“Questa è dunque la vita vera? O è solo fantasia? Intrappolato in una frana, non trovo una via di fuga dalla realtà. Apri gli occhi, alzali al cielo e vedrai…”

 

Non ha bisogno di presentazioni, una delle intro musicali più celebri della storia del rock. Bohemian Rhapsody, brano capolavoro dei Queen, penultima traccia di A Night at the Opera del 1975, si apre così: un cantato a cappella quasi angelico, un misto tra un brano vaudeville e i Beach Boys.

Ma se la melodia appare così soave, lo stesso non si può dire del testo.

Perfino i membri della band non hanno mai saputo il vero significato della canzone, così criptica e oscura, composta da Mercury durante i primi mesi del 1975 (anche se la leggenda vuole che l’ispirazione sia nata durante una serata ad alto tasso alcolico). Lo stesso Freddie non l’ha mai voluto chiarire, desiderando che ognuno attribuisse al brano il significato che preferiva.

Secondo alcuni, sotto i tormentati, a tratti deliranti versi di Bohemian Rhapsody, si nasconde il conflitto di Mercury con la propria omosessualità. Secondo altri la sofferenza implicita nelle parole rappresenterebbe il  dignitoso dolore della lontananza dalla patria natale Zanzibar.

 

“Sono solo un povero ragazzo, ma non mi serve compassione. Perché mi lascio trasportare, a volte su, a volte giù… ma, comunque soffi il vento, nulla ha più importanza per me.”

 

Dopo l’introduzione a cappella, segue una ballata accompagnata dal pianoforte. Il testo aumenta di drammaticità. L’invocazione alla madre – usata come figura generica, sacra, oppure come semplice spunto sentimentale – è seguita dalla confessione di un omicidio.

 

“Mamma, ho ucciso un uomo. Gli ho puntato una pistola alla testa, ho premuto il grilletto ed è morto.”

 

A questo segue la consapevolezza che, dopo quel gesto, la vita che il narratore aveva conosciuto fino a quel momento, non potrà più andare avanti.

 

“Mamma, la mia vita era appena cominciata. Ma ormai me ne sono andato, e l’ho gettata via. Mamma, non volevo farti piangere. Se domani non sarò di ritorno a quest’ora, tu vai avanti. Vai avanti come se nulla fosse.”

 

Nella strofa successiva il concetto di perdizione, di deriva fisica e psicologica si intensifica, sfociando nell’agonia.

 

“È troppo tardi, la mia ora è giunta. La mia spina dorsale è percorsa da brividi, il corpo mi fa male in continuazione. Addio a tutti, devo andare… devo lasciarmi tutto alle spalle ed affrontare la realtà.”

 

Per terminare in uno struggente

 

“Non voglio morire! A volte vorrei non essere mai nato”

 

La ballata si conclude, inizia l’inconfondibile assolo di Brian May.

Appena questo finisce, inizia il vero delirio.

 

La parte centrale di Bohemian Rhapsody è ciò che fa di questo brano un capolavoro, con cui la band raggiunge vette di sperimentazione mai tentate. Un rapido passaggio di piano introduce l’opera: si fa riferimento alla Commedia dell’Arte con espressioni quali “scaramouche”, italianismi come “Mamma mia” o “Galileo, Figaro, magnifico!”

Le dinamiche del brano cambiano, la voce di Freddie ora è accompagnata dal solo piano, ora si fonde alle voci degli altri membri della band, echeggianti, amplificate e sovrapposte in interminabili ore di registrazione.

Il protagonista sembra essere sprofondato in un sogno allucinato, in una sorta di delirium tremens; forse si tratta di uno stato di morte, colmo di visioni grottesche

 

“Scorgo la piccola sagoma di un uomo. Spaccone, spaccone, vuoi ballare un fandango?

 Tuoni e fulmini mi spaventano moltissimo!”

 

Il concetto del “povero ragazzo” è ripetuto, ma questa volta è seguito da un coro di voci forse benevole, forse sprezzanti:

 

“È solo un povero ragazzo, di famiglia povera. Risparmiatelo da questa mostruosità!”

 

Viene ripetuto ad oltranza “Bismillah!”, un’invocazione ad Allah pescata direttamente dal Corano; i cori si biforcano: uno, benevolo, prega per la liberazione del ragazzo dalla sua pena:

 

“Lasciatelo andare!”

 

L’altro è dell’opinione opposta:

 

“Non lo lasceremo mai andare!”

 

La parte-opera si conclude al proprio apice: un crescendo lirico di voci canta:

 

Belzebù tiene un diavolo da parte per me… per me… per me!

 

Un altro riff di chitarra, e parte l’hard rock. Il narratore sembra volersi ribellare al proprio destino:

 

“Pensi di potermi lapidare e sputarmi negli occhi? Pensi che potresti amarmi e lasciarmi morire? No, bambina, non puoi farmi questo. Devo andarmene, devo andarmene di qui.”

 

Ma all’arrivo dell’ultima ballata la rabbia si placa, una nuova rassegnazione cala: nulla ha importanza, si capisce. Comunque soffi il vento…

 

Come ho già detto, il significato di Bohemian Rhapsody è oscuro. Oscure sono anche le fonti da cui Mercury potrebbe aver preso ispirazione.

Tuttavia, anni fa, mi è sembrato di scorgere delle affinità tra il capolavoro dei Queen e un’opera teatrale…

 

La tragica storia del Dottor Faustus fu scritta dal drammaturgo inglese Christopher Marlowe nel XVI secolo.

 Le vicende di Faust, il folle studioso che, per hybris e sete di conoscenza strinse un patto col diavolo, sono note a tutti, soprattutto per via della famosa reinterpretazione ad opera di Goethe durante il Classicismo tedesco.

La principale differenza tematica tra l’opera di Marlowe e quella di Goethe è evidente soprattutto nel finale: lo scrittore tedesco conclude il suo Faust con un’impronta di speranza, speranza tanto nella fede quanto nella natura umana, permettendo al suo personaggio di redimersi, di cedere al bene.

Il Faust di Marlowe finisce in modo ben diverso, con la dannazione eterna del dottore, che ha rifiutato ogni possibilità di salvezza, ignorando gli errori compiuti, se non quando è troppo tardi.

 

Fermatevi sfere del cielo che eternamente ruotate, che il tempo finisca e mezzanotte non venga mai. Occhio lieto della natura, sorgi, sorgi di nuovo e fai un giorno eterno, o fai che un’ora duri un anno, un mese, una settimana, un giorno, che Faust possa pentirsi e salvare l’anima.

 

Scritto nell’epoca Elisabettiana, infatti, il dramma ci dà una visione molto più oscura della fede religiosa: una fede che offre la salvezza solo in cambio di un’incrollabile rettitudine, una fede in un Dio che, al pari delle divinità classiche, non può tollerare la tracontanza di un uomo che cerca di elevarsi a qualcosa in più di quanto gli sia concesso essere.

 

Il soliloquio finale del dottor Faustus è un conto alla rovescia angosciante: manca una sola ora allo scadere del contratto con Mefistofele, al termine della quale i diavoli dell’inferno sorgeranno a reclamare ciò che spetta loro di diritto: l’anima dell’uomo.

Il dottore trascorre quest’ultima ora nella disperazione, pregando il tempo di fermarsi, il sole di sorgere e cancellare la mezzanotte, pregando Dio di concedere alla sua anima una salvezza che non arriverà. Il tempo scorre e l’ora tanto temuta si avvicina.

Il crescendo di dramma e tensione alla fine del dramma mi ha portato alla mente l’incalzante parte-opera di Bohemian Rhapsody.

 

Faust maledice se stesso, maledice i genitori che lo misero al mondo

 

Maledetti i genitori che mi fecero!”                                     “A volte vorrei non essere mai nato!

Dr. Faustus                                                                                                       Bohemian Rhapsody

 

Invoca addirittura la pietà del diavolo

 

 

Lo dirò di nuovo. Risparmiami, Lucifero.”                         “Risparmiatelo da questa mostruosità!

   D.F.                                                                                                                   B.R.

 

Le invocazioni a Dio, in Bohemian Rhapsody, prendono la forma dell’islamico “Bismillah!” e forse perfino del comicheggiante “Mamma mia!”, interpretabile, volendo, come un’invocazione alla Vergine.

 

Thunderbolts and Lightnings”, recita il copione. E così cantano i Queen: “Thunderbolts and Lightinings, very very frightening me!

 

Infine, I diavoli arrivano:

 

“Mio Dio, mio Dio, non guardarmi così ferocemente!

  Vipere e serpenti, lasciatemi vivere ancora un poco.

  Inferno orribile, non aprirti. Non venire, Lucifero.”

 

Oppure:

 

“Beelzebub has a devil put aside for me… for me… for me…”

 

Nicola De Zorzi