström, è presente il tema dell’ignoto, dell’insondabile. Ma il terrore provato dai protagonisti è perfettamente in equilibrio con un forte senso d’avventura, di esplorazione.

Nei racconti di Lovecraft, l’estasi della scoperta cede presto il passo ad una realtà ben più terribile dei peggiori incubi: gli orrori scoperchiati non lasciano adito a gioia: c’è solo il terrore, il più puro che si possa immaginare. E poi, l’inevitabile follia.

Cthulhu Fhtagn, la seconda parte del titolo che ho scelto per l’articolo di questa settimana, è l’abbrevizione di un verso antichissimo, in una lingua sconosciuta (il tutto, naturalmente, nell’universo lovecraftiano): “Ph’ngluimglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn”: nella sua dimora R’lyeh, il morto Cthulhu dorme sognando.

Cthulhu è probabilmente la più emblematica delle mostruosità create da Lovecraft: un Grande Antico, un dio di una razza aliena arrivata dagli angoli più remoti dell’universo, infinintamente più antico dell’umanità.

Alto chilometri, è un gigante alato con un corpo umanoide e la testa simile a quella di un polipo. Si pensa che Lovecraft si sia ispirato alla poesia Il Kraken di Alfred Tennyson, nella quale una creatura antichissima giace addormentata negli abissi. Cthulhu compare per la prima volta ne Il richiamo di Cthulhu, scritto nel 1926, un racconto appartenente al cosiddetto ciclo del Necronomicon (il Libro dei Morti, un’invenzione letteraria talmente efficace che molti fan credettero si trattasse di un libro realmente esistente, e ne nacque un vero e proprio mito).

Un’antica iscrizione nell’argilla, un diario ritrovato, sette segrete… ed infine, la resurrezione del dio, immenso, tremento, non morto ed immortale

 

Non è morto ciò che in eterno può attendere, e col passare degli eoni anche la morte può morire.”

 

Benché la narrazione di Lovecraft non abbia qui ancora raggiunto il suo apice per inventività e stile, questo racconto si può considerare il capostipite della sua eredità letteraria, il primo imprescindibile pilastro nella costruzione del suo personalissimo, inarrivabile universo.

E, come ho già accennato prima, il mondo musicale non è rimasto indifferente a questi grandi scrittori, Poe e Lovecraft.

The Raven è il diciannovesimo album studio di Lou Reed. È l’album con cui il musicista americano lascia da parte il suo wild side, la sua figura di scrutatore metropolitano, per dedicarsi al suo lato poetico più oscuro e romantico, un album in cui morte e bellezza vanno di pari passo. Tra scorci romantici e gotici, l’album si presenta come una recita, ma anche come un’analisi dello scrittore sotto ogni possibile angolazione; un ubriacone, un poeta, un capostipite insostituibile della letteratura americana.

The Raven, traccia omonima dell’album, non è altro che una reinterpretazione, non cantata ma recitata, parola per parola, della poesia di Poe. Accompagnata da una base intangibile, la voce di Reed sussurra, mormora, riflette; poi si alza, si infuria, si placa di nuovo, in perfetto accordo, in perfetta sintonia con ogni parola, ogni virgola, ogni pausa del poema.

Gli ultimi minuti sono occupati da una cantilena, dolce e sinistra come tutte le ninnananne, come tutto ciò che ci accompagna al sonno.

Per quanto riguarda Lovecraft, c’è chi ha preferito usare un approccio diverso.

The Call of Ktulu è la traccia conclusiva di Ride The Lightning, secondo album dei Metallica.

Amo pensare che la scelta di incidere un brano strumentale per interpretare il racconto di Lovecraft, rappresenti un momento di rara sensibilità e lucidità artistica da parte della band statunitense: la scelta di non sprecare parole per descrivere l’indescrivibile, ma lasciare che sia la musica a toccare le corde più profonde e nascoste dell’ascoltatore.

Il brano si apre con un arpeggio laconico, quasi cantilenante, che però dà l’impressione di nascondere qualcosa: un senso di inquietudine crescente, di minaccia nascosta. L’arpeggio si fa più pressante, incalza l’ascoltatore, lo mette in allerta. Le note si fanno sinistre, e preludono ad un’esplosione di chitarre elettriche distorte e batteria, sempre più furiose, come un mare che si agita e ribolle, come se il mostro lo stesse scuotendo dalle sue profondità, per poi sorgere, squarciando le acque in un assolo frenetico e drammatico. Torna la cavalacata elettrica, insiste per qualche minuto, si placa. È di nuovo il momento della ballata, un ingannevole intervallo di pace. Per poi concludere il tutto con un’ultima esplosione furiosa.

Buona lettura. E buon ascolto.

Nicola De Zorzi